Quando il viaggio diventa visione
A volte pensiamo a luoghi e situazioni che ci riguardano e ci diciamo che difficilmente potremo viverli davvero.
A me è successo una prima volta nella Terra del Fuoco, in Argentina, nel 2018.

Mi è ricapitato il 22 gennaio 2026, quando ho messo piede in Tasmania, nell’estremo sud dell’Australia.
Con un volo della Qantas partiamo insieme a Gina e alla famiglia di Giuseppe Mazzeo, che vive a Melbourne: Giuseppe, Hann, Anthony e Hanna.
Quando si arriva in una terra così lontana, nello spazio e perfino nell’immaginazione, lo si fa quasi con un senso di timore reverenziale. Poi, lentamente, quello stupore si trasforma in un attaccamento profondo, destinato a trovare posto tra i ricordi che contano.
Atterriamo a Hobart e in poco tempo entriamo nel cuore della città.
Subito abbiamo la sensazione di trovarci dentro un ambiente festoso: le strade, la gente, le case, il mare. Tutto sembra comporre un puzzle ordinato, capace di accoglierti senza chiederti alcuno sforzo.
Per noi la Tasmania è un mondo completamente nuovo.
Fino a quel momento era stata poco più di un nome sulla carta geografica, una terra lontanissima, quasi un altro pianeta fuori dal nostro orizzonte quotidiano.
Per me e Gina doveva essere una meta aggiuntiva, scelta per rendere ancora più intrigante il nostro terzo viaggio in Australia.
Mai avremmo immaginato di trovarci davanti a una realtà così coinvolgente, sia dal punto di vista turistico sia, soprattutto, umano.
La scoperta comincia da Hobart
Grazie a Giuseppe Mazzeo tutto diventa semplice: dall’organizzazione del viaggio alla scelta delle escursioni.
E quando ritroviamo Peter, rofranese di seconda generazione conosciuto in Italia l’estate precedente, il soggiorno di quattro giorni acquista immediatamente un’altra dimensione.
Non siamo più soltanto turisti.
Abbiamo qualcuno che ci accompagna dentro la sua Tasmania.
Hobart è uno scrigno nel quale il buon vivere sembra essere parte della quotidianità.
Le strade con i percorsi pedonali e le piste ciclabili, i negozi discreti, i locali pubblici nei quali il sorriso sembra quasi una regola, il mare che si insinua nella terra e diventa esso stesso via di comunicazione, il cielo limpido, mai nascosto dallo smog.
Tutto contribuisce alla sensazione di trovarsi in un luogo dove la natura e la presenza dell’uomo sembrano essersi accordate senza prevaricarsi.
In un ambiente del genere è naturale abbandonarsi a ciò che più risponde alle proprie corde.
E, come spesso mi accade, io comincio a correre.
È il mio modo di entrare dentro i luoghi.
La mattina presto diventa alleata di chi vuole impossessarsi, senza disturbare, dell’essenza più autentica di una città.
Correndo, le distanze cambiano. Le strade smettono di essere semplicemente vie da percorrere e diventano luoghi da osservare. Le case, i parchi, il mare, le persone che iniziano la loro giornata finiscono lentamente per comporre una geografia personale.

Più tardi, dopo un’abbondante colazione al ristorante dell’hotel Mövenpick, torniamo a muoverci a piedi.
Il mercato, i locali, i parchi non sembrano scenografie preparate per i visitatori.
Sono luoghi di vita vera, pulsante.
Verso Kunanyi
Naturalmente non poteva mancare la montagna.
A guidarci è ancora Peter.
Dopo aver attraversato il vivace mercato del sabato di Hobart, partiamo alla scoperta del Monte Wellington – Kunanyi, la montagna che domina la città e il grande sistema di baie che le si apre davanti.
La strada sale tra boschi e foreste. Intorno a noi decine di escursionisti affrontano sentieri e percorsi che trasformano la montagna in un immenso parco giochi naturale per chi vive a Hobart.
Fauna selvatica, foreste, boschi e, salendo, ambienti che cambiano rapidamente fino ad assumere caratteristiche quasi alpine.
Arrivati al belvedere, anche noi ci mettiamo disciplinatamente in fila per conquistare la fotografia destinata a certificare il nostro passaggio.
Una foto.
Pochi secondi.
E davanti agli occhi una terra che sembra distendersi fino all’Antartide.
Ripartiamo in direzione della casa di Peter, ma lungo il percorso ci fermiamo in una farm per rifocillarci.
È una di quelle soste che durante un viaggio finiscono per diventare importanti quanto le mete programmate: si mangia, si parla e soprattutto ci si confronta sulla straordinaria bellezza del territorio che stiamo attraversando.
Dalla montagna al mare
Poi scendiamo.
Dalla montagna verso la costa.
La Tasmania cambia ancora volto.
Il mare entra nella terra, la aggira, la avvolge. Baie, insenature e lingue d’acqua sembrano insinuarsi in ogni spazio lasciato libero.
Ed è proprio in uno di questi angoli che si trova la casa di Peter.
Ad accoglierci ci sono sua moglie Giselle e il figlio Orlando.
Il tempo dei saluti dura poco, perché siamo nuovamente in movimento.
Questa volta lungo una costa sabbiosa interrotta da tratti rocciosi che sembrano messi lì apposta per alimentare il desiderio di andare oltre la curva successiva.
Camminiamo, osserviamo, ci fermiamo.
Poi succede ciò che nei viaggi più belli non si programma.
A un certo punto Hanna e Giuseppe guardano il mare e non resistono.
Si tuffano così come sono, vestiti, senza pensarci troppo.
Una piccola follia.
Un gesto improvviso.

Ma forse anche il modo più naturale per lasciarsi attraversare da quella sensazione di libertà e imprevedibilità che soltanto alcuni luoghi riescono a regalare.
E mentre li guardiamo entrare nell’acqua, viene quasi da pensare che la Tasmania abbia già cominciato a fare con noi ciò che sa fare meglio:
farci dimenticare di essere arrivati fin lì soltanto per visitarla.
Qui mi fermerei, perché il tuo racconto evidentemente continua e quest’ultima frase costituisce un ottimo ponte verso la parte successiva.
Una sola attenzione prima della pubblicazione: verificherei il dato dei “450.000 abitanti” attribuito a Hobart, che nel testo originale mi sembra da ricontrollare; per questo nella revisione non l’ho riportato. Inoltre controllerei se il nome è effettivamente Hann oppure Ann, perché nei testi precedenti sull’Australia avevamo usato quest’ultima forma.
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