Da quarant’anni a Roccadaspide la castanicoltura scompare e riemerge dal dibattito pubblico. Cambiano gli anni, le emergenze, i finanziamenti e qualche protagonista. Molto meno le parole. Il 14 settembre si è tornati a parlare di filiera, aggregazione, trasformazione e futuro. Ma chi ha vissuto questo territorio negli ultimi decenni quelle parole le aveva già sentite. E, soprattutto, aveva già visto molte di quelle idee diventare realtà.
Ci sono storie che non finiscono. Si inabissano.
Per qualche anno sembra quasi che non esistano più. Poi qualcosa le riporta in superficie e ci accorgiamo che erano rimaste lì sotto, a scorrere.

La storia della castanicoltura a Roccadaspide somiglia sempre più a un fiume carsico.
Chi ha vissuto questo paese negli ultimi quarant’anni può provare a ripercorrerlo.
Non servono nemmeno troppe statistiche.
Basta la memoria.
E basta allargare per un momento lo sguardo per ricordare che la castagna, nel Cilento, non appartiene soltanto a Roccadaspide.
È protagonista sul versante meridionale del Monte Cervati, lo è sul lato settentrionale del Monte Stella, lo è sugli Alburni. Territori diversi, produzioni e storie diverse, ma accomunati da una presenza del castagno che per generazioni ha significato reddito, paesaggio, lavoro e presidio delle montagne.
Roccadaspide è una delle capitali di questa geografia. Non un’isola.
Ed è anche per questo che la sua storia riguarda un pezzo molto più grande del Cilento interno.
Negli anni Ottanta e Novanta la castagna non era una delle tante eccellenze da inserire in una brochure turistica.
Per molte famiglie era reddito.
Era proprietà.
Era lavoro.
Erano giornate intere trascorse nei castagneti, prodotto da raccogliere, selezionare, vendere.
E già allora il problema era perfettamente conosciuto.
Roccadaspide produceva una materia prima di grande qualità, ma una parte importante del valore si formava dopo, lontano dal produttore.
Bisognava organizzarsi.
Bisognava stare insieme.
Bisognava trasformare il prodotto.
Bisognava avere maggiore forza sul mercato.
Bisognava evitare che altri guadagnassero sul Marrone molto più di chi quel Marrone lo coltivava, lo curava e lo raccoglieva.
Sono parole che oggi possono sembrare nuove soltanto a chi non ricorda.
La Cooperativa Agricola “Il Marrone” affonda le proprie radici nei primi anni Ottanta.
Dietro quell’esperienza c’erano castanicoltori, amministratori, tecnici e una generazione che cominciò a immaginare qualcosa che oggi definiremmo con una parola diventata quasi obbligatoria: filiera.
Passarono gli anni e quell’idea prese corpo.
Alla fine degli anni Novanta arrivò il grande salto.
Nella vallata di Spinosa-Terraforte iniziò la costruzione dello stabilimento della Cooperativa “Il Marrone”. I lavori partirono nel 1999 e furono ultimati nell’agosto del 2000.
L’investimento era nell’ordine dei nove miliardi di lire.
Bisogna tornare con la memoria a quegli anni per capire cosa significassero nove miliardi.
Non erano una cifra da inserire nella slide di un convegno.
Erano una scelta industriale.
Uno stabilimento.
Macchinari.
Linee di lavorazione.
Una scommessa sulla capacità di Roccadaspide di non limitarsi più a produrre castagne, ma di lavorarle, trasformarle e venderle.
Chi c’era ricorderà l’attesa che accompagnò quella struttura.
Sembrava la risposta concreta a una domanda che il territorio si poneva da tempo: come facciamo a lasciare qui una parte maggiore della ricchezza prodotta dai nostri castagneti?
E non rimase soltanto una promessa.
Nel 2007 quello stabilimento veniva raccontato come una realtà di circa 17 mila metri quadrati, 4 mila dei quali coperti, con sei linee di produzione attive, circa cento soci e migliaia di quintali lavorati ogni anno.
Cento soci.
Sei linee produttive.
Un impianto industriale.
Vale la pena ricordarlo oggi, perché ascoltando certi discorsi si potrebbe avere l’impressione che a Roccadaspide la filiera debba ancora essere inventata.
La filiera c’era.
Con i suoi limiti, con i problemi che sarebbero emersi dopo, ma c’era.
E soprattutto esisteva una comunità di produttori che aveva provato a fare insieme ciò che singolarmente sarebbe stato molto più difficile.
Da quella stessa esperienza partì il percorso che avrebbe condotto al riconoscimento del Marrone di Roccadaspide.
Nel 2008 arrivò l’IGP.
Fu un risultato enorme.
Un nome che apparteneva alla nostra storia agricola diventava una denominazione riconosciuta dall’Europa.
Sembrava il naturale completamento del percorso.
Produzione.
Aggregazione.
Trasformazione.
Identità.
Marchio.
Mercato.
