Cinquant’anni di restauri e opere d’onore nell’Oratorio Diocesano e nei borghi salernitani
La monografia dedicata a Mario Romano, curata da Amedea Lampugnani e Angelo Niglio con i contributi storici di Giuseppe Barra e le testimonianze di don Marco Torraca, si offre alla critica come un denso volume teorico e antropologico. Il volume supera la semplice catalogazione repertoriale per delineare una rara sintesi formale nel panorama del Mezzogiorno, capace di far dialogare il verismo sociale di matrice rurale con la solennità scenografica dell’arte sacra tardo-barocca. Il libro si configura come una mappa geografica e spirituale impressa con il colore, concepita come strumento di resistenza culturale contro lo spopolamento e l’oblio identitario dei piccoli borghi del Cilento.
Il percorso dell’artista affonda le proprie radici a Gioi, dove la pittura si manifesta come un atto istintivo e puro. I primi lavori giovanili, impressi con carboni grezzi sui selciati e sulle strade mulattiere, rappresentano l’archetipo di una figurazione che elegge a soggetti i pastori, i cacciatori e i volti segnati dalla fatica rurale. La successiva formazione presso la Scuola d’Arte di Salerno, sotto la guida del Maestro Pasquale Avallone, conferisce a Mario Romano la disciplina della pittura ceramica che gli consente di affinare la manipolazione della materia e la stesura cromatica su superfici stabili: doti che gli permetteranno di affrontare con sicurezza la pittura monumentale. Il superamento dell’esame di Stato a Napoli, presso l’Istituto d’Arte Statale a Piazza del Plebiscito, sancisce la piena maturità artistica.
A questa fase segue l’esperienza dell’emigrazione a Schwörstadt, nella Germania meridionale, dove Romano lavora nel settore della grafica pubblicitaria. Sulle sponde del Reno, l’amicizia intellettuale con il teologo Padre Hug trasforma l’isolamento dell’emigrante in un laboratorio di riflessione estetica e la preghiera bilingue assume il valore di una testimonianza civile, anticipando quella democrazia del segno che l’artista applicherà al suo rientro definitivo in patria, quando Romano disporrà della stabilità e della maturità necessarie per intraprendere quel percorso artistico che gli ha dato fama.
Il ritorno a Gioi coincide con l’impegno all’interno dell’associazione L’Atomo per l’organizzazione della mostra d’arte della Sagra del fusillo, che grazie all’acume grafico di Romano e al coinvolgimento di maestri salernitani del calibro di Alfonso Grasso e Mario Carotenuto attira un’affluenza straordinaria e l’attenzione dei media nazionali, culminata nell’invito in diretta alla trasmissione Unomattina su Rai Uno nel marzo del 1997.
Questa monografia offre una straordinaria chiave di lettura: se da un lato il pittore da cavalletto corrisponde all’esecutore di canzoni di musica leggera, il pittore di chiese è l’interprete di opere liriche; confrontarsi con la vastità delle navate e con le curvature delle cupole richiede infatti una straordinaria potenza espressiva.
La monografia documenta come questi complessi cantieri non fossero l’atto di un genio isolato, ma il frutto di una perfetta sintonia artigianale basata su un’alleanza di sangue, incarnata dalla ditta familiare composta dal fratello Vincenzo, dai nipoti Roberto e Nicola Ferri, e dal cugino Dino. Questa armonia morale ha permesso alla squadra di trasformare il lavoro di Romano in un cammino di elevazione estetica, fissato dai reportage visivi d’epoca del fratello Peppino e dagli scatti contemporanei di Maria Rosaria Romano.
