La storiografia legata al Mezzogiorno d’Italia e, nello specifico, alla macro-area cilentana, si arricchisce di un capitolo basilare che ridefinisce i canoni della monografia territoriale rurale.
Il saggio “Il Convento dei Frati Cappuccini di Centola. 400 anni di storia. Tra Fondazione, Soppressioni e Retrocessione” (co-edito dall’Associazione “Progetto Centola” e dal Gruppo “Mingardo/Lambro/Cultura”, Amazon, 2026, pp. 309) firmato a quattro mani da Giuseppe Lupo ed Ezio Martuscelli supera le strettoie della mera erudizione documentaria in virtù dell’identità intellettuale dei suoi autori. Se la prosa si avvale del rigore filologico di Giuseppe Lupo (già docente di Lettere e dirigente scolastico di formazione federiciana), l’architettura logico-interpretativa risente in modo decisivo dell’impronta metodologica di Ezio Martuscelli. Chimico di fama internazionale, già direttore d’istituto del CNR, Martuscelli applica allo scavo storico lo stesso principio analitico che ha guidato la sua lunghissima carriera di scienziato. Noto per la sua imponente produzione saggistica dedicata alla diaspora e all’epopea dei flussi migratori del Basso Cilento (Cilento Terra Matrigna, Dal Cilento alla Pennsylvania, Dalle Campagne del Cilento alle miniere di Hazleton in Pennsylvania, L’emigrazione nel Cilento tra diaspora e ritorno possibile, Patrimonio Culturale del Cilento Antropologia Storia e Religiosità nei Viaggi della memoria…), Martuscelli non legge il monastero del Serrone come un guscio sacro isolato, ma come un centro vivo di relazioni umane e un punto di collegamento fondamentale. Nel fare questo, utilizza una metodologia innovativa che unisce le conoscenze scientifiche ed economiche alla storia locale e allo studio dei luoghi.
L’apporto della mentalità analitico-peritale di Martuscelli emerge con splendore interpretativo nella sezione del volume interamente dedicata alle aree esterne di pertinenza del plesso e al monumentale acquedotto di San Leonardo. Gli autori studiano il sistema idrico monastico scomponendolo nei suoi singoli elementi. Attraverso la trascrizione del rogito notarile dell’11 luglio 1842, il volume mappa il ciclo dell’acqua: la captazione dalle sorgenti del monte San Basilio, il superamento dei dislivelli tramite la condotta sopraelevata in embrici e cotto, e la confluenza terminale nella vasca del sagrato e nella monumentale cisterna del chiostro. Il Convento cessa così di essere un avamposto puramente contemplativo e viene decodificato come un polo di sussistenza agraria rurale, capace di negoziare la gestione dei fluidi vitali con la municipalità borbonica per garantire la salute pubblica dell’intera cittadinanza di Centola. Il contrasto, documentato con telerilevamento satellitare aggiornato al 2025, tra l’antico isolamento e la saturazione urbanistica della Contrada Giardine, trasforma queste pagine in un prezioso e severo atto d’accusa contro la mutilazione delle costruzioni seicentesche operata dall’antropizzazione contemporanea.
La validazione scientifica del saggio è retta da un imponente apparato di documenti inediti estratti dall’archivio privato della Famiglia Lupo. In particolare, l’opera si impone per un’accurata applicazione della sfragistica e della diplomatica ecclesiastica. Gli autori analizzano le bolle di nomina dei Sindaci Apostolici, le figure laiche che gestivano i flussi di denaro per conto dei frati mendicanti, a partire dal concordato borbonico del 1818 fino alla metà dell’Ottocento.
L’esame del sigillo impresso sulla patente di don Francesco Lupo e sul riconoscimento dello ius sepulturae del 1683 svela una complessa semiotica araldica sacra. Martuscelli e Lupo isolano il motto del sigillo ovale generale «Principatus super humerum eius» e l’incrocio delle mani recanti i segni delle stimmate, il Conformitas francescano, interpretando la cera d’archivio come un codice araldico in cui la geometria del sigillo si fa manifesto identitario impresso sulla materia. Il legame biologico e funerario della dinastia dei Lupo con la fossa gentilizia della navata, documentato dal 1624 al 1627 svela i fili sotterranei del patronato agrario cilentano, capace di proteggere i frati dall’eversione dell’ asse ecclesiastico statale.
