Melbourne per la terza volta, la quarta per Gina che vi arrivò bambina nel 1957. L’Australia non è più soltanto una destinazione: è un ritorno dentro una storia familiare che attraversa oceani e generazioni. Perché i fili dell’emigrazione si allungano, si sfilacciano, ma non sempre si spezzano.
Non siamo mai partiti davvero.
Siamo rimasti sospesi tra due emisferi.

La terza volta a Melbourne, la quarta per Gina, che vi arrivò bambina nel 1957, non è soltanto un altro viaggio. È un ritorno dentro una storia che non si è mai chiusa. Un capitolo rimasto aperto tra Europa e Australia, tra un porto lasciato e uno trovato.
Nel 1957, e per generazioni prima di allora, non si partiva per turismo.
Si partiva per necessità.
Valigie leggere, fotografie in bianco e nero, promesse scritte a matita. Si partiva senza sapere quando — e soprattutto se — si sarebbe tornati.
Poi, nel 2003, grazie all’invito di zia Maria e zio Emilio, quel viaggio ebbe già un altro sapore.
Non più distacco, ma ricucitura.
Non più addio, ma dialogo.
E ancora, nel 2017, Melbourne ci aprì nuovamente le porte dell’Australia. Questa volta ad accoglierci furono un’altra zia Maria e un altro zio, Filippo Scandizzo.
Eravamo quasi pellegrini di emozioni, ma ormai più consapevoli di qualcosa che sarebbe diventato sempre più evidente: a casa loro riuscivamo a sentirci anche a casa nostra.
Quell’anno ci impegnammo quasi nel periplo del continente australe: Melbourne, Adelaide, Darwin, Brisbane, Sydney, Gold Coast e ancora Melbourne, a chiudere il cerchio con un intreccio di decolli e atterraggi capace di far girare la testa.
E oggi…
Eccoci nuovamente a fare rotta verso l’altro emisfero, forse anche per capire e spiegare a noi stessi il perché di questa grande attrazione.
Oggi, per me e Ginetta, non si “arriva in Australia”.
Si entra in una casa. E poi in tante altre.
Anche nei luoghi sconosciuti finiamo per sentirci riconosciuti, oserei dire adottati, da questa terra e da chi la abita.
La scoperta più sorprendente non è lo skyline di Melbourne, né le sue strade ordinate, né l’oceano che sembra non finire mai.
È scoprire che esistono famiglie oltre i mari.
Che i racconti ascoltati da bambini erano veri.
Che quei nomi pronunciati tante volte intorno a un tavolo in Italia hanno volti, voci, risate, figli e nipoti.
Parenti sconosciuti diventano amici.
Lingue diverse riescono a comprendersi.
Perfino un idioma estraneo, ascoltato abbastanza a lungo, finisce per diventare una nenia familiare.
Le case aprono le porte come se la nostra assenza fosse durata soltanto un pomeriggio. Le pareti, cariche di quadri e fotografie nelle quali si incrociano volti di generazioni diverse, sembrano coperte capaci di scaldare la memoria.
I fili tesi tra i continenti non si sono spezzati.
Si sono soltanto allungati.
Talvolta sfilacciati.
Ma sono ancora lì.
L’architettura emotiva dell’emigrazione
E allora si comprende che l’emigrazione italiana non è soltanto un fatto economico, sociale o storico.
Si regge anche su una vera e propria architettura emotiva.
Un sistema di nodi capaci di resistere nel tempo.
Un ponte invisibile che non ha bisogno di arcate d’acciaio per sostenere esistenze, ricordi e appartenenze.
Europa e Australia finiscono per scambiarsi il posto.
Chi arriva.
Chi parte.
Chi torna.
Chi resta.
Ma non c’è più l’angoscia dell’addio che accompagnava le partenze di un tempo.
C’è il desiderio del ritorno.
C’è l’ansia, questa sì, di riannodare.
Emilio. Maria. Demetrio.
Nomi che attraversano le generazioni.
Alcuni sono arrivati. Altri sono già ripartiti.
Poi ci sono gli eredi, i fratelli, i figli, i nipoti: quelli che aprono le porte, preparano le tavole, moltiplicano i sorrisi e trasformano una visita in una festa.
Ed è vera la festa dell’incontro.
È sincero quel modo di dire “entra”.
È potente la normalità di un abbraccio tra persone che magari si conoscono da poche ore eppure sembrano riconoscersi da sempre.
Quando il turismo diventa familiare
Anche il turismo, così, cambia volto.
Le grandi icone dell’Australia diventano quasi “paesane”, perché a guidarti è qualcuno che quei luoghi li ha adottati e oggi li chiama casa.
Lo skyline non è più una cartolina: è un racconto.
La città non è più lontana: diventa familiare.
Melbourne non è soltanto una metropoli dell’altro emisfero.
Le loro storie sono diventate un capitolo della nostra storia.
L’oceano, allora, non divide.
Amplifica.
E se oggi noi possiamo attraversarlo con la relativa leggerezza di un volo intercontinentale, è perché qualcuno, prima di noi, lo ha attraversato con ben altro coraggio.
Senza sapere che cosa avrebbe trovato.
Senza sapere quando sarebbe tornato.
Talvolta senza tornare mai.
Eppure proprio quelle partenze hanno costruito il ponte sul quale oggi possiamo camminare noi.
I nomi dall’altra parte del mare
Ci sono Carmelo, Maria, Mario, Filomena e tutta quella “brigata” cresciuta e rigenerata nel tempo trascorso dall’arrivo a Sydney di Francesco e Rosa.
C’è Pietro con la sua famiglia in Tasmania.
Ci sono Ann, Hanna, Anthony e Giuseppe, incontrati lungo questo percorso di ricongiungimenti.
C’è Lucia con il suo compagno a Brisbane.
E certamente ci sono altri nomi ancora, altri rami di un albero genealogico che il mare non è riuscito a dividere.
Ogni incontro aggiunge una storia.
Ogni casa un tassello.
Ogni fotografia un collegamento tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati.
Alla fine forse è proprio questa la ragione che continua a riportarci qui.
Non la voglia di vedere ancora una volta l’Australia.
Ma il bisogno di riconoscerci dentro di essa.
Perché dopo tanti viaggi abbiamo capito che si può appartenere contemporaneamente a luoghi lontanissimi.
Che la distanza geografica non coincide necessariamente con quella affettiva.
E che una famiglia può attraversare un oceano senza smettere di essere famiglia.
Due emisferi.
Un solo filo.
Una sola grande famiglia.

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