Se in quegli anni qualcuno avesse convocato un convegno per spiegare ai castanicoltori di Roccadaspide che il futuro passava dall’aggregazione, dalla trasformazione locale e dalla valorizzazione del territorio, probabilmente gli avrebbero risposto che lo sapevano già.
Lo stavano facendo.
Poi il fiume cominciò a inabissarsi.
E qui i ricordi diventano meno trionfali.
All’inizio del nuovo decennio nasce Agrimolina.
È significativo che una nuova esperienza cooperativa senta nuovamente la necessità di mettere insieme produttori, aggregare il prodotto, lavorarlo e portarlo sul mercato mentre la vecchia esperienza non è ancora formalmente scomparsa.
Per qualche tempo le due storie si sovrappongono.
È un passaggio sul quale varrebbe la pena riflettere anche senza cercare colpevoli: perché, mentre esisteva una grande cooperativa dotata di uno stabilimento costruito appena dieci anni prima, altri castanicoltori sentirono la necessità di organizzarsi nuovamente?

Poi arrivò il cinipide.
Chi possiede o ha posseduto un castagneto non ha bisogno che gli si spieghi cosa abbia significato.
Per qualche anno sembrò che un patrimonio costruito in generazioni potesse essere cancellato nel giro di pochissimo tempo.
Produzioni crollate.
Piante colpite.
Redditi ridotti.
Aziende in difficoltà.
Nel 2012 a Roccadaspide si parlava di perdite che arrivavano intorno al settanta per cento.
Quella sì fu un’emergenza.
Non una parola da convegno.
Una calamità vissuta dentro i castagneti.
E anche allora il fiume riemerse.
Incontri.
Appelli.
Richieste di intervento.
Istituzioni chiamate a fare la propria parte.
Necessità di salvare il comparto.
Poi lentamente i castagneti ripresero.
Ma qualcosa, nel sistema costruito negli anni precedenti, non riprese allo stesso modo.
Il 2013 è l’ultimo anno per il quale troviamo indicato un bilancio della Cooperativa Agricola “Il Marrone”.
Pochi anni dopo il grande complesso produttivo entra nella stagione delle procedure esecutive.
La struttura che all’inizio del nuovo millennio aveva rappresentato la modernizzazione della castanicoltura locale compare negli avvisi d’asta.
Anche questa immagine dovrebbe appartenere alla nostra memoria collettiva.
Non per cercare oggi un colpevole.
Sarebbe troppo facile e probabilmente anche ingiusto.
Ma perché un territorio dovrebbe sempre chiedersi che cosa sia accaduto alle cose che ha costruito.
Soprattutto quando sono state costruite con denaro, lavoro, aspettative ed energie di un’intera comunità.
Nel frattempo il mondo castanicolo non si è fermato.
Agrimolina è cresciuta.
Il Marrone di Roccadaspide ha conservato la sua IGP.
È nato il Consorzio di tutela, poi riconosciuto dal Ministero.
La produzione è tornata.
Nuovi soggetti hanno raccolto una parte del testimone.
Il fiume, insomma, non si era prosciugato.
Aveva continuato a scorrere.
Ed eccoci al 14 settembre 2026.
Nell’aula consiliare di Roccadaspide si torna a parlare del futuro della castanicoltura.
Sostenibilità.
Aggregazione.
Filiera.
Trasformazione.
Territorio.
Aree interne.
Turismo.
Giovani.
Occupazione.
Identità.
Chi ascoltava quelle parole per la prima volta poteva anche avere la sensazione che si stesse tracciando una nuova strada.
Chi ha attraversato gli ultimi quaranta anni della storia di Roccadaspide, probabilmente, molto meno.
Perché il dato che colpisce non è che siano state dette cose sbagliate.
È quasi il contrario.
Sono state dette cose talmente giuste che le diciamo da trent’anni.
E molti dei protagonisti di oggi non sono arrivati per la prima volta sulla riva di questo fiume.
Hanno conosciuto, direttamente o indirettamente, anche altre stagioni della castanicoltura locale.
Forse anche per questo colpiva una sala riempita soltanto a metà.
Non necessariamente perché a Roccadaspide non interessi più la castagna.
Forse anche per una certa stanchezza.
Perché c’è una differenza tra sentirsi dire per la prima volta che bisogna “fare sistema” e ascoltarlo dopo che un sistema era stato già costruito, aveva avuto cento soci, sei linee produttive, uno stabilimento da miliardi di lire e aveva contribuito persino a conquistare un’IGP.
Marco Bussone, presidente nazionale di UNCEM, annunciato tra i protagonisti dell’incontro, non era fisicamente in sala ed è intervenuto a distanza.
E proprio UNCEM avrebbe potuto offrire una delle chiavi più interessanti per uscire dalla ripetizione.
In Piemonte, negli anni, la questione castanicola è stata affrontata mettendo insieme enti locali, Regione, università, ricerca, gestione associata delle proprietà, recupero dei castagneti e filiere del prodotto.
