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Il passo evangelico dei discepoli di Emmaus è una pagina lirica che assorbe il lettore, attratto dalla scena per la densità delle emozioni descritte, per le parole pronunciate, per i gesti, per i volti che riflettono l’evoluzione del cuore, che lentamente passa dalla tristezza alla gioia.

Le letture della Seconda Domenica di Pasqua mettono al centro il passaggio dalla paura alla fede, dal dubbio alla confessione di Tommaso, fino alla beatitudine di coloro che credono senza vedere. La pace pasquale, il dono dello Spirito e la comunione fraterna diventano i segni concreti della vita nuova inaugurata dalla Risurrezione

Dalla tomba vuota alla fede dei discepoli, il cuore della Pasqua è l’incontro con il Risorto, presenza viva che rinnova l’esistenza umana, apre alla speranza e chiama ogni credente a una testimonianza concreta di salvezza, amore e vita nuova

Gesù invita a una condivisione di memoria, di storia, di certezza della salvezza: una novità radicale e imprevedibile, perché nel pane e nel vino dona se stesso. In contraccambio, per il suo offrirsi, chiede soltanto che siano ripetuti parole, gesto e dono, divenuti nutrimento per crescere nella fede e nell’amore. Ecco perché poniamo in una speciale cappella l’Eucarestia e vegliamo in preghiera, in attesa dei riti del Venerdì Santo.

Il nostro quotidiano è spesso segnato da vicende che danno la sensazione di essere precipitati verso la morte della speranza, a causa delle continue e assurde manifestazioni di violenza. Un senso di repulsione e di stanchezza pervade l’animo, mentre cresce il desiderio di una possibile liberazione

Mentre gli altri tirano dritto, egli si ferma, anche se non chiamato, perché ogni incontro con l’uomo per lui è una meta, al contrario di chi si reputa suo discepolo e di fronte agli ultimi, bisognosi nati malati o divenuti tali, s’interroga per cercare di attribuire loro le responsabilità dei limiti e del male.

Messo alla prova in ogni cosa e i vangeli non nascondono questo suo personalissimo aspetto. Egli è tentato nel deserto subito dopo il battesimo, evento vissuto interiormente che coinvolge l’intero suo essere, corpo e spirito, articolatosi in tre fasi che richiamano le passioni fondamentali

La Legge del cuore: Gesù porta a compimento la Torah
Sesta domenica per annum: dal Siracide al Vangelo di Matteo, la fede cristiana come interiorità, responsabilità e amore che supera la norma

La Sesta domenica del Tempo Ordinario propone una riflessione profonda sul senso della Legge nella vita del credente. Le letture bibliche — Siracide 15,15-20; 1 Corinzi 2,6-10; Matteo 5,17-37 — mostrano un percorso che va dalla sapienza dell’Antico Testamento fino alla rivelazione piena in Cristo: la Legge non come codice giuridico, ma come luce per i passi dell’uomo e fonte di vita interiore.

La Legge come scelta di vita

Il Siracide riassume la tradizione sapienziale ebraica: l’uomo è posto davanti alla libertà della scelta tra bene e male, vita e morte. Non un destino imposto, ma una responsabilità personale:

«Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipende dal tuo buon volere» (Sir 15,15).

La Legge è quindi orientamento etico ed esistenziale, non costrizione. L’uomo giusto la vive come via di gioia e non come peso.

La sapienza cristiana: dono e grazia

Nella Prima lettera ai Corinzi, Paolo presenta la vera sapienza cristiana: non quella dei ragionamenti umani, ma il mistero di salvezza rivelato in Cristo. La fede è adesione al disegno d’amore di Dio, che salva gratuitamente.

Per questo l’apostolo contrappone alla casistica legalistica dei rabbini la Grazia, che non abolisce la Legge ma la trasfigura nel rapporto personale con Dio.

«Fu detto… ma io vi dico»

Nel Vangelo di Matteo, dopo le Beatitudini e l’immagine del sale e della luce, Gesù entra nel cuore del discorso sulla Legge. Egli afferma con solennità:

«Non sono venuto ad abolire la Legge, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).

Il riferimento alla minuscola lettera jod dell’alfabeto ebraico indica che nulla della Torah viene annullato. Ma Gesù ne rivela il significato più profondo: la Legge non è minuzia formale, bensì radicalità interiore.

Dal gesto al cuore

Le antitesi evangeliche («Fu detto… ma io vi dico») non contraddicono la Legge mosaica: la portano alla radice.

Non uccidere diventa rifiuto dell’odio e dell’indifferenza.
Non commettere adulterio diventa purezza dello sguardo e rispetto della persona.
Non giurare diventa limpidezza della parola.

Gesù sposta il centro dalla norma esterna al cuore dell’uomo, luogo della decisione morale. Già i rabbini insegnavano che «chi odia il fratello è omicida»; Gesù svela che la mitezza è la vera osservanza del comandamento.

La religione dell’interiorità

Il Vangelo non introduce una morale più severa né più permissiva: inaugura la religione dell’interiorità. L’adulterio, ad esempio, non è solo l’atto, ma il desiderio che trasforma l’altro in oggetto. Il peccato nasce quando la relazione viene adulterata, cioè falsificata.

Gesù non chiede eroismi impossibili, ma autenticità: vivere ogni situazione con cuore sincero. Da qui l’invito essenziale:

«Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no» (Mt 5,37).

La verità non ha bisogno di giuramenti: nasce dalla coerenza della persona.

La Legge compiuta nell’amore

Gesù non oppone Legge e libertà, ma Legge e amore servile. L’obbedienza autentica non nasce dalla paura, ma dal timore di Dio, cioè dal rispetto amoroso del suo progetto.

Osservare il Vangelo non significa aggiungere pesi, ma vivere con un cuore ordinato dall’amore. La misericordia, ricorda la tradizione cristiana, avrà sempre l’ultima parola sulla debolezza umana.

Una chiamata alla totalità

La pagina evangelica invita a superare la religione delle minuzie per entrare nella totalità dell’amore. Il cristiano non è l’uomo del dettaglio formale, ma dell’unità interiore.

Gesù porta a compimento la Legge perché ne svela l’anima: la relazione tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e l’altro, tra l’uomo e se stesso.

La Legge del Vangelo non stringe: libera.
Non pesa: orienta.
Non impone: trasforma il cuore.