EZECHIELE 33,7-9; ROMANI 13,8-10; MATTEO 18,15-20
Si è soliti ritenere che la Parola di Dio debba essere un riferimento soltanto per le questioni religiose; invece, gli insegnamenti della Bibbia sono validi per tutte le esperienze, rivelandosi forza vivificante nella vita del singolo, nelle relazioni familiari e nella comunità.
La liturgia della Parola di oggi ne costituisce un convincente esempio. Impegnati a comprendere il contesto nel quale viviamo, siamo invitati a confrontarlo con la volontà di Dio, come hanno fatto i profeti, chiamati a manifestare al popolo i disegni del Signore. Perciò non esitavano a richiamare gli Israeliti disobbedienti, praticando quella correzione fraterna che consolidava la speranza nella terra promessa e nel Messia.
La giustizia cementa la solidarietà umana, coinvolgendo il giusto e il prevaricatore, i buoni e i cattivi. Chi si percepisce nel giusto deve preoccuparsi del fratello perché prevalga il bene. Nella seconda lettura Paolo esorta: «Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole». Essere cristiani comporta quindi l’impegno a collaborare al bisogno di salvezza che alberga in ognuno di noi, premura che deve spingere anche alla reciproca correzione per aiutare chi è caduto nell’errore.
Nel brano evangelico Matteo, sempre prodigo di concreti suggerimenti per orientare la comunità, presenta la correzione fraterna come strumento per promuovere e consolidare unità e concordia. Il rimprovero al fratello va fatto con discrezione e delicatezza; se non ascolta, si ricorre alla presenza di uno o due testimoni e, successivamente, alla comunità.

Non si tratta di condannare, ma di recuperare il fratello. «Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello»: è questa la finalità dell’intero percorso indicato da Gesù. Il primo passo nasce dalla disponibilità a riconoscere l’altro come fratello e ad aprire un dialogo, superando l’ostile mutismo che spesso accompagna un’offesa.
Il perdono cristiano, che Gesù approfondirà subito dopo rispondendo alla domanda di Pietro, non è semplice emozione, ma scelta concreta. È frutto di un percorso capace di superare l’istinto della rivalsa e di ricucire la trama delle relazioni tra persone e comunità.
Anche quando l’altro non ascolta, non deve essere considerato semplicemente uno scarto. Gesù affida alla comunità una grande responsabilità quando afferma: «Tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo». E subito aggiunge una promessa straordinaria: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
La comunità cristiana non nasce dunque dall’assenza dei conflitti, ma dalla capacità di affrontarli senza distruggere il fratello.
Gesù è venuto a portare a compimento la Legge, conferendole pienezza di senso nella libertà della coscienza e nella preminenza dell’amore. Le leggi volute da Dio indicano come rispettarsi e accettarsi vicendevolmente per vivere insieme ed essere felici.
Oggi si critica spesso la morale giudeo-cristiana, fondamento anche delle leggi della Chiesa. Ma essa è stata vivificata dal soffio liberatore di Cristo e dal dono dello Spirito Santo. Il Vangelo non propone un elenco di leggi supplementari né è un trattato di morale: è un appello a vivere secondo coscienza, praticando le Beatitudini ed esaltando la dignità dei figli di Dio.
Per aiutare a vivere secondo questo modello la Chiesa elabora le sue norme, ricordando però che una sola è la legge assoluta: saper amare come Cristo.
Così la Chiesa diventa segno della presenza di Dio: un ruolo e una funzione di cui il mondo ha urgente bisogno.
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