Progettata nel 1989 come collegamento strategico tra le aree interne e la Valle del Sele, la Fondovalle Calore continua a essere uno dei simboli delle difficoltà infrastrutturali del territorio. Il primo tratto è stato aperto soltanto nel 2022; nell’agosto 2026 è diventata efficace l’aggiudicazione del secondo stralcio. Una storia che attraversa quasi quattro decenni.

La Provincia di Salerno la definiva già nel 2017 un’opera «progettata nel lontano 1989» e strategica per collegare le aree interne del Cilento alla Valle del Sele.
Sono passati quasi quarant’anni.
Il primo troncone è stato completato e aperto nel 2022 dopo sospensioni, contenziosi e una lunga successione di ripartenze. La Provincia indica per quel lotto circa 4,2 chilometri di tracciato e 43 milioni di euro di investimento.
Percorrendolo a piedi nel 2024, UNICO ne aveva però raccontato la percezione concreta: un tratto che termina senza aver ancora realizzato il collegamento per il quale l’opera era stata immaginata.
Lo abbiamo sintetizzato più volte con una frase brutale: «comincia nel nulla e finisce nel vuoto».
Non perché ciò che è stato costruito sia inutile. Viadotti, cavalcavia, galleria e carreggiata esistono e rappresentano un investimento importante.
Il problema è un altro:
un’infrastruttura produce pienamente i propri benefici quando diventa una rete, non quando rimane un segmento.
Nel gennaio 2023 la Provincia annunciò la gara per il lotto successivo, allora finanziato per 42 milioni di euro.

Nel giugno 2026, oltre tre anni dopo, il completamento era ancora oggetto di un’interrogazione regionale. Il progetto originario veniva ricordato come un’arteria destinata a collegare Serre e Aquara, mentre risultava completato soltanto il primo lotto.
Una novità importante è arrivata nell’agosto 2026: è diventata efficace l’aggiudicazione dell’appalto per il secondo stralcio del tratto D-E, per circa 50 milioni di euro.
È una buona notizia.
Ma non cancella la domanda:
quanto tempo può permettersi un’area interna per aspettare un’infrastruttura considerata strategica?
Quarant’anni non sono soltanto un ritardo amministrativo.
Sono quasi due generazioni.
Nel frattempo i paesi interessati hanno continuato a perdere popolazione, molti giovani hanno scelto altre destinazioni e le distanze dai servizi sono rimaste una delle ragioni che rendono più difficile vivere nell’interno.
È qui che la Fondovalle Calore diventa uno dei casi emblematici di questa inchiesta.
Non basta contabilizzare quanto è stato finanziato. Bisogna misurare quando un’opera diventa realmente disponibile e quale problema riesce a risolvere.
Una strada progettata per avvicinare le aree interne ai servizi, ai mercati e alle grandi vie di comunicazione produce il proprio effetto soltanto quando il collegamento è effettivamente percorribile.
Fino ad allora esiste l’opera, ma non dispiega le ricadute sul territorio.
E nelle aree interne il tempo pesa più che altrove.
Un’infrastruttura completata venti o trent’anni trova un territorio diverso da quello per il quale era stata progettata: meno abitanti, meno imprese, meno studenti, una popolazione più anziana e una domanda di mobilità profondamente cambiata.
Questo non significa che oggi non debba essere completata. Significa esattamente il contrario: bisogna completarla evitando che trascorrano altri decenni.
Perché nelle aree che si spopolano il tempo non è una variabile neutrale. Senza parlare della rete stradale , vere e proprie mulattiere, che “collega” i centri abitati situati a monte della “fondovalle!
Ogni anno perso pesa due volte: sull’opera che non arriva e sulle persone che, nell’attesa, possono decidere di andare via.
La Fondovalle Calore racconta il divario tra il tempo della programmazione pubblica e il tempo della vita delle comunità.
Una generazione può aspettare una strada. La generazione successiva potrebbe aver già scelto di vivere altrove.
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