Unico Patrimonio. Gennaio 2020 #01 Cilentani

​Marinella Rufolo e Antonio Coppola

All’interno della cappella Antonio Coppola vi fece costruire un monumentale sacello in stucco e muratura dedicato alla “Dormitio” della Madonna e destinato alla sua amata sposa, Marinella Rufolo, sposata con cerimoniale sfarzoso.

Cultura
Cilento venerdì 14 febbraio 2020
di Vito Pinto
Matrimonio di Antonio Coppola e Marinella Rufolo. Disegno di Felice Tafuri.
Matrimonio di Antonio Coppola e Marinella Rufolo. Disegno di Felice Tafuri. © Unico

Era il 1396 quando il nobile di Scala Antonio Coppola, divenuto Gran Maestro dell’Ordine del Santo Sepolcro, fondò la cappella di S. Antonio Abate, suo protettore, all’interno del sontuoso Duomo posto al centro del paese costiero, dirimpettaio della turisticamente più nota Ravello, città dell’altrettanto nobile famiglia dei Rufolo. All’interno della cappella Antonio Coppola vi fece costruire un monumentale sacello in stucco e muratura dedicato alla “Dormitio” della Madonna e destinato alla sua amata sposa, Marinella Rufolo, sposata con cerimoniale sfarzoso a richiamo di ventilati accordi diplomatici, ma che, invece, si rivelò essere un grande amore, la cui storia resiste nei simboli del tempo.

E’ la letteratura che, spesso, dona eternità ad un bacio clandestino, a storie d’amore a volte felici e altre volte contrastate, ad intrecci di vita che altrimenti rimarrebbero nel quotidiano dimenticato. Per fortuna tante sono le storie, quasi favole per “consolare la notte”, consegnate al nostro immaginario, capaci di trasportarci in un misterioso altrove, dove è possibile prendersi gioco della realtà. Lancillotto e Ginevra, Tristano e Isotta, Paolo e Francesca sono alcune di quelle storie d’amore che la letteratura ha consegnato all’eternità. E nella salernitana Montecorvino Rovella vi è quella di Davide Arminio e Maria Teresa Damolidei riportata nel “Novellino” da Tommaso Guardati, meglio noto come Masuccio Salernitano, e divenuta lievito madre per il “Romeo e Giulietta” teatrale di William Shakespeare.

Padre Dante docet: “Amor, ch'a nullo amato amar perdona”.

E quasi seguendo il filo di una favola antica, ma sempre attuale, la letteratura ci rimanda alla storia d’amore tra Antonio Coppola di Scala e Marinella Rufolo di Ravello, un amore senza tempo, una storia del trecento amalfitano, svoltasi in quel territorio leggermente montano, posto a dominio di mare, dove le nobiltà locali rivaleggiavano nella conquista dei favori reali napoletani cercando di ritagliarsi una fetta di potere, di supremazia in una terra amena, generosa e abitata da uomini sagaci. Erano tempi in cui gli Angioini contrastavano i Durazzeschi, il Papa di Roma aveva in contrapposizione quello di Avignone… e tutto ricadeva sulla “periferia” creando opposte fazioni. Così anche tra i Rufolo di Ravello e i Coppola di Scala era una continua lotta per la primazia agli occhi dei regnanti napoletani e per una sorta di dominio territoriale locale, nonché per una egemonia amministrativa, giuridica, fiscale e marinara nelle terre di Puglia e Calabria.

Tra l’altro i Rufolo si richiamavano ad ascendenze dell’antica Roma, Marcello e Publio Ottavio Rufolo, ed erano in effetti i principali “mutuatores”, finanziatori, degli Angiò. Dal canto loro i Coppola si dicevano provenienti da ceppi nobili di Costantinopoli ed avevano importanti presenze nei sedili nobiliari del territorio e di Napoli, dove avevano costituito un vero e proprio quartiere, la “Scalesia”, a richiamo della loro origine scalese.

In questo scenario di antitesi, lotte e, a volte, anche scontri, nacque l’amore tra Antonio e Marinella, un amore vero, forte, che superava ogni barriera politica, sociale, di ascendenze e di parentele.

Il matrimonio tra i due giovani fu fortemente appoggiato dalla Regina Giovanna I d’Angiò, sovrana napoletana, che vedeva in questa unione la fine di ogni rivalità: un’alleanza tra le due potenti famiglie avrebbe portato certamente benessere alle due città.

“Il matrimonio – annota lo storico Giuseppe Gargano – si svolse naturalmente nella cattedrale di S. Lorenzo a Scala. Era usanza di quei tempi che la sposa si recasse nella città dello sposo per la celebrazione del rito cristiano” che fu talmente fastoso da impressionare l’immaginario collettivo.

In una elegia per Marinella Rufolo, Mario Stefanile scriveva: “Lungo le strade, al tuo partire da Ravello o al tuo giungere a Scala, dovettero stender drappi e tappeti di buona e ricca fattura: le ancelle ti ressero l’ampio e trinato velo accompagnandoti fino all’incontro col corteo proveniente da Scala che ti attendeva festoso per darti il benvenuto nella nuova dimora.”

E’ molto probabile, vista l’importanza che le due famiglie avevano alla corte napoletana, che al matrimonio sia intervenuta addirittura la Regina Giovanna, insieme ad uno stuolo di aristocratici scalesi e ravellesi, amalfitani e atranesi, nonché alle autorità del territorio come il capitano generale del ducato e il protontino amalfitano.

Il loro fu un matrimonio felice e dalla loro unione nacquero tre figli maschi. Il tempo trascorreva lieto e tranquillo, favorendo una ripresa economica dalla crisi che aveva caratterizzato i primi anni di quel secolo.

La morte di Giovanna d’Angiò, e relativa successione al trono, rimise tutto in discussione, ma l’unione tra Antonio e Marinella resisteva oltre ogni contrasto: la storia d’amore si faceva favola. Quando Marinella Rufolo, ormai sposa Coppola, passava per le vie di Scala appariva “bellissima e cerea - scriveva Stefanile - era solo un bisbiglio, come un palpitare d’ali di farfalle che fremevano a quel transito di incredibile eleganza, di straordinaria persuasione”.

Una storia d’amore ancora oggi testimoniata da quel monumentale sacello dedicato alla “Dormitio Mariae” che Antonio Coppola fece costruire per la sua Marinella, perché tramandasse, nei secoli, il suo amore per la sua sposa.

Ironia della sorte, però, volle che il primo ad occupare quel sepolcro, poco tempo dopo la costruzione, fosse Antonio Coppola, vittima di un agguato insieme al figlio Aniello, assassinati da sicari forse durazzeschi. Da allora Marinella Rufolo si chiuse in un silenzio assoluto, aspettando, con il suo dolore di sposa e di madre, la morte che la prese qualche anno dopo. Raggiunse l’amato marito e il figlio in quel monumento funebre, altero e maestoso, ancora presente nella cappella-cripta del Duomo di Scala a perenne ricordo di un amore eterno.

In un piccolo paese, ricorda Salvatore Ulisse di Palma, si raccontano sempre tante storie passate che hanno, tutte, il sapore buono del pane fatto in casa e del buon vino da uve nate sui maceri costieri. Sono storie costruite con quella genuinità che le rende favole, capaci di portare il lettore lontano e che vengono narrate, ormai, solo da personaggi al tramonto: i cantastorie. E questi, in quei due piccoli paesi montani affacciati sul mare d’Amalfi, continuano a raccontare di Antonio Coppola e Marinella Rufolo, del loro grande amore, di due paesi che ancora oggi conservano la memoria di lontane vicende.

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