Del Cilento parlano tutti. Se ne parla quando si promuovono paesi, borghi e spiagge, quando si raccontano prodotti tipici, sentieri, montagne e tradizioni, ma anche quando si affrontano questioni decisive per il futuro delle aree interne, come lo spopolamento, la mancanza di lavoro, i servizi e le opportunità di sviluppo. Eppure basta fare una domanda apparentemente semplice per scoprire che dietro una parola che sembra chiarissima si nasconde una questione storica e geografica molto più complessa: dove comincia e dove finisce davvero il Cilento?
Provare a tracciarne i confini su una carta geografica significa accorgersi quasi subito che le risposte possono cambiare, non necessariamente perché una sia corretta e tutte le altre sbagliate, ma perché nel corso della storia il nome Cilento è stato utilizzato per indicare territori di diversa estensione. Il Cilento storico, le successive accezioni geografiche, il territorio raccontato oggi dalla promozione turistica e quello compreso nel Parco Nazionale non coincidono perfettamente, ed è proprio dalla sovrapposizione di queste diverse dimensioni che nasce buona parte della confusione.
Per comprendere il problema bisogna inevitabilmente tornare indietro nel tempo, perché il nucleo storico più antico del Cilento era molto più ristretto rispetto al vasto territorio che oggi viene frequentemente associato a questo nome. Il riferimento fondamentale è rappresentato dall’area del Monte Stella e dell’Alento, attorno alla quale si sviluppò quello che viene generalmente considerato il cuore storico del Cilento.
Anche l’origine del nome merita attenzione, proprio perché racconta quanto sia complessa la storia di questo territorio. Una delle interpretazioni tradizionali, documentata e ripresa nel tempo da numerosi studiosi, riconduce Cilento all’espressione Cis Alentum, cioè “al di qua dell’Alento”. Si tratta di un’ipotesi molto conosciuta e radicata nella storiografia locale, ma non dell’unica spiegazione proposta: nel tempo sono state avanzate altre interpretazioni linguistiche e toponomastiche. È quindi più corretto considerare Cis Alentum una delle principali chiavi interpretative dell’origine del nome, evitando di trasformare una questione discussa in una certezza assoluta.
Al di là dell’etimologia, il punto fondamentale è un altro: il Cilento delle origini non coincideva con l’intero territorio che oggi viene comunemente identificato con questo nome. Sarebbe però altrettanto sbagliato pensare che l’ampliamento del suo significato sia soltanto un fenomeno recente, nato con il turismo o con l’istituzione del Parco Nazionale, perché già nel corso della storia il termine Cilento è stato utilizzato anche per indicare territori più estesi rispetto al nucleo originario, seguendo trasformazioni politiche, amministrative, geografiche e culturali.
Più che immaginare un confine rimasto immutabile nei secoli, è quindi necessario pensare a una lunga evoluzione durante la quale il significato territoriale della parola Cilento si è modificato, adattato e ampliato, senza necessariamente seguire un percorso lineare e senza produrre in ogni epoca una delimitazione unica e universalmente riconosciuta. È proprio questa stratificazione storica a spiegare perché ancora oggi possano convivere definizioni differenti senza che una debba necessariamente cancellare tutte le altre.
Quando oggi si parla di Cilento, infatti, il nome viene frequentemente associato a Paestum, Agropoli, Castellabate, Acciaroli, Palinuro, Marina di Camerota e al Golfo di Policastro, ma richiama contemporaneamente montagne, piccoli borghi dell’interno, sentieri, boschi, vallate e territori situati anche a notevole distanza dal mare. Questa percezione contemporanea è il risultato di una storia lunga, alla quale si sono aggiunti negli ultimi decenni la crescita della promozione turistica, la valorizzazione delle aree interne e l’affermazione di un’immagine territoriale sempre più ampia.
In questo quadro, Paestum può essere considerata una delle grandi porte settentrionali del Cilento, soprattutto per chi proviene dalla Piana del Sele e procede verso sud. La sua posizione la rende un punto di passaggio naturale verso Agropoli, Castellabate, il Monte Stella e il cuore del territorio cilentano, dal quale è poi possibile proseguire lungo la costa oppure dirigersi verso le aree interne.
Definire Paestum “porta del Cilento”, tuttavia, non significa stabilire proprio lì il punto esatto nel quale cominciava il Cilento storico, né tracciare un confine che sia rimasto identico nel corso dei secoli. La definizione assume soprattutto un significato geografico, territoriale e turistico contemporaneo: descrive efficacemente un ingresso da nord verso il Cilento, ma non deve essere trasformata in una frontiera storica che le fonti non consentono di individuare con la stessa precisione.
Questa distinzione è importante perché permette di comprendere una delle caratteristiche fondamentali del Cilento: esiste un nucleo storico riconoscibile, ma attorno ad esso il significato territoriale del nome si è progressivamente articolato, fino a comprendere nell’uso contemporaneo una realtà molto più vasta.
