“Tommaso aveva creduto che Gesù fosse il Messia, si attendeva la sua manifestazione come potente re della casa di Davide”

Il Memoriale

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Cultura
Cilento martedì 09 ottobre 2018
di L. R.
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Il Memoriale © n.c.

Attento a non far rumore, Giovanni, che conosce le abitudini di Tommaso, lo trova con facilità e comincia a seguirlo senza perdere le tracce rimanendo a una distanza da consentirgli di comprendere in ogni momento le intenzioni. Intanto Didimo evoca mentalmente le tappe salienti della sua esperienza con Gesù. Ricorda che, fin dagli inizi della predicazione, il Maestro si è scontrato con i farisei. Costoro, consigliatisi con gli erodiani, cercavano il pretesto per farlo morire, proposito consolidatosi dopo l’arrivo nella città santa. I sommi sacerdoti e gli scribi, informati dell’invettiva pronunciata nel Tempio, secondo il Nazareno da casa di preghiera trasformato in caverna di briganti, cercavano il modo per eliminarlo. Avrebbero voluto impadronirsi di lui, ma temevano la reazione del popolo, tuttavia nell’immediata vicinanza della Pasqua sarebbe stato sufficiente un pretesto per imprigionare Gesù con l’inganno. Queste voci erano pervenute anche al gruppo dei dodici grazie alle amicizie di cui godevano tra i membri del Sinedrio, in particolare Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, i quali frequentavano il Nazareno.

Un pensiero ossessiona Tommaso. Il Maestro conosceva l’irriducibile ostilità nei suoi confronti eppure non aveva mutato i suoi progetti, né addolcito la polemica. L’apostolo ha la sensazione di risentire le parole che, fin dalla lontana Galilea, hanno proiettato in anticipo l’ombra della croce sul suo vangelo. Per ben tre volte il Nazareno aveva predetto la sua passione spiegando ai discepoli che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti, dagli scribi, essere messo a morte e risuscitare dopo tre giorni[1]. Le affermazioni avevano determinato un grave contrasto con Pietro, che protestava non condividendo le parole del Maestro[2]. Un tarlo roditore tormentava la coscienza di Tommaso man mano che, nel ripercorrere i mesi trascorsi col Maestro, si rendeva conto della consapevolezza manifestata da Gesù fin dalla missione in Galilea circa il senso profondo della sua vita di dolore. Gli sembrava di risentire le parole <Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto di molti>. Ma un crocefisso sanguinante non ha alcuna possibilità agli occhi del mondo. Idoli davanti ai quali gli uomini si prostrano sono i vincitori, coloro che occupano i primi posti nella piramide del potere, della ricchezza, del prestigio. Gesù, invece, vedeva davanti a sé un’ombra sinistra e verso di essa si è diretto, considerandola lo scopo della sua missione. Tommaso aveva creduto che Gesù fosse il Messia, si attendeva la sua manifestazione come potente re della casa di Davide, ora faceva fatica a porre fiducia in un crocefisso coperto di ferite; era troppo dover prestare fede a un maestro la cui fine aveva sconvolto i seguaci, salvo che la verità risiedesse nella testimonianza di alcune donne, un assurdo per Tommaso, israelita concreto e pragmatico nelle scelte di vita. Anche altri discepoli si erano opposti alla prospettiva della morte. Negli occhi di Tommaso sono ancora vividi i concitati momenti del tentativo di resistenza abbozzato nel Getsemani. Pietro aveva estratto la spada e tagliato l’orecchio al servo del sommo sacerdote. Anche allora Gesù li aveva confusi bloccando ogni resistenza e consegnandosi senza muovere un dito[3].

Didimo continua a interrogarsi, anche per convincersi che il tempo trascorso alla sequela del Maestro non è stata un’illusione; tuttavia, la sua morte in croce gli crea grossi problemi di credibilità, perciò si è proposto d’interrogare i testimoni oculari di quel 14 di Nisan, iniziato dopo il tramonto e terminato con la comparsa della prima stella nella sera successiva. S’incammina per la città sovraffollata. Al visitatore attento Gerusalemme si presenta con tre volti ben distinguibili: fortezza difesa da una torre, kasba orientale e sezione ellenistica. Tutti i quartieri convergono verso un vertice: il Tempio, luogo della presenza di Dio e della sua rivelazione, dove trovano riferimento gli eventi della storia sacra, dove il momento centrale rimane il sacrificio di culto, azione di ringraziamento e gesto di supplica alla ricerca di riconciliazione. L’ultima giornata di Gesù si era svolta in una Sion piena di gente indaffarata, diretta con urgenza alla propria meta. Le strade e i viottoli dentro e fuori la città erano incredibilmente affollati e la massa d’individui impegnata nello stesso rituale: il sacrificio per la Pasqua. Durante queste ore soltanto chi era legato a Gesù prestava a lui uno sguardo di attenzione.