Non significa che il modello piemontese possa essere trasferito meccanicamente nel Cilento.
Gli Alburni non sono le Alpi.
E neppure il Cervati o il Monte Stella lo sono.
Ma sarebbe stato interessante partire da lì.
Capire cosa ha funzionato.
Che cosa può essere adattato.
Perché una parola come “aggregazione” in alcuni territori riesca a diventare programma, organizzazione e investimento mentre da noi rischia di restare per decenni una parola buona per ogni convegno.
E soprattutto sarebbe stato interessante allargare lo sguardo.
Perché se il castagno è protagonista a Roccadaspide, sugli Alburni, sul versante meridionale del Cervati e sul lato settentrionale del Monte Stella, forse la domanda non dovrebbe più riguardare soltanto la sorte di una singola comunità.
Forse esiste lo spazio per una politica castanicola del Cilento.
Territori diversi che continuano ciascuno per conto proprio oppure territori che provano finalmente a riconoscersi dentro una stessa questione economica, ambientale e sociale?
Anche questo avrebbe significato aggiungere qualcosa di nuovo.
A un certo punto dell’incontro Girolamo Auricchio ha pronunciato una frase che mi è rimasta impressa:
«Qui ci vogliono i parlamentari».
Può darsi che volesse semplicemente richiamare la necessità di un intervento nazionale.
Ed è certamente vero che alcune questioni richiedono scelte del Parlamento e del Governo.
Ma in quella sala, tra i relatori, sedeva anche l’assessore regionale all’Agricoltura.
E quella frase finisce quasi involontariamente per diventare la fotografia di quarant’anni di fiume carsico.
C’è sempre qualcuno che manca.
Ci vuole il Comune.
Poi la Comunità montana.
Poi la Regione.
Poi i parlamentari.
Poi il Governo.
Poi l’Europa.
Sono tutti livelli istituzionali che hanno competenze diverse e che, in molti casi, devono necessariamente lavorare insieme.
Ma intanto il produttore resta nel castagneto.
E la domanda più semplice rischia ancora una volta di non essere pronunciata:
quelli che sono qui, oggi, che cosa possono fare?
Non domani.
Non quando arriverà una nuova legge.
Non quando uscirà il prossimo bando.
Oggi.
Quale impegno assume il Comune?
Quale la Regione?
Quale il Consorzio?
Quale il mondo cooperativo?
Quale UNCEM?
Quale progetto mette insieme Roccadaspide con gli altri territori castanicoli del Cilento?
Con quali risorse?
Con quale obiettivo?
Entro quale data?
È qui che l’incontro del 14 settembre, dopo tutto ciò che questo territorio ha già vissuto, lascia un senso di incompiuto.
Non perché siano mancate le analisi.
Le analisi le abbiamo.
Da decenni.
Non perché ci manchino le parole.
Le conosciamo talmente bene che potremmo recitarle a memoria.
Il problema è ciò che succede tra una stagione e quella successiva.
Negli anni Ottanta nasce e cresce un’esperienza cooperativa.
Negli anni Novanta si immagina la trasformazione.
Nel 2000 si completa uno stabilimento da circa nove miliardi di lire.
Nel 2008 arriva l’IGP.
Poi la devastazione del cinipide.
Poi la vecchia esperienza si spegne.
Nascono nuove organizzazioni.
Arriva un nuovo Consorzio.
E nel 2026 torniamo in un’aula consiliare a dire che bisogna aggregare i produttori, trasformare il prodotto, valorizzarlo, collegarlo al turismo, trattenere i giovani e difendere le aree interne.
Il fiume è riemerso.
Ma l’acqua sembra la stessa.
Forse è questa la domanda che Roccadaspide dovrebbe finalmente avere il coraggio di rivolgere a se stessa.
Non:
cosa dobbiamo fare per il futuro della castagna?
Lo sappiamo.
Lo dicevamo già trent’anni fa.
La domanda è un’altra:
perché non siamo riusciti a dare continuità a ciò che avevamo già costruito?
Perché una cooperativa, cento soci, uno stabilimento, migliaia di quintali lavorati e un’IGP non sono diventati una struttura abbastanza solida da attraversare le crisi e le generazioni?
Perché ogni volta abbiamo la sensazione di dover ricominciare quasi dallo stesso punto?
E soprattutto, che cosa faremo questa volta di diverso affinché fra altri vent’anni qualcuno non debba tornare nell’aula consiliare di Roccadaspide a parlare ancora una volta di aggregazione, filiera, giovani, turismo e valorizzazione?
Il castagno, nel frattempo, sarà ancora lì.
A Roccadaspide.
Sugli Alburni.
Sul Cervati.
Sul Monte Stella.
Come lo era quarant’anni fa.
Il problema non è la sua capacità di mettere radici.
È la nostra capacità di non perdere, ogni volta, ciò che costruiamo sopra quelle radici.
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