Ed è soprattutto spostandosi dalla costa verso l’interno che la questione dei confini diventa ancora più interessante. Incontriamo il Cervati, gli Alburni, la Valle del Calore, il Vallo di Diano, il Bussento e altre aree profondamente collegate tra loro, ma caratterizzate anche da proprie identità geografiche, storiche e culturali. È proprio in questi territori di contatto che una linea netta sulla carta rischia di semplificare una realtà costruita nei secoli attraverso relazioni, scambi, percorsi, economie e appartenenze differenti.
A rendere ancora più articolata questa percezione può avere contribuito anche l’affermazione del Parco Nazionale e l’utilizzo sempre più frequente della sua denominazione nella comunicazione territoriale e turistica. Nel linguaggio comune capita infatti che Cilento e territorio del Parco vengano considerati quasi equivalenti, mentre i due concetti devono essere distinti.
La storia istituzionale dell’area protetta aiuta a comprenderlo con maggiore precisione. Con la legge quadro sulle aree protette n. 394 del 6 dicembre 1991, il legislatore individuò tra i parchi nazionali il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Il passaggio successivo arrivò con il decreto del Presidente della Repubblica del 5 giugno 1995, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 4 agosto dello stesso anno, con il quale venne formalmente istituito l’Ente Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano.
È una distinzione cronologica importante: il 1991 rappresenta quindi un passaggio legislativo fondamentale nel riconoscimento del Parco, mentre il 1995 è l’anno del decreto istitutivo dell’Ente Parco. Confondere le due date significherebbe semplificare un percorso istituzionale che si sviluppò attraverso atti differenti.
Un’altra tappa fondamentale arrivò nel 2011. La legge n. 137 del 18 luglio 2011, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale l’11 agosto ed entrata in vigore il 26 agosto, stabilì che si procedesse alla modifica della denominazione del Parco e dell’Ente Parco introducendo il riferimento agli Alburni. Il provvedimento venne concretamente attuato con il decreto del Ministro dell’Ambiente del 21 dicembre 2011, successivamente pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 3 gennaio 2012, che modificò ufficialmente la denominazione da “Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano” a “Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni”.
Questa ricostruzione cronologica consente anche di evitare un altro possibile equivoco: non è corretto affermare semplicemente che “nel 2011 nacque il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni”, perché il Parco e il suo Ente avevano una storia precedente. Nel 2011 venne approvata la legge che dispose il cambiamento della denominazione e il decreto ministeriale del 21 dicembre dello stesso anno ne diede attuazione.
Non è soltanto una questione di nomi o di date. La denominazione attuale contiene esplicitamente tre riferimenti territoriali — Cilento, Vallo di Diano e Alburni — riuniti all’interno dello stesso grande sistema di tutela ambientale. Il Parco comprende 80 comuni e si estende per 181.048 ettari nella parte meridionale della provincia di Salerno, mettendo in relazione costa, montagne, vallate, corsi d’acqua, aree archeologiche, paesi, borghi e paesaggi profondamente differenti.
È quindi necessario distinguere due concetti che nella comunicazione quotidiana finiscono spesso per sovrapporsi: appartenere al Parco Nazionale non significa automaticamente appartenere al Cilento storico in senso stretto. Il perimetro di un’area protetta risponde infatti a criteri istituzionali, ambientali e territoriali che non possono essere utilizzati da soli per ricostruire l’estensione di un territorio storico formatosi nel corso dei secoli.
Gli Alburni rappresentano uno degli esempi più significativi. Oggi vengono frequentemente associati al Cilento, soprattutto nella comunicazione turistica e territoriale, e questa associazione è comprensibile perché condividono con esso il grande sistema del Parco, itinerari, risorse naturali, progetti, problemi e opportunità. Parlare degli Alburni significa però riconoscere contemporaneamente un’area geografica dotata di caratteristiche e identità proprie, che non ha bisogno di perdere il proprio nome per partecipare a una strategia territoriale più ampia.
Roscigno rende particolarmente chiaro questo intreccio. Il comune appartiene al Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni e viene frequentemente associato al grande territorio cilentano, ma una descrizione geografica più precisa deve tenere conto anche della sua collocazione nell’area degli Alburni. Le diverse definizioni possono convivere quando viene chiarito il significato con cui vengono utilizzate, mentre diventano problematiche quando il Cilento contemporaneo, quello turistico, il territorio del Parco e il Cilento storico vengono trattati come se fossero esattamente la stessa cosa.
Un ragionamento analogo riguarda il Vallo di Diano. Teggiano, Padula, Sala Consilina, Sassano, San Pietro al Tanagro, Sant’Arsenio e gli altri centri della vallata fanno parte del grande sistema del Parco, mentre il Vallo conserva una propria riconoscibilità geografica, storica e culturale, tanto da comparire autonomamente nella stessa denominazione dell’area protetta.
Sarebbe però un errore passare da una semplificazione all’altra e immaginare Cilento, Alburni e Vallo di Diano come territori rimasti completamente separati, chiusi e impermeabili nel corso della storia. Le loro relazioni sono antiche e profonde e le accezioni territoriali del Cilento non sono rimaste ferme nel tempo: in alcune ricostruzioni e in determinati periodi il nome ha assunto dimensioni molto più vaste rispetto al suo nucleo originario, arrivando a interessare territori prossimi alle grandi aree interne.
