Da Rofrano all’Australia a otto anni, senza conoscere una parola d’inglese. Dalla seconda elementare ripartì da zero, arrivando fino alla laurea in architettura e a una lunga carriera professionale nello Stato di Victoria
«Avevo otto anni quando sono partito dall’Italia. Era il 1960».
Un’età in cui i ricordi sono ancora nitidi, ma hanno la leggerezza dell’infanzia.
Per Aldo Ventieri, nato a Rofrano, il viaggio verso l’Australia comincia così: da bambino, con appena la seconda elementare alle spalle, senza conoscere l’inglese e con una famiglia che, come tante in quegli anni, si era trasferita dall’altra parte del mondo un pezzo alla volta.

La sua storia, però, prende presto una direzione particolare.
Perché nella vita di Aldo lo studio farà la differenza.
Dal bambino che comunicava «con i segni» nascerà un architetto, prima dipendente del Ministero dei Trasporti dello Stato di Victoria e poi libero professionista.
Rofrano, la scuola e gli animali
Dell’Italia di quegli anni Aldo conserva pochi ricordi.
Ma sono essenziali.
La scuola.
Gli animali.
La campagna.
E soprattutto una libertà che oggi sembra appartenere a un altro mondo.
«Ricordo che io e mio fratello andavamo a scuola due o tre ore, poi andavamo con le pecore e le capre. Eravamo liberi, non c’erano cancelli. Avevo fatto la seconda elementare quando siamo partiti».
È il ritratto di un’infanzia contadina nel Cilento degli anni Cinquanta, quando anche i bambini partecipavano naturalmente alla vita e al lavoro della famiglia.
Un mondo povero di molte cose, ma ricchissimo di spazi aperti.
Poi arriva la partenza.
Una famiglia emigrata a tappe
La storia dei Ventieri è quella di molte famiglie dell’emigrazione italiana.
Non si partiva necessariamente tutti insieme.
Si andava avanti un componente alla volta, fino a completare il ricongiungimento.
«Mio padre era venuto nel 1958. Poi mia sorella e mio fratello, Giuseppe e Maria, nel ’59. Dopo siamo arrivati noi: mia madre Carmela, mio fratello Antonio, mia sorella Felicetta e io, che ero il più piccolo. C’era anche un fratello più grande, Pasquale, che faceva il militare e arrivò dopo».
Il padre trovò lavoro nelle ferrovie australiane.
La madre continuò invece a svolgere quel ruolo che aveva sempre avuto anche a Rofrano: essere il centro silenzioso della casa.

«Mia madre è sempre rimasta in casa, a fare la mamma, come a Rofrano: cucinare, tenere la famiglia».
Da quel primo nucleo sarebbe nata negli anni una famiglia enorme.
«I nipoti sono, forse, trenta, e altri venti sono i pronipoti».
Numeri che raccontano meglio di tante parole quanto lontano sia arrivato il ramo australiano della famiglia Ventieri.
Settanta, ottanta persone per ritrovarsi
E il senso della famiglia non si è perso.
Per anni, dopo Natale, è rimasta la consuetudine di un grande incontro collettivo.
«Arriviamo a settanta-ottanta persone. Prima andavamo alla spiaggia, a Portsea, poi abbiamo trovato parchi più vicini alle case. Adesso è più difficile perché ognuno ha la sua famiglia».
È l’immagine concreta di una comunità familiare che si è moltiplicata e distribuita sul territorio, ma continua a cercare occasioni per riconoscersi.
La prima generazione partì da un piccolo paese cilentano.
Le successive sono cresciute in Australia.
Eppure, quando si ritrovano, quell’albero genealogico torna per qualche ora a ricomporsi.
«Non parlavo inglese. Parlavo con i segni»
Per Aldo l’arrivo in Australia significò innanzitutto affrontare la scuola.
Aveva otto anni.
Aveva frequentato soltanto la seconda elementare.
E non conosceva una parola d’inglese.
«Non parlavo inglese, parlavo con i segni. Ho ricominciato dalla seconda».
È forse qui che la sua storia comincia davvero a differenziarsi.
Per tanti ragazzi dell’emigrazione arrivati poco più grandi di lui la scuola durò poco. Le necessità familiari e le difficoltà linguistiche li portarono rapidamente nel mondo del lavoro.
Aldo, invece, continua.
Impara la lingua.
Prosegue gli studi.
Frequenta le superiori.
Poi arriva all’università.
«Ho fatto le superiori e sei anni di architettura all’università».
Il bambino che poche stagioni prima comunicava con i gesti era diventato uno studente universitario australiano.

