Romano Gregorio non è soltanto il direttore riconfermato del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. È, nel bene e nel male, uno dei fili di continuità più lunghi nella storia amministrativa dell’Ente. Uno di quelli che hanno visto nascere il Parco quando il Parco era ancora più una promessa che una macchina compiuta; uno di quelli che hanno attraversato presidenti, direttori, commissariamenti, entusiasmi, riconoscimenti internazionali, delusioni locali, speranze mancate e ripartenze annunciate.
La notizia della sua riconferma alla Direzione dell’Ente, formalizzata dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica con il Decreto n. 156 del 15 maggio 2026, non può essere letta come una semplice comunicazione amministrativa. Perché, quando si parla di Romano Gregorio, non si parla soltanto di un incarico dirigenziale. Si parla di un pezzo di storia interna del Parco. Di una memoria lunga che comincia alla fine degli anni Novanta e arriva fino al nuovo mandato quinquennale appena avviato.

Gregorio arriva nel Parco nel 1997, in una fase ancora pionieristica. L’Ente stava cercando di darsi una forma, una sede, una struttura, un linguaggio amministrativo, una legittimazione davanti a un territorio che lo guardava spesso con sospetto. Prima la sede provvisoria di Futani, poi Vallo della Lucania, poi Palazzo Mainenti. In quegli anni il Parco non era ancora percepito come un’opportunità condivisa. Per molti era un vincolo. Per altri era una speranza. Per pochi era già un progetto politico, culturale e territoriale capace di tenere insieme tutela della natura, sviluppo sostenibile, agricoltura, paesaggio, turismo, aree interne e comunità locali.
È in quel contesto che Domenico Nicoletti, direttore della stagione fondativa accanto al presidente Vincenzo La Valva, costruisce la prima ossatura amministrativa dell’Ente. Romano Gregorio fa parte di quella squadra iniziale. Viene scelto, cresce dentro quella struttura e ne diventa uno degli snodi operativi più importanti. Sarà vice direttore con Domenico Nicoletti e continuerà ad avere un ruolo rilevante anche nella fase successiva, quando alla guida della macchina amministrativa arriverà Angelo De Vita.

Non è un dettaglio secondario. Essere stato vice direttore sia con Domenico Nicoletti sia con Angelo De Vita significa aver attraversato due stagioni diverse ma decisive: quella dell’avvio, dei riconoscimenti, dell’impianto culturale e scientifico del Parco; e quella del consolidamento amministrativo, quando l’Ente comincia a misurarsi con la gestione concreta, con i comuni, con i finanziamenti, con la progettualità, con le aspettative e con le resistenze del territorio.
Negli articoli pubblicati negli anni da Unico Settimanale, Romano Gregorio viene più volte indicato come la memoria storica del Parco. È una definizione che funziona perché non è retorica. Gregorio ha visto passare tutti o quasi tutti i protagonisti della storia dell’Ente: i presidenti Vincenzo La Valva, Giuseppe Tarallo, Domenico De Masi, Amilcare Troiano, Tommaso Pellegrino, Giuseppe Coccorullo; e, sul versante amministrativo, i direttori Domenico Nicoletti, Angelo De Vita e poi lo stesso Romano Gregorio nella veste di direttore.
Questa lunga permanenza dentro l’Ente è insieme un valore e una responsabilità. È un valore perché garantisce conoscenza, continuità, memoria degli atti, dei passaggi istituzionali, delle ferite, degli errori, delle occasioni perdute e delle intuizioni riuscite. Ma è anche una responsabilità perché il Parco, oggi, non può limitarsi a custodire ciò che è stato. Deve tornare a parlare al territorio. Deve recuperare fiducia. Deve dimostrare che la tutela ambientale non è una formula da convegno, ma una pratica quotidiana capace di incidere sulla vita delle comunità.

