Il respiro affannoso della terra flegrea torna a farsi sentire con una violenza che squarcia il silenzio, ricordandoci la fragilità intrinseca di un territorio che non smette mai di tremare. La recente e devastante scossa di magnitudo 4.7 che ha colpito Pozzuoli e l’intera area dei Campi Flegrei rappresenta l’evento sismico più forte mai registrato degli ultimi 40 anni, lasciando dietro di sé crolli diffusi, cornicioni distrutti, 26 feriti e 300 persone costrette all’evacuazione immediata dalle proprie case.
Avvertito a Napoli, nel Golfo, a Ischia e a Procida, questo brusco risveglio della crisi bradisismica, che sembrava aver rallentato la sua corsa nei mesi scorsi, rievoca con forza drammatica quella precarietà esistenziale che si riflette perfettamente nelle pagine del romanzo Pucundria di Maria Rosaria Selo, edito nel 2024 da Marotta&Cafiero.
La narrazione di Rosi Selo, volontaria nel carcere femminile di Pozzuoli e scrittrice candidata al Premio Strega 2022 (L’albero dei mandarini, Rizzoli), trova la sua linfa vitale e la sua ambientazione ideale all’interno della storica casa circondariale femminile di Pozzuoli: un edificio risalente storicamente al XV secolo, quando l’intero complesso monumentale nacque come convento fondato dai Frati Minori, per poi essere trasformato nel Novecento in manicomio criminale femminile e, infine, in carcere nel corso degli anni ‘ottanta’80. La struttura, che rappresentava il secondo istituto penitenziario esclusivamente femminile in Italia per numero di detenute ospitate, si componeva di tre distinti reparti destinati al circuito di media sicurezza e di un’articolazione per la tutela della salute mentale.
Questo storico avamposto sociale ha dovuto però chiudere definitivamente i battenti nel maggio del 2024, quando l’acuirsi dello sciame sismico e i gravi danni strutturali hanno costretto le autorità a uno sfollamento precauzionale d’urgenza. Circa 140 detenute sono state evacuate e trasferite in altri istituti penitenziari campani. Sono stati bruscamente interrotti anche i virtuosi progetti interni di reinserimento lavorativo, come la celebre torrefazione artigianale delle Lazzarelle.
Nel libro, la parola napoletana del titolo si trasforma: stato d’animo collettivo, melodia sotterranea di profonda malinconia, noia e insoddisfazione, nostalgia dolorosa; profumo misterioso che accomuna le vite delle recluse, come la detenuta Anna D’Abbraccio, e del personale penitenziario, incarnato dall’agente Teresa Ricciolo. Il legame viscerale e speculare tra le protagoniste si consuma sotto un cielo che consola ma che, al tempo stesso, impone la consapevolezza del limite, come il bradisismo mette costantemente in discussione la stabilità stessa della roccia e del cemento.
“Il cielo di Pozzuoli mi accompagna e mi consola. C’è qualcosa in questo luogo che ammansisce. Forse è il bradisismo che mette in precarietà la terra e per questo la fa amare di più, come si amano le cose cha hanno un tempo breve“.
Proprio questa precarietà geologica, drammaticamente confermata dai recenti crolli e dai costoni di roccia venuti giù alla Solfatara in queste ultime ore, finisce per paradosso per far amare ancora di più una terra così tormentata, con lo stesso sentimento intenso e struggente che si riserva a tutto ciò che possiede un tempo breve e incerto. L’attualità stringente di questi giorni dimostra come la terra flegrea sia un organismo vivo, instabile e pulsante, dove la sofferenza umana delle donne descritte da Rosi Selo si fonde con i sussulti di un paesaggio che non concede tregua.
La coincidenza tra la finzione letteraria e la dura realtà dei fatti si fa totale nel momento in cui sismografi registrano la nuova impennata energetica del sottosuolo, evidenziando che il dramma dell’evacuazione subito dalla comunità carceraria è il medesimo destino di precarietà che oggi bussa alla porta dei cittadini comuni.
La Pucundria non è un semplice sentimento claustrofobico legato alle sbarre di via Pergolesi, ma un profumo che custodisce l’eco psicologica di un’intera comunità che convive con la paura dell’ignoto e con la costante necessità di reinventarsi sopra un pavimento che si solleva e si scuote.
Questa profonda ferita nel tessuto urbano e sociale di Pozzuoli, riemersa con prepotenza attraverso le immagini dei cornicioni crollati e delle crepe nei palazzi storici, restituisce al dibattito culturale e civile la necessità di non dimenticare le lezioni della storia e della letteratura.
Il romanzo della Selo si erge a imperituro documento umano di un carcere che non esiste più nella sua forma operativa originaria, ma la cui anima ferita continua a pulsare attraverso i terremoti di oggi, costringendoci a guardare in faccia la bellezza e il terrore di una terra che chiede soltanto di essere compresa e protetta nella sua eterna instabilità.
ANTONELLA CASABURI