Lo studio aveva cambiato la traiettoria dell’emigrazione.
L’Europa vista da studente
Nel suo percorso formativo arriva anche un ritorno nel continente che aveva lasciato da bambino.
Questa volta non è il viaggio dell’emigrante.
È quello dello studente di architettura.
«Un anno tra Italia, Inghilterra e Francia. Eravamo circa centocinquanta studenti di architettura, viaggio a spese nostre, ospitati nelle università».
È un ritorno completamente diverso.
Aldo non rientra più nel vecchio continente come il bambino partito da Rofrano.
Ci torna con una formazione, una professione che sta prendendo forma e uno sguardo ormai internazionale.
L’Europa non è più soltanto il luogo delle origini.
Diventa anche parte del suo percorso professionale.
Architetto per lo Stato di Victoria
Terminati gli studi, Aldo entra nel mondo del lavoro.
Questa volta non in fabbrica, non in ferrovia, non nei tanti lavori manuali attraverso i quali erano passati molti emigrati italiani.
La laurea gli apre un’altra strada.
«Ho lavorato per il Ministero dei Trasporti dello Stato di Victoria: progettavamo e controllavamo stazioni ferroviarie».
C’è quasi un curioso ricongiungimento tra generazioni.
Il padre aveva lavorato nelle ferrovie.
Il figlio, grazie allo studio, finisce a progettare e controllare le stazioni ferroviarie.
Lo stesso mondo, visto però da due prospettive completamente diverse.
È probabilmente una delle immagini più forti della sua storia.
L’emigrazione del padre aveva garantito alla famiglia un futuro.
L’istruzione consente al figlio di trasformarlo.
Poi lo studio professionale
Dopo l’esperienza nel settore pubblico, Aldo decide di mettersi in proprio.
Apre uno studio insieme ad altri tre architetti.
Successivamente i percorsi professionali si separano.
«Dopo qualche anno sono rimasto solo e da allora ho sempre lavorato in proprio».
E quando gli chiediamo se il lavoro sia mai mancato, risponde con la consueta sobrietà:
«No, lavoro non me n’è mai mancato».
Una frase semplice.
Ma dietro ci sono decenni di professione, clienti, progetti, responsabilità e quella continuità che rappresenta probabilmente il risultato più concreto di tutto il percorso cominciato da bambino.
Alle figlie la libertà di scegliere
Le figlie non hanno seguito la strada paterna.
Ma Aldo non sembra aver vissuto questa scelta come una delusione.
«Le mie figlie non hanno studiato architettura. Non le ho forzate: dovevano fare ciò che piaceva a loro. La professione oggi è molto cambiata».
Anche qui c’è un passaggio generazionale significativo.
I genitori di Aldo erano partiti cercando soprattutto sicurezza.
Lui aveva utilizzato lo studio per costruire una professione.
Alle figlie ha potuto lasciare qualcosa che la prima generazione di emigrati aveva raramente posseduto:
la libertà di scegliere.
Rofrano continua a essere il punto di partenza
Aldo è tornato in Italia tre volte.
L’ultima, racconta, nel giugno dello scorso anno.
«Sicilia, poi il mio paese, Rofrano, e città come Firenze, Bologna, Milano, Verona».
Anche dopo una vita costruita in Australia, Rofrano resta “il mio paese”.
Due parole che raccontano un’appartenenza resistente al tempo.
Perché si può essere perfettamente integrati nella società australiana, studiare, lavorare, costruire famiglia e professione dall’altra parte del mondo e continuare a riconoscere in un piccolo paese del Cilento il punto da cui tutto è cominciato.
«Ci sono colline e valli»
Alla fine gli chiediamo di riassumere la propria vita.
Aldo non cerca parole solenni.
La definisce:
«Lineare, ma con problemi come tutti. Ci sono colline e valli: dipende da come le affronti».
Forse è proprio questa la frase che meglio racconta l’uomo.
La sua vita, vista da fuori, potrebbe sembrare una lunga traiettoria ascendente.
Rofrano.
L’emigrazione.
Una lingua sconosciuta.
La scuola ricominciata.
Le superiori.
L’università.
La laurea.
Il Ministero.
Lo studio professionale.
Ma Aldo sa che nessuna vita procede davvero in linea retta.
Ci sono colline.
Ci sono valli.
Conta come le attraversiamo.
E la storia di Aldo Ventieri dimostra soprattutto una cosa: per una generazione di figli dell’emigrazione, poter continuare a studiare ha significato cambiare il proprio destino.
Il padre lavorava sulle ferrovie.
Il figlio è arrivato a progettare le stazioni.
In mezzo ci sono l’Australia, la scuola, sei anni di università e la volontà di non fermarsi davanti a una lingua che, a otto anni, non riusciva neppure a comprendere.
Era partito da Rofrano con la seconda elementare.
È diventato architetto a Melbourne.
Lo studio, questa volta, ha fatto davvero la differenza.
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