Tommaso decide di ritornare nella sala dove avevano consumato l’ultimo pasto. Vi giunge trafelato. Si sofferma nei pressi del muro di cinta, non entra, anche se sa che il proprietario è un conoscente del Maestro. Egli desidera stare solo per rimarcare nella memoria gesti e parole di cui è stato testimone. Per lui quella sala è diventata già un luogo speciale perché sede dell’ultimo incontro di gioia e di speranza con Gesù. Mentre tasta quei muri, abbraccia una colonna e, quasi senza accorgersene, cade in ginocchio. Si rivolge al suo Dio, implora un segno per uscire dalla confusione in cui è precipitato, ma non riesce a biascicare un salmo, a evocare un devoto ricordo del Maestro; lo vede solo crocefisso, tuttavia subito si ricompone perché ha la sensazione di percepire una sorta di energia spirituale a contatto col quel luogo.

Nel ripassare mentalmente tanti piccoli episodi, Tommaso non si accorge che è stato raggiunto da Giovanni, il quale, incuriosito dall’improvvisa sosta presso i muri di cinta della casa decide di avvicinarsi all’amico. Didimo ha riacquistato l’autocontrollo dopo la sfuriata contro Pietro; accetta di buon grado la compagnia, anzi la considera una felice opportunità per evocare insieme gesti e parole dei quali erano stati testimoni. I due procedono con circospezione. Tommaso comincia a descrivere l’inizio di quel pasto, quando Gesù aveva elevato una duplice preghiera di lode come spetta, secondo il rito, al padre o al presidente in ogni circostanza conviviale, ricordando la particolarità del giorno mentre distribuiva la prima coppa di vino. Dopo aver bevuto, il Maestro aveva immerso, sempre pregando, la verdura, il prezzemolo, la lattuga, il sedano in acqua salata mangiandone per poi porgere i doni della tavola a tutti i commensali. Giovanni partecipa attivamente a questa rievocazione del pasto ritmato dal vino, calcolato in una dose di almeno quattro coppe a commensale. Egli descrive la grandezza dell’agnello imbandito a tavola, segno che la parte più importante della cerimonia stava per iniziare mentre veniva servita la seconda coppa; ricordava molto bene questa parte: essendo il più giovane della comitiva, aveva preso la parola per chiedere i motivi del rito, dei pani azzimi e delle erbe amare e perché andassero intinte due volte mentre si stava in piedi. Gesù, come capo della comunità riunita a tavola, aveva risposto recitando l’Haggada pasquale, raccolta di testi biblici per raccontare l’uscita dall’Egitto e spiegarne il significato. La parte più sacra di tutto il pasto si era conclusa recitando i salmi 113 e 114 e bevendo la seconda coppa. Compiuto il rituale più importante, era iniziata la cena vera e propria. I commensali si erano lavate ritualmente le mani e il presidente, preso il pane azzimo, aveva recitato una duplice preghiera di lode; spezzato poi in frammenti, li aveva distribuiti agli altri e, mangiandone per primo, aveva indicato che il pasto poteva iniziare.

Consumarono l’agnello, i pani azzimi, le erbe amare, un passato di frutta e del vino, su ognuno di questi doni della tavola i partecipanti avevano recitato individualmente la berakah prescritta. Intanto si conversava, si mangiava, si scherzava confortati dal ricordo della liberazione dalla schiavitù che forniva a tutti motivo per essere allegri. Terminato il pasto e lavate le mani, i commensali si erano raccolti per la preghiera di ringraziamento finale recitata per tutti da Gesù. Questi, rimanendo ancora seduto, aveva afferrato con ambedue le mani la coppa della benedizione, sollevandola di un palmo, e aveva pronunciato l’azione di grazia e, nel berla, invitato i convitati a fare lo stesso. Ci si avviava così alla conclusione; dopo aver cantato e recitato la seconda parte dell’Hallel con i salmi 115-118 e 136 si era bevuta la quarta coppa e con un’invocazione di lode sciolto il convito.



[1] Giovanni 2,19

[2] Marco 8.33

[3] Marco 14, 49

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