L’itinerario dell’arte sacra recensito nel volume si snoda attraverso tappe di eccezionale rilievo plastico, a partire dal debutto assoluto del 1961 all’interno della Cappella Scarpa nel cimitero di Gioi, dove l’Artista affronta per la prima volta la tecnica dell’olio su muro con una commovente riproduzione della Madonna di Pompei. Nel 1992, a Piano Vetrale, Romano firma la maestosa tela della Predicazione ai pesci nella Cappella di Sant’Antonio, caratterizzata da un dinamismo teatrale che traduce un miracolo medievale in un’epifania mediterranea vicina alla sensibilità popolare. Il restauro della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Stio, eseguito tra il 1998 e il 1999 su impulso del parroco Don Damiano Modena, rappresenta un capolavoro assoluto. Operando a venticinque metri d’altezza sulla cupola di un edificio tardo-barocco devastato da infiltrazioni e patine di cera, Romano esegue i monumentali dipinti della Resurrezione, del Martirio e della Gloria dei Santi Patroni, mentre la squadra impreziosisce il tempio con finiture a finto marmo. La solenne inaugurazione del 20 agosto 1999, alla presenza di Sua Eccellenza Monsignor Giuseppe Favale e del sindaco Natalino Barbato, sancisce il superamento di una prova grandiosa.
Segue il ciclo decorativo della Chiesa di San Gennaro a Gorga, sviluppatosi tra il 2001 e il 2002. Romano affronta il restauro delle tre navate e vi incastona cinque monumentali tele ad olio, tra cui spiccano il Battesimo di Gesù e il martirio del Santo Patrono, completando l’apparato visivo con l’affresco dei quattro Evangelisti nei pennacchi della struttura. Il cantiere si conclude nella Domenica in Albis del 14 aprile 2002 con una solenne cerimonia presieduta dal Vescovo Favale, durante la quale lo stesso Romano sale sui gradini dell’altare per unire la propria voce lirica ai canti del coro, suggellando il legame profondo tra pittura e melodia.
Di pari vigore drammatico sono le opere realizzate a Gioi e a Cardile, come il Martirio di Santa Caterina d’Alessandria eseguito a olio su intonaco fresco nella Cappella Bianco nel 1999, e la maestosa tela della Madonna del Carmine che assiste le anime del Purgatorio a Cardile, dove l’Artista dimostra di aver fatto propria la grande lezione chiaroscurale della pittura controriformistica, rileggendola con la sensibilità di un verista moderno. Questo legame profondo con la comunità parrocchiale e civile di Cardile viene solennemente riconosciuto il 29 dicembre 2023 con il tributo di un encomio di gratitudine per la sua arte.
La rassegna stampa e l’apparato critico inseriti nel volume, arricchiti dai saggi storici di Giuseppe Ripa e dalle recensioni di Giuseppe Liucco e Silvia Carlone, evidenziano la statura istituzionale raggiunta dalla produzione di Romano, che comprende l’esecuzione del ritratto ufficiale consegnato a Papa Benedetto XVI nel 2010 e i successivi dipinti d’onore per Papa Francesco. Questi prestigiosi riscontri si collegano alle tappe pastorali della Diocesi di Vallo della Lucania, come il manifesto del maggio 2010 che celebra il solenne atto di affidamento del Cilento alla Madonna quale Terra di Maria, e la successiva esperienza decennale che vede Romano operare come stimato docente di disegno e restauratore all’interno dell’Oratorio Diocesano, ricevendo ancora una volta il plauso personale del Vescovo Favale dinanzi a un dipinto monumentale come Gesù nell’orto.
La pittura monumentale sacra possiede un più elevato valore civile rispetto al collezionismo d’élite: la chiesa costituisce uno spazio monumentale e democratico, accessibile a chiunque desideri raccogliersi o contemplare il bello.
Questa monografia non celebra unicamente la straordinaria abilità tecnica di un uomo che rifiuta l’orgoglio presentandosi con autentica umiltà, ma consacra un pittore-umanista capace di trasformare la devozione popolare e la memoria del mondo rurale in un’arte immortale, offrendo ai piccoli borghi una traccia tangibile di bellezza e una concreta possibilità di sopravvivenza storica contro il rischio del tempo e dell’abbandono.
ANTONELLA CASABURI




