Il 4 e 5 dicembre l’Assemblea nazionale dell’Unione dei Comuni e degli Enti montani arriverà a Paestum per parlare di “intelligenza territoriale”, capitale umano e futuro delle montagne. Poco più di un anno fa Marco Bussone era ad Aquara per presentare il Rapporto Montagne Italia. Ma mentre convegni, programmi e parole d’ordine ritornano, nei paesi dell’interno continua a diminuire proprio ciò che dovrebbe essere al centro di ogni politica territoriale: gli abitanti.
C’è una domanda che nasce spontanea leggendo l’annuncio dell’Assemblea nazionale UNCEM in programma il 4 e 5 dicembre all’Hotel Ariston di Paestum:
perché proprio Paestum? E soprattutto, perché proprio il Cilento?
Il titolo scelto è impegnativo: “Intelligenza territoriale. Dal Mezzogiorno, la spinta verso Appennini e Alpi più unite. Capitale umano e capitale naturale insieme per il Paese”.

Vincenzo Luciano, presidente di UNCEM Campania e vicepresidente nazionale, annuncia che saranno i circa 200 sindaci dei Comuni montani della regione a presentare «il grande valore delle Comunità Montane e delle politiche territoriali sovracomunali».
Addirittura «un modello per l’Italia».
È proprio questa affermazione che rende inevitabile una verifica.
Perché un modello, prima di essere proposto agli altri, dovrebbe poter mostrare i risultati ottenuti nel territorio nel quale ha operato.
E il risultato più semplice da misurare, quando si parla di montagna e aree interne, è anche il più difficile da aggirare: quante persone vivevano nei nostri paesi venti o venticinque anni fa e quante ce ne vivono oggi?
Un anno fa Bussone era ad Aquara

Non è la prima volta che il presidente nazionale UNCEM, Marco Bussone, scende nel Cilento per parlare del futuro delle aree montane.
Nel luglio del 2025 era ad Aquara per presentare il Rapporto Montagne Italia. UNICO seguì quell’incontro e raccontò le prospettive delineate dall’UNCEM: nuove politiche, Green Community, servizi associati, risorse forestali, capacità dei Comuni di fare sistema.
Bussone portò anche dati che mostravano segnali di ripresa demografica in alcune montagne italiane.
Ma fece una precisazione che oggi vale la pena ricordare: il saldo positivo era molto più marcato al Nord e diminuiva progressivamente scendendo verso il Mezzogiorno; in Campania rimaneva ancora leggermente negativo.
Era già quello il campanello d’allarme.
Poco più di un anno dopo Bussone ritorna, questa volta non ad Aquara ma a Paestum, per un appuntamento nazionale ancora più importante.
Nel frattempo, però, il problema non è scomparso.
Anzi.

I paesi che circondano la sala del convegno
Basterebbe uscire dall’Hotel Ariston e allontanarsi di qualche decina di chilometri dalla costa per incontrare il problema nella sua concretezza.
Non come teoria, non come capitolo di un rapporto, ma come case chiuse, scuole con sempre meno bambini, negozi che scompaiono, popolazione anziana, giovani che studiano fuori e spesso non ritornano.
È il Cilento interno.
Sono gli Alburni.
È la valle del Calore e del Mingardo.
Sono i paesi adagiati sui pendii del Monte Stella.
Sono i borghi disseminati sulle pendici del Monte Bulgheria.
Sono decine di piccoli Comuni inseriti nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni che negli ultimi decenni hanno continuato a perdere residenti.
E questa volta non servono impressioni.

