Maria ha fatto parte della mia vita fin da bambino.
Facevamo parte di quella piccola comunità di Piaggine che viveva al di là del ponte, il primo dei tanti che scavalcano il corso del Calore nella sua corsa verso il Sele, fino a confluire nel grande fiume nei pressi di Persano.
La sua casa paterna, dove la madre ha vissuto fino alla fine dei suoi giorni, era una delle ultime lungo la strada che per secoli avevano percorso greggi e pastori, andando e tornando dalla transumanza verso quella terra promessa distesa tra i due fiumi, Calore e Sele, una sorta di nostra piccola “Mesopotamia”.
Maria porta il cognome di mio nonno materno, “Cavallo”! questo testimonia una parentela oltre che un’amicizia ancorata nel tempo che fu …
Anche quando Maria si trasferì, come hanno fatto in tanti, tra gli anni ’60 e ’90 del secolo scorso, nell’appartamento del palazzo situato all’altro confine del paese, lungo la strada per Laurino, quel legame non si interruppe mai.
Non c’era giorno in cui trascurasse il dovere filiale di assistere la madre. Percorreva in senso inverso quella stessa strada che l’aveva portata a vivere dall’altra parte del paese, tornando ogni giorno verso la casa dalla quale era partita. Molto spesso, ritornando alla sua nuova casa, non mancava mai di allungare il percorso passando per S. Giuseppe e le “Coste” per passare a salutare mia madre Giuseppina, rimasta vedova, per sincerarsi che non avesse bisogno di qualcosa …
Accanto a lei ha vissuto Nicola, suo marito: muratore prima e contadino sempre, uno di quegli uomini per i quali il rapporto con la terra non è mai soltanto un lavoro, ma un modo di vivere.
Insieme hanno costruito la loro famiglia, cresciuto Franco, Antonella e Fabio e attraversato gli anni condividendo fatiche, affetti e quella quotidianità semplice che nei piccoli paesi finisce per intrecciare inevitabilmente la vita di una famiglia con quella di tutta la comunità.
Poi Maria ha dovuto progressivamente cedere il passo. I problemi di salute l’hanno costretta a ritirarsi dalla vita sociale e a rimanere sempre più confinata nell’appartamento dove ha continuato a vivere con Nicola.
Ma quando penso a lei non è questa l’immagine che mi viene incontro.
Ricordo Maria giovane, infaticabile e, nello stesso tempo, allegra.
Ricordo la sua parlata veloce e soprattutto il sorriso, quel sorriso accattivante che sembrava rivelare una gioia naturale di vivere e il piacere di rendersi utile agli altri.
Quando con Gina, rientrati da Varese, andavamo a cercarla anche solo per un breve saluto, era quasi impossibile sottrarsi alle sue premure. Avrebbe voluto offrirci tutto ciò che aveva.
E quando non poteva darci altro, restavano comunque il sorriso e l’affetto.
Negli ultimi tempi abbiamo evitato di insistere con le visite, proprio per rispetto delle sue condizioni di salute, continuando però a informarci su di lei. Poi si è aggiunto anche l’infortunio di Nicola, rendendo ancora più complicate quelle visite di cortesia che un tempo erano così naturali.
Ora che ripenso a Maria, preferisco perciò tornare indietro.
Alla ragazza e poi alla donna che attraversava il paese per raggiungere la madre.
Alla moglie di Nicola.
Alla mamma di Franco, Antonella e Fabio.
Alla sua voce veloce, alla disponibilità verso gli altri, a quel modo di accoglierti come se il tuo arrivo fosse sempre una piccola festa.
E soprattutto al suo sorriso.
Perché alla fine sono spesso queste le cose che restano di una persona: non i giorni difficili, non la malattia, ma un gesto, una voce, un modo di guardarti.
E ogni volta che ripenserò a quel ponte, alla strada e al Calore che attraversa Piaggine, ci sarà inevitabilmente anche un pezzo della mia memoria che continuerà a riportarmi a Maria.




