Ad Albanella un impianto già funzionante che può diventare un modello
Per anni il tema dello smaltimento dei reflui provenienti dagli allevamenti bufalini è stato uno degli argomenti più delicati della Piana del Sele e, più in generale, dell’intero comparto zootecnico campano.
Da una parte un settore produttivo che rappresenta una delle eccellenze dell’agroalimentare italiano; dall’altra la necessità di gestire correttamente enormi quantità di liquami e sottoprodotti zootecnici, evitando ricadute ambientali sui terreni agricoli, sui corsi d’acqua e sulla qualità della vita delle comunità locali.

D’altro canto, in Pianura Padana, gli allevamenti bovini che producono latte destinato ai rinomati formaggi Parmigiano Reggiano e Grana Padano hanno già da anni intrapreso percorsi evolutivi che consentono di trasformare i reflui in una risorsa economica, generando reddito e riducendo al minimo i problemi legati allo smaltimento.
Eppure, tra Pontecagnano, Battipaglia, Eboli e Capaccio Paestum sono allevate oltre 300 mila bufale, patrimonio straordinario per l’economia agricola campana ma anche fonte di una complessa sfida ambientale e gestionale.
La direzione da seguire è già stata indicata dalla Regione Campania che, con il Decreto Dirigenziale n. 644 del 30 ottobre 2023, ha approvato il terzo bando relativo agli “Investimenti finalizzati all’abbattimento del contenuto di azoto e alla valorizzazione agronomica dei reflui zootecnici”.

L’obiettivo è chiaro: ridurre progressivamente il ricorso allo smaltimento per dispersione e promuovere sistemi capaci di valorizzare i reflui all’interno di un ciclo produttivo sostenibile.
Ad Albanella, una possibile risposta è già diventata realtà.
Da problema ambientale a risorsa energetica
L’impianto di Bioenergy Albanella, realizzato nel cuore del distretto bufalino della Piana del Sele, nasce proprio con l’obiettivo di trasformare un problema ambientale in una risorsa economica e produttiva.
Il principio è semplice quanto innovativo: gli effluenti zootecnici provenienti dagli allevamenti vengono trattati attraverso processi di digestione anaerobica e trasformati in biometano e concime organico di qualità.
Si tratta di un esempio concreto di economia circolare applicata all’agricoltura.

I reflui non vengono più considerati un rifiuto da smaltire, ma una materia prima da valorizzare. Il biometano prodotto può essere utilizzato come fonte energetica rinnovabile, mentre il digestato opportunamente trattato viene trasformato in fertilizzante naturale destinato ai terreni agricoli.
Una filiera integrata
Secondo i promotori del progetto, gli impianti realizzati tra Albanella e Serre coinvolgono oltre settanta aziende agricole del territorio e rappresentano uno dei primi esempi italiani di piattaforma integrata “a rifiuti zero”, capace di collegare la filiera bufalina, quella ortofrutticola e l’economia energetica in un unico ciclo produttivo.
I numeri aiutano a comprendere la portata dell’iniziativa.
Gli impianti sono stati progettati per trasformare migliaia di tonnellate di reflui zootecnici in biometano liquefatto e compost certificato, contribuendo contemporaneamente alla riduzione del rischio di accumulo di nitrati nei terreni e alla diminuzione della dipendenza dai combustibili fossili.
Particolarmente significativo è il dato relativo alla tutela ambientale.
Secondo quanto illustrato dai promotori e dalle organizzazioni agricole che hanno sostenuto il progetto, il trattamento dei reflui consentirebbe di ridurre sensibilmente il ricorso allo spandimento diretto sui terreni, una delle principali criticità che negli anni ha alimentato tensioni tra esigenze produttive e tutela dell’ambiente.
Un modello replicabile?
Naturalmente, come ogni grande infrastruttura, anche questo progetto non è stato immune da polemiche e contestazioni, che fanno parte del normale confronto tra istituzioni, cittadini e soggetti privati.

Tuttavia, al netto delle vicende amministrative e delle differenti posizioni, resta un dato difficilmente contestabile: oggi esiste sul territorio una tecnologia capace di affrontare concretamente il problema dei reflui bufalini trasformandolo in energia rinnovabile e fertilizzante naturale.
La vera domanda, allora, non è se il problema esista.
La vera domanda è se il modello avviato nella Piana del Sele possa essere ulteriormente sviluppato e replicato anche in altre aree caratterizzate da una forte presenza zootecnica.
Perché la sfida ambientale non si vince soltanto imponendo divieti o moltiplicando controlli.
Si vince soprattutto quando si riesce a trasformare uno scarto in una risorsa e un costo in un’opportunità.
Ad Albanella qualcuno ha già provato a farlo.
E forse proprio da qui potrebbe partire una riflessione più ampia sul futuro sostenibile della filiera bufalina campana.
Perché il biometano non risolve da solo tutti i problemi, ma dimostra che una strada alternativa esiste già. E quando una soluzione funziona, il passo successivo non dovrebbe essere discutere se adottarla, ma capire come estenderla.
Una sfida che riguarda tutti
La gestione dei reflui zootecnici non è una questione che riguarda soltanto gli allevatori. Coinvolge l’ambiente, la qualità delle acque, la fertilità dei terreni, la salute dei cittadini e la capacità del territorio di conciliare sviluppo economico e sostenibilità.
Per questo motivo esperienze come quella di Albanella meritano di essere osservate senza pregiudizi ideologici, valutandone concretamente risultati, criticità e potenzialità.
Se davvero la Campania vuole continuare a essere la patria della Mozzarella di Bufala Campana DOP, dovrà inevitabilmente affrontare anche il tema della sostenibilità della filiera.
Trasformare un problema in una risorsa non è soltanto una scelta tecnologica. È una scelta culturale.
Ed è forse questa la lezione più importante che arriva oggi dalla Piana del Sele.