Uno dei momenti più alti del volume risiede nel capitolo incentrato sulla figura dell’umanista scozzese Craufurd Tait Ramage e sulla sua storica visita al monastero nell’estate del 1828. Gli autori compiono un’audace operazione intertestuale, incrociando le pagine di diario del viaggiatore straniero, The Nooks and By-ways of Italy, con le drammatiche sentenze penali emesse dai tribunali borbonici a seguito dei Moti del Cilento del 1828. Il saggio rivela un’incredibile verità prosopografica: lo “straniero a piedi” menzionato dai verbali di polizia per aver incontrato segretamente il martire liberale Teodosio De Dominicis a Velia era proprio Ramage. L’ospitalità che i frati offrirono allo scozzese nel refettorio del Serrone, e il successivo pranzo a casa di don Francesco Lupo, cognato dello stesso De Dominicis, strappano il diario odeporico alla sua dimensione bucolica per rivelarne la natura di documento cospirativo sotterraneo. La descrizione della biblioteca monastica, liquidata da Ramage come un cimitero di testi teologici in disordine, assume una spiccata valenza storica, offrendo la prova del trauma intellettuale provocato dalle precedenti razzie napoleoniche del 1809.
Le competenze degli autori sulla storia sociale si fondono per narrare la straordinaria metamorfosi funzionale del Convento nel Novecento. Spezzata la vita claustrale dalle leggi eversive sabaude del 1866, le cellette della Controriforma tridentina e i corridoi che avevano ospitato i lazzaretti e i profughi della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, inclusi gli sfollati istriani e di Anzio, subiscono una luminosa rifunzionalizzazione democratica e civile. A partire dal 1946, grazie al patto istituzionale tra il Comune e il parroco don Domenico Caputo, l’edificio si trasforma nell’Asilo infantile delle Suore Francescane Figlie di S. Antonio e, successivamente, nelle aule della Scuola Elementare sussidiata. Il saggio ricrea l’universo quotidiano di una gioventù contadina afflitta da un analfabetismo rurale superiore al 90%. I dettagliati richiami agli oggetti didattici (il banco biposto in legno, il calamaio a incasso, il fiocco nero), e ai giochi di strada come mazza e pizzu, mascolino, battimuro, unitamente alla presenza formativa esercitata da maestri-custodi del calibro dello storico insegnante Gaetano Speranza mostrano una scuola al Convento, attiva fino alla metà degli anni ’70, lucidamente letta dagli autori non come una profanazione dello spazio sacro, bensì come il suo più alto compimento civile: il monastero edificato per assistere gli ultimi delle campagne nel Seicento spalanca le sue porte nel Novecento per garantire il diritto costituzionale allo studio e all’emancipazione.
Il volume si chiude assumendo la statura di un manifesto per il turismo sostenibile e la tutela integrata del Cilento meridionale Attraverso un imponente apparato di riferimenti ipertestuali e rimandi digitali a piattaforme scientifiche, Lupo e Martuscelli offrono alla comunità scientifica un’opera aperta in cui la precisione matematica dello scienziato dialoga mirabilmente con la parola del filologo. La proposta finale di convertire il plesso di San Francesco in un moderno “Centro di Studi” territoriale definisce il senso profondo dell’operazione culturale del quadricentenario: sottrarre la pietra del Serrone all’incuria edilizia e al degrado biologico contemporaneo per consegnarla, viva e parlante, alla memoria e al riscatto civile delle future generazioni del Mezzogiorno.
ANTONELLA CASABURI





1 commento
Un ottimo e intelligente lavoro di sintesi, concluso da un auspicio di rivitalizzazione della memoria attraverso la salvaguardia di ciò che resta…Onore agli Autori dell’opera in oggetto, e plauso alla giornalista che dimostra quanto possa l’intelligenza d’amore….