I numeri ci sono.
Nel confronto tra il censimento del 2001 e la popolazione residente alla fine del 2024, Valle dell’Angelo passa da 406 a 229 abitanti: -43,6%. Roscigno scende da 993 a 576: -42%. Piaggine da 1.775 a 1.081: -39,1%. Laurino da 1.950 a 1.209: -38%. Corleto Monforte da 764 a 481: -37%.
Non sono oscillazioni statistiche.
Sono pezzi consistenti di comunità scomparsi nell’arco di poco più di vent’anni.
Ma il dato forse più significativo emerge allargando lo sguardo agli ottanta Comuni del Parco.
I 13 Comuni litoranei, considerati complessivamente, tra il 2001 e il 2024 sono passati da circa 85.700 a 90.100 residenti: +5,1%.
I 67 Comuni interni, nello stesso periodo, sono scesi da circa 135.800 a 115.200 abitanti: -15,2%.
Una frattura impressionante.
E all’interno dello stesso Parco ci sono esempi che impediscono una lettura troppo semplicistica. Castellabate, il cui territorio ricade interamente nel Parco, cresce di circa il 12%; Ascea, anch’essa interamente compresa nell’area protetta, cresce di oltre l’8%.
Dunque non basta dire: più Parco significa più spopolamento.
La questione è più complessa e, proprio per questo, più interessante.
È soprattutto l’interno a perdere popolazione, mentre la fascia costiera dimostra una capacità di attrazione e di tenuta profondamente diversa.
E in diversi Comuni costieri bisognerà ancora verificare quanto questa tenuta complessiva nasconda una redistribuzione della popolazione dai vecchi centri collinari verso le frazioni marine.
Allora la domanda ritorna con maggiore forza.
Perché scegliere questo territorio per raccontare all’Italia un modello vincente senza mettere al centro dell’Assemblea proprio il suo più evidente elemento di crisi?
Ma cos’è questa “intelligenza territoriale”?
Forse, però, prima ancora di parlare di modello, bisognerebbe fermarsi proprio sul bel motto scelto per annunciare l’appuntamento:
“Intelligenza territoriale”.
Di che cosa si tratta?
Se significa conoscere i bisogni di una comunità, programmare opere capaci di ridurne l’isolamento e realizzarle in tempi compatibili con la vita delle persone, allora proprio il territorio che ospiterà l’Assemblea offre qualche elemento sul quale riflettere.
La Fondovalle Calore avrebbe dovuto rappresentare una delle grandi intuizioni infrastrutturali per accorciare le distanze tra l’interno e la Valle del Sele, avvicinare i paesi all’autostrada e rompere un isolamento che da decenni pesa sul loro sviluppo.
Un progetto nato alla fine degli anni Ottanta.
Eppure, dopo poco meno di quarant’anni, ciò che è stato effettivamente consegnato alla circolazione è un primo troncone di poco più di tre chilometri.
Una strada che ho percorso e raccontato più volte su queste pagine e che continuo a descrivere con una frase forse brutale, ma difficile da smentire:
«comincia nel nulla e finisce nel vuoto».
Non arriva ancora dove avrebbe dovuto arrivare e non svolge ancora quella funzione di collegamento per la quale era stata immaginata.
E allora qualche domanda diventa inevitabile.
Quasi quarant’anni per poco più di tre chilometri possono essere considerati un esempio di “intelligenza territoriale”?
E soprattutto:
questa storia non ci ha insegnato nulla?
Perché nel frattempo continuiamo a progettare nuove strade, nuovi assi, nuovi collegamenti verso l’autostrada, l’aeroporto e l’Alta Velocità.
Ben vengano.
Ma una infrastruttura destinata alle aree interne ha un valore soltanto se viene realizzata quando in quelle aree ci sono ancora comunità sufficientemente forti da poterla utilizzare.
Il rischio, altrimenti, è paradossale:
completare finalmente la strada quando il paese che avrebbe dovuto servire si è già svuotato.
Se “intelligenza territoriale” significa imparare dall’esperienza, forse sarebbe utile cominciare proprio da qui.
Paestum è una splendida vetrina
Naturalmente Paestum è una scelta perfettamente comprensibile sotto molti aspetti.
È facilmente raggiungibile, dispone di strutture ricettive adeguate, possiede un patrimonio archeologico conosciuto nel mondo ed è collocata in quel punto nel quale costa e aree interne possono idealmente incontrarsi.
Ma proprio per questo Paestum rischia di essere una splendida vetrina.
E una vetrina, per quanto bella, non dovrebbe impedire di guardare ciò che accade nel retrobottega.
A pochi chilometri dai Templi ci sono territori nei quali da decenni operano Comunità Montane, Comuni, Regione, Parco, consorzi, GAL e una lunga successione di strumenti di programmazione destinati proprio a sostenere le aree interne.
Sono arrivate risorse.
Sono stati elaborati progetti.
Sono stati organizzati convegni.
Sono stati sottoscritti protocolli.
Sono state annunciate infrastrutture.
Eppure gli abitanti hanno continuato ad andarsene.
Questo non significa attribuire all’UNCEM la responsabilità dello spopolamento né sostenere che tutto ciò che è stato realizzato sia inutile.
Significa però porre una domanda molto più semplice:
le politiche adottate hanno raggiunto il loro obiettivo fondamentale, quello di rendere possibile continuare a vivere nelle aree interne?
Prima delle parole, i risultati
A dicembre sentiremo parlare di capitale umano.
Benissimo.
Ma il capitale umano è costituito innanzitutto dalle persone che vivono nei territori.
Sentiremo parlare di capitale naturale.
Benissimo anche questo.
Ma la tutela di boschi, montagne, acqua e paesaggio può reggersi nel tempo senza comunità vive che continuino ad abitarli?
Sentiremo parlare, soprattutto, di “intelligenza territoriale”.
Ed è forse proprio questa la sfida più interessante.
Perché l’intelligenza non consiste nel continuare a ripetere ciò che si è sempre fatto.
Consiste nel capire ciò che non ha funzionato, misurarne gli effetti e avere il coraggio di cambiare strada.
Per questo l’Assemblea nazionale di Paestum può trasformarsi in un’occasione importante.
Ma a una condizione: che il Cilento non venga utilizzato soltanto come scenario del convegno, bensì come oggetto dell’analisi.
Si portino sul tavolo i numeri.
Comune per Comune.
Popolazione di ieri e popolazione di oggi.
Giovani rimasti e giovani partiti.
Scuole aperte e scuole chiuse.
Imprese nate e imprese scomparse.
Servizi mantenuti e servizi perduti.
Infrastrutture progettate e infrastrutture realmente completate.
Risorse investite e risultati ottenuti.
E magari si parta proprio da quei cinque numeri: -43,6%, -42%, -39,1%, -38%, -37%.
Poi si guardi alla Fondovalle Calore: un progetto che attraversa quasi quarant’anni di storia e del quale oggi è percorribile soltanto un primo troncone di poco più di tre chilometri.
Dopo di che si potrà discutere seriamente di modello.
Altrimenti rischieremo di assistere ancora una volta al paradosso di un grande convegno nazionale dedicato al futuro della montagna organizzato a pochi chilometri da paesi che continuano silenziosamente a svuotarsi.
E allora la domanda con la quale siamo partiti resterebbe senza risposta:
perché proprio il Cilento?
Forse perché può essere davvero un laboratorio di “intelligenza territoriale”.
Ma soltanto se si avrà il coraggio di cominciare dagli insuccessi, prima ancora che dai modelli da esportare.
#UNCEM #Paestum #Cilento #AreeInterne #Spopolamento #MarcoBussone #ComunitàMontane #IntelligenzaTerritoriale #FondovalleCalore #Alburni #ParcoCilento #Borghi #Demografia #SviluppoLocale #Campania #UNICOSettimanale