La realtà è quindi più complessa di una linea disegnata sulla carta, perché i territori non sono soltanto superfici delimitate da confini: sono anche relazioni storiche, vie di comunicazione, scambi economici, appartenenze culturali, paesaggi, fiumi, montagne e comunità che nel corso dei secoli hanno costruito rapporti reciproci.
Ed è proprio a questo punto che ritorna la domanda dalla quale siamo partiti: dove comincia realmente il Cilento?
La risposta cambia a seconda del significato che attribuiamo alla parola.
Se parliamo del Cilento storico in senso stretto, dobbiamo guardare soprattutto al Monte Stella, all’Alento e ai territori circostanti, riconoscendo in quest’area il nucleo dal quale il nome e l’identità territoriale si sono sviluppati.
Se utilizziamo invece le accezioni geografiche più ampie affermatesi nel corso del tempo, lo sguardo si estende a una parte molto più vasta della provincia meridionale di Salerno, dalla fascia costiera alle montagne e alle aree interne, e diventa inevitabilmente più difficile individuare una linea di separazione valida per ogni periodo storico.
Se parliamo del Cilento contemporaneo raccontato attraverso la cultura, il turismo e la promozione territoriale, il perimetro può diventare ancora più elastico, perché il nome viene spesso utilizzato per mettere in relazione località costiere, paesi, borghi, montagne, percorsi naturalistici e territori vicini, costruendo un’immagine unitaria utile a presentare un’area vasta e diversificata.
Se infine parliamo del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, dobbiamo utilizzare una carta ancora diversa, perché in questo caso esiste un perimetro istituzionalmente definito che comprende 80 comuni e territori appartenenti a realtà geografiche differenti.
In altre parole, non esiste una sola mappa del Cilento valida per ogni epoca e per ogni significato attribuito alla parola.
Esiste un nucleo storico; esistono accezioni geografiche che nel corso del tempo hanno ampliato considerevolmente il territorio identificato con questo nome; esiste una percezione contemporanea costruita anche attraverso cultura, turismo e comunicazione; ed esiste infine il territorio amministrativamente delimitato del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.
Il problema nasce quando tutte queste mappe vengono sovrapposte e considerate perfettamente coincidenti.
Forse, allora, alla domanda “Dove finisce il Cilento?” dovrebbe precederne un’altra, ancora più importante: “Di quale Cilento stiamo parlando?”
La differenza può sembrare minima, ma cambia completamente la risposta.
Riconoscere l’identità degli Alburni non significa separarli dal resto del territorio, così come riconoscere quella del Vallo di Diano non significa indebolire la possibilità di costruire strategie comuni. Allo stesso modo, ricordare che il Cilento storico in senso stretto aveva un’estensione differente rispetto alle successive accezioni territoriali non significa mettere in discussione un’identità cilentana che nel corso del tempo si è ampliata, trasformata e consolidata.
Significa raccontare il territorio rispettandone la complessità.
Il mare e le montagne, la costa e le aree interne, il Cilento storico, gli Alburni, la Valle del Calore, il Vallo di Diano, il Bussento e il Golfo di Policastro possono appartenere a un grande sistema territoriale interconnesso, capace di collaborare, costruire itinerari comuni, condividere strategie di sviluppo e presentarsi in maniera coordinata senza cancellare le differenze che ne hanno determinato la storia e l’identità.
Anzi, proprio la capacità di riconoscere queste differenze può rappresentare un valore. Un territorio non diventa più forte cancellando i nomi e le identità che lo compongono, ma imparando a collegarli e a raccontarli all’interno di una visione comune, nella quale il visitatore possa comprendere che la costa, i grandi massicci montuosi, le vallate interne, i borghi e le aree archeologiche fanno parte di un sistema complesso e straordinariamente diversificato.
Ed è forse proprio qui che possiamo trovare la risposta più convincente alla domanda iniziale. Il Cilento non possiede un unico confine immutabile valido per ogni epoca e per ogni interpretazione. Il suo nucleo storico può essere individuato, ma il significato territoriale del nome si è modificato nel corso del tempo, assumendo dimensioni differenti a seconda dei periodi, delle fonti e dei contesti, fino ad arrivare alla concezione molto più ampia con cui viene frequentemente raccontato oggi.
Paestum può dunque rappresentare una delle grandi porte settentrionali attraverso le quali entrare nel Cilento contemporaneo, il Monte Stella e l’Alento ci riportano verso il suo nucleo storico, mentre gli Alburni, il Vallo di Diano e le altre aree interne ci ricordano quanto sia importante non confondere una grande rete territoriale con un’unica identità geografica indistinta.
Prima di tracciare una linea sulla carta dobbiamo quindi capire quale territorio vogliamo rappresentare, a quale periodo storico facciamo riferimento e quale significato stiamo attribuendo alla parola Cilento.
Perché conoscere veramente una terra non significa necessariamente racchiuderla dentro un unico confine, ma comprenderne la storia, riconoscerne le trasformazioni, rispettarne le diverse identità e, soprattutto, chiamare ogni sua parte con il proprio nome.