La riconferma di Romano Gregorio arriva in una fase delicata. Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni non è più l’Ente giovane degli anni Novanta. È un’istituzione adulta, carica di riconoscimenti, ma anche appesantita da molte aspettative disattese. Ha dentro di sé la Riserva della Biosfera, il patrimonio UNESCO, le Aree Marine Protette, i borghi, le montagne, le coste, i fiumi, i cammini, l’agricoltura di qualità, i paesaggi culturali, le tradizioni, la biodiversità. Ma ha anche dentro di sé lo spopolamento, l’abbandono delle aree interne, i musei chiusi o sottoutilizzati, le strutture pubbliche realizzate e mai pienamente animate, la distanza crescente tra l’Ente e una parte delle comunità locali.
È qui che la riconferma del direttore assume un significato politico-amministrativo più ampio. Non basta dire continuità. Bisogna capire quale continuità. Continuità con la migliore stagione fondativa, quella che immaginava il Parco come laboratorio di futuro? O continuità con una gestione ordinaria, prudente, burocratica, spesso incapace di accendere partecipazione? La domanda non riguarda solo Romano Gregorio. Riguarda il presidente Giuseppe Coccorullo, il Consiglio direttivo, la Comunità del Parco, i sindaci, le associazioni, gli operatori economici, il mondo della ricerca, le scuole, le imprese agricole, il turismo, i giovani che restano e quelli che se ne vanno.
Nel comunicato dell’Ente si parla di sviluppo sostenibile, tutela della biodiversità, valorizzazione turistica, turismo esperienziale, mobilità lenta, cammini, ciclovie, eccellenze agroalimentari e culturali. Sono parole giuste. Anzi, sono le parole che da anni dovrebbero rappresentare il vocabolario ordinario del Parco. Ma oggi queste parole hanno bisogno di diventare fatti verificabili. Non più soltanto progetti, annunci, protocolli, passerelle istituzionali o finanziamenti da intercettare. Servono luoghi che funzionano, sentieri curati, centri visita vivi, musei aperti, rapporti stabili con le scuole, ricerca scientifica collegata al territorio, agricoltori coinvolti, operatori turistici ascoltati, sindaci responsabilizzati.
Da questo punto di vista, Romano Gregorio parte con un vantaggio e con un limite. Il vantaggio è conoscere tutto: le persone, le carte, i meccanismi, le fragilità, le potenzialità. Il limite è proprio quello di essere identificato con tutto ciò che il Parco è stato finora. Per questo il nuovo mandato non potrà essere soltanto una prosecuzione. Dovrà essere, se vuole lasciare un segno, una continuità che cambia passo.
La memoria, da sola, non basta. La memoria serve se diventa coscienza critica. Serve se aiuta a non ripetere gli errori. Serve se consente di rimettere ordine tra le priorità. Serve se permette di distinguere ciò che ha funzionato da ciò che è rimasto sulla carta. Serve se aiuta il Parco a ritrovare il coraggio della sua missione originaria: non essere un ufficio che autorizza o vieta, ma un’istituzione che orienta, accompagna, educa, tutela e produce futuro.

Il Parco del Cilento, Vallo di Diano e Alburni è troppo grande, troppo complesso e troppo importante per essere raccontato soltanto attraverso le sue pratiche amministrative. È un territorio abitato, non un recinto naturalistico. È fatto di comuni costieri e paesi interni, di colline e montagne, di fiumi e grotte, di porti e sentieri, di agricoltura e cultura materiale, di memoria contadina e nuove forme di turismo. È un Parco che, se vuole restare fedele alla propria natura, deve tenere insieme la tutela e la vita.
La riconferma di Romano Gregorio, allora, può essere letta come una occasione. Non perché basti confermare un direttore per rilanciare un Ente. Ma perché, dopo quasi trent’anni di presenza nella struttura, nessuno più di lui può sapere dove il Parco ha funzionato e dove si è inceppato. Nessuno più di lui può misurare la distanza tra le ambizioni iniziali e la percezione attuale dei cittadini. Nessuno più di lui può contribuire, insieme agli organi politici dell’Ente, a trasformare la memoria amministrativa in una nuova fase operativa.

La sfida è tutta qui: fare in modo che Palazzo Mainenti non sia soltanto la sede dell’Ente, ma torni a essere il punto di riferimento di un territorio che chiede ascolto, manutenzione, progettualità e visione. Il Parco non deve limitarsi a ricordare di essere stato un grande investimento sul futuro. Deve dimostrare di esserlo ancora.
Per Romano Gregorio, direttore riconfermato, il nuovo mandato quinquennale non è dunque soltanto un rinnovo. È una prova. La prova di chi ha attraversato tutta la storia dell’Ente e oggi è chiamato a contribuire a scriverne la parte più difficile: quella in cui la memoria non può più bastare, se non diventa finalmente progetto.




