L’intensa operazione di recupero storico di Domenico Del Duca trasforma la microstoria di paese in un raffinato romanzo di formazione.
Continuazione narrativa de “La quarta linea”, “La luce dentro” di Domenico Del Duca si configura come un’intensa e penetrante operazione di recupero storico, svelando un’architettura narrativa in cui la biografia individuale si fa cronaca corale di un intero territorio.
Iscrivendosi nel solco della letteratura memorialistica e rurale del Novecento meridionale, il testo si distingue per un’andatura paratattica, limpida e intenzionalmente piana, che rifiuta gli orpelli di un lirismo estetizzante per privilegiare l’esattezza del dato reale. Questa qualità quasi cinematografica della scrittura permette di mappare con assoluta precisione la topografia di Sapri, del Cilento e del circostante entroterra lucano, trasformando toponimi quali la contrada rurale di San Francesco, la località collinare delle Chiappe, il torrente Brizzi o i vicoli storici della Marinella in veri e propri spazi mitopoietici.
L’operazione intellettuale più raffinata compiuta da Del Duca risiede nel trattamento del patrimonio linguistico locale: l’inserimento sistematico di termini dialettali quali “furnacella”, “naca”, “sciuscelle”, “cungulina” o “stiero” non risponde a un mero intento folkloristico, bensì a una necessità: il dialetto viene elevato a lingua della realtà e custode di un’ontologia materiale in via di estinzione, configurandosi come l’unico strumento in grado di nominare la complessa strumentazione tecnica, domestica e rurale di una civiltà contadina e marinara ormai travolta dalla modernizzazione. Sotto la superficie della microstoria familiare, il volume si struttura come un raffinato romanzo di formazione governato dalla dialettica dinamica e profonda tra l’archetipo paterno e la proiezione evolutiva del figlio. La figura del padre, Ciccio, incarna l’elemento ancestrale legato indissolubilmente alle leggi immutabili della terra e della montagna lucana. La sua esistenza, segnata dal lavoro massacrante e rischioso come minatore addetto allo scavo delle gallerie ferroviarie tra Pisciotta e Marina di Ascea, è costellata di eventi epici e prove fisiche estreme, come la miracolosa sopravvivenza a una frana sotterranea o il corpo a corpo con la fauna selvatica. Il giovane Domenico rappresenta invece la mediazione intellettuale: il suo percorso scolastico, coronato dai massimi voti alle scuole medie e dagli studi agrari specialistici nel moderno convitto di Battipaglia, si profila come un progressivo affrancamento dall’analfabetismo originario, vissuto non come rottura traumatica, ma come sublimazione dei valori paterni legati alla cura millenaria della terra. Questa tensione ideale si risolve in maniera esemplare nell’episodio cardine della promessa d’infanzia, in cui il sogno del bambino di unificare le terrazze secolari degli ulivi pisciottani sorrette dai muri a secco si traduce, nell’età adulta, nel compimento di un preciso dovere morale e nel coronamento di un riscatto generazionale.
Il fulcro strutturale del volume risiede nelle pagine dedicate alla ritualità corale della comunità di Sapri, in cui l’identità collettiva si cementa attorno alle scadenze stagionali del sacro e del folklore.
La storica Fiera dell’Immacolata del 7 dicembre viene restituita nella sua intera densità, descrivendo il fervore delle bancarelle di torroni e mustacciuoli in Piazza Plebiscito, il frastuono dei maialini da allevamento stipati nelle ceste alla Marinella e la presenza ieratica degli artigiani del rame, ultimi a lasciare il paese secondo il celebre dettato popolare “Tann è fera ferma, quann i zingare se n’anno iute”. La successiva processione dell’8 dicembre assume i contorni di un’epifania sensoriale totalizzante, in cui la devozione mariana si intreccia con i profumi dei ragù domenicali fatti sobbollire lentamente nelle pignate di terracotta sui camini, mentre le melodie ancestrali degli zampognari giunti dall’entroterra formalizzano l’inizio del tempo natalizio e il disegno collettivo del presepe di sughero e muschio.
Questa commistione tra sacro e quotidiano si riflette anche sul fronte marino nell’eccezionale testimonianza dello “sciavichiello”, l’antica tecnica di pesca costiera da terra sulla spiaggia del ponte di Brizzi: la fatica dei pescatori scalzi impegnati a trarre a riva il sacco ricolmo di mezze alici si tramuta in una festa comunitaria di condivisione alimentare, suggellata dall’arcaica formula di benedizione dei doni “Rifresca l’anima ri muorti”.
La dimensione festiva si espande ulteriormente nelle celebrazioni collinari del Timpone a settembre, dove le donne recano in perfetto equilibrio sul capo i “centi”, imponenti strutture votive di ceri e nastri colorati, o nelle storiche spedizioni ferroviarie di famiglia dirette a maggio verso i prati e la maestosa statua del Cristo Redentore di Maratea.
L’opera di Del Duca evita la sterile nostalgia idealizzante grazie a un’assoluta e rigorosa onestà intellettuale. L’autore non nasconde la durezza delle privazioni, la fame che spingeva le bande di ragazzi alle scorribande furtive negli agrumeti rionali, o l’emarginazione sociale vissuta da figure eccentriche ma perfettamente integrate nel tessuto rionale come la messaggera funebre Maculata o Pascale u ietta bann, il banditore con la trombetta d’ottone.
Attraverso questa operazione di scavo e testimonianza, il volume solleva la materia umile della quotidianità meridionale a una dignità letteraria universale, consegnando alla memoria collettiva la dimostrazione di come la solidarietà vicinale, la coesione etica del nucleo familiare e il rispetto sacrale per la terra abbiano consentito a una comunità di traghettarsi verso la modernità senza smarrire le proprie radici identitarie.
ANTONELLA CASABURI




