Il secondo volume di Quaderni Meridionali. Contributi e Ricerche (Anno II, Volume II, rivista storica con Direttore Editoriale Mario Garofalo e Direttore Responsabile Paolo Scarabeo) si impone nel panorama editoriale come una vera e propria dichiarazione programmatica e militante, radicalmente lontana da ogni tentazione consolatoria, nostalgica o retorica. Attraverso una struttura rigorosa, sorretta da un comitato scientifico inteso come vero motore di revisione e confronto, il volume persegue l’obiettivo di restituire la complessa trama del Mezzogiorno alla sua natura reale di spazio storico dinamico, conflittuale e costantemente in movimento, trasformando il Sud da periferia immobile a snodo nevralgico di scambi, conflitti e dipendenze globali nel bacino adriatico e tirrenico. L’architettura dell’opera scava nelle stratificazioni storiche, economiche e simboliche del territorio, inaugurando il percorso storiografico con un’indagine di Alfredo Incollingo con La causa per la divisione dei feudi rustici di Valle Porcina e San Paolo: l’analisi delle controversie tra il comune di Colli a Volturno e gli eredi della duchessa di Miranda mostra come l’accesso alle risorse sia sempre stato un terreno di duri rapporti di forza, configurando una vera e propria storia sociale della proprietà e dei diritti collettivi contro i primi privilegi aristocratici. A questa dinamica di contrattazione materiale si collegano le indagini sulle identità insulari e marittime, come la Terra matta di Sicilia di Carmelo Rizza e l’analisi fortemente controcorrente di Claudio Romano, il quale compie una netta operazione di revisionismo metodologico mettendo in discussione i miti sulla marineria borbonica, definita una “marineria stagionale” e scardinando così le letture neoborboniche dell’efficienza marittima del Regno. Il delicato e torbido rapporto tra lo Stato, la repressione e l’ordine pubblico emerge con contorni netti sia nel saggio storico di Davide Monaco, dedicato alla camarilla dei Calderari nel Regno delle Due Sicilie e inteso come studio dei meccanismi del potere sotterraneo e dell’utilizzo politico della criminalità all’ombra del trono borbonico, sia nel contributo di Fernando Riccardi, incentrato sulla dura repressione del brigantaggio nella provincia di Frosinone sotto il pontificato di papa Pio IX, un’analisi che evidenzia la violenza strutturale degli apparati statali e confessionali oltre la pura cronaca criminale. Le tensioni sociali e le spinte libertarie attraversano i secoli fino al Novecento, trovando spazio nel saggio di Ferdinando Dubla su Caulonia e l’insorgenza meridionale del 1945, che rilegge l’antologia sulla Repubblica rossa di Pasquale Cavallaro restituendo dignità a un episodio di radicalismo contadino spesso liquidato come folklore, e nella ricerca di Valentino Romano sulla rivolta popolare di Barletta del 19 marzo 1866, volta a evidenziare le profonde fratture sociali e le disillusioni post-unitarie che incendiarono i centri urbani pugliesi. Un capitolo cruciale è poi dedicato alla violenza simbolica esercitata attraverso la manipolazione documentale: se Franco Valente affronta il tema dei falsi storici analizzando le figure di Carlo Magno, Ambrogio Autperto e la falsa donazione di Costantino per dimostrare come l’invenzione della fonte sia stata uno strumento politico fondamentale di legittimazione, la microstoria del territorio diventa lente di ingrandimento nei contributi di Guglielmo Genovese (fra Sibaritide e Crotoniatide), di Aniello Amato sulla toponomastica nella platea dei debitori dell’abbazia di S. Maria di Pattano del 1491, e di Orazio Ruocco sulla silenziosa rivoluzione Camerotana, studi che dimostrano come l’analisi filologica delle carte minime sveli le reali fratture interne tra città e campagne. In questa mappa di resistenze e identità locali si inserisce il saggio dell’architetto Innocenzo Bortone, intitolato L’araldica civica di Licusati: analisi di uno stemma carico di storia, una ricerca che ho presentato in occasione della Rassegna Incontri Meridionali a Licusati. Elevando la disciplina araldica da semplice esercizio descrittivo o genealogico a sofisticato strumento di decodificazione storica e geopolitica del territorio, Bortone dimostra come i simboli dell’araldica civica, radicati in una complessa stratificazione cronologica compresa tra il X e il XII secolo, non vadano interpretati come meri elementi decorativi, ornamentali o nostalgici ma come un vero e proprio archivio visivo di resistenza istituzionale e un baluardo simbolico capace di custodire e proteggere la secolare soggettività, l’identità e la memoria del borgo cilentano fino alla perdita dell’autonomia municipale avvenuta nel 1928. Nel suo contributo, Bortone riesce a tracciare la microstoria politica e amministrativa di Licusati con rigore metodologico. Il volume si spinge fino alle radici classiche con lo studio sui modelli identitari e i processi di ibridazione nella Calabria arcaica, mostrando un Sud storicamente inclusivo e plurale, e si muove nelle istituzioni monastiche con la ricerca di Stefania Pompeo sull’Abbazia Celestina di S. Maria di Mejulano, intesa come luogo di accumulazione fondiaria e gestione del sacro, mentre il contributo di Salvatore Lucchese rilegge la rivoluzione copernicana di Gaetano Salvemini, capace di scardinare il paternalismo storico e di trasformare i contadini da semplici oggetti di riforme calate dall’alto a soggetti storici coscienti della propria emancipazione e della propria autonomia politica. Nella densa e programmatica premessa, Mario Garofalo esplicita la visione teorica che unisce questi contributi, chiarendo che la ricerca d’archivio condotta su carte notarili, giudiziarie, catastali e monastiche non è un vezzo accademico, ma il presupposto scientifico per verificare la tenuta empirica dei modelli teorici ed epistemologici che hanno storicamente interpretato il Sud. Le fonti, svelando le fratture interne tra città e campagne, allargano lo sguardo verso i mutamenti globali e le rotte del Mediterraneo. Come scrive Garofalo nelle pagine conclusive, la questione meridionale cessa di essere una formula dogmatica per rinchiudere il territorio e diventa una domanda scomoda, aperta e necessaria sulle modalità strutturali di distribuzione di potere, risorse, diritti e dignità: una riflessione che, partendo dal Mezzogiorno, investe e interroga l’Italia intera.
ANTONELLA CASABURI




