
Giuseppina Petraglia, nata nel 1921, moglie di Guglielmo Macellaro, ha attraversato oltre un secolo di trasformazioni sociali ed economiche. Il negozio di stoffe e abbigliamento della famiglia, lungo la discesa che collega le due piazze di Piaggine, era uno dei luoghi della vita quotidiana del paese. Tra ricordi d’infanzia, sarte, matrimoni e nuove abitudini di consumo, la sua storia diventa un’occasione per recuperare la memoria di una comunità profondamente cambiata.
La chiamano Puppina. All’anagrafe Giuseppina Petraglia, nata nel 1921, ha compiuto 105 anni. Un’esistenza lunga più di un secolo, durante la quale ha visto cambiare il mondo e, insieme, il suo paese: Piaggine.
Moglie di Guglielmo, uno dei due fratelli Macellaro che gestivano un negozio di stoffe e abbigliamento lungo la discesa che unisce le due piazze del paese, Puppina appartiene a quella generazione che ha attraversato quasi per intero le grandi trasformazioni del Novecento.
Ha conosciuto l’Italia del fascismo, la guerra, la ricostruzione, l’emigrazione e il boom economico. Ha visto cambiare il lavoro, le abitudini, i consumi e le relazioni sociali.
Ma la sua storia, per me, è legata soprattutto a quel negozio, che occupa ancora un posto preciso nei ricordi della mia infanzia.
Il negozio dei Macellaro e le stoffe di mia madre
Ricordo mia madre che entrava nel negozio accompagnata da qualche amica, chiamata a consigliarla nella scelta delle stoffe. Si acquistavano pochi metri di tessuto, quanto bastava per confezionare un vestito.
Poi, nel chiuso delle case, erano le stesse donne a tagliare e cucire oppure affidavano la stoffa a una sarta, che prendeva le misure e realizzava l’abito su ordinazione.
Accadeva soprattutto in occasione dei matrimoni che coinvolgevano parenti stretti.

Erano avvenimenti importanti, per i quali ci si preparava con largo anticipo. Un vestito nuovo non era un acquisto qualsiasi. Bisognava scegliere la stoffa, immaginare come sarebbe diventata, prendere le misure, attendere che fosse pronta e, magari, tornare dalla sarta per qualche aggiustamento.
Il negozio dei Macellaro rappresentava il primo passaggio di un percorso che continuava nelle abitazioni e nelle piccole sartorie del paese.
Le stoffe passavano dal banco alle mani delle donne, trasformandosi lentamente in abiti attraverso un lavoro fatto di abilità, pazienza e conoscenze tramandate.
Era un’economia nella quale l’acquisto non coincideva ancora con il prodotto finito. Tra la scelta di una stoffa e il momento di indossarla c’erano persone, relazioni, lavoro e attesa.
E c’era anche un aspetto sociale che oggi rischiamo di dimenticare.
Quelle visite non servivano soltanto a comprare. Erano occasioni per incontrarsi, chiedere consigli, scambiarsi opinioni e raccontare ciò che accadeva nelle famiglie.
Il negozio era uno dei tanti luoghi nei quali si costruiva quotidianamente la vita della comunità.
Quando il futuro entrava nelle botteghe
Erano gli anni Sessanta e, anche a Piaggine, cominciavano a farsi sentire i cambiamenti prodotti dalla diffusione dei beni industriali.
La confezione su misura, affidata alle sarte e ai sarti del paese, conviveva sempre più con l’abbigliamento già pronto. Lo stesso accadeva in altri settori, nei quali la produzione industriale modificava progressivamente il lavoro degli artigiani.
Per noi bambini, entrare in quel negozio significava anche affacciarsi su un mondo nuovo.
Non avevamo certamente la consapevolezza di assistere a una trasformazione economica e sociale. Eravamo attratti dalle merci esposte, dalle stoffe, dalla possibilità di scegliere qualcosa che sarebbe diventato nostro.
Eppure, proprio attraverso quei piccoli gesti, il consumismo che avrebbe trasformato l’Italia nei decenni successivi cominciava a entrare anche nella vita dei paesi dell’interno.
Il mondo antico delle botteghe artigiane non scomparve improvvisamente. Cominciò a cambiare mentre continuavamo ad abitarlo, quasi senza accorgercene.
Il negozio di Guglielmo e Puppina si trovava nel mezzo di quella trasformazione, in una strada che collegava due piazze e che era parte della geografia quotidiana di Piaggine.
Oggi, ripensandoci, mi accorgo che quei luoghi custodivano molto più delle merci che vi si vendevano.
Custodivano un modo di vivere.
Centocinque anni dentro la storia
Puppina ha attraversato epoche profondamente differenti.
Quando nacque, nel 1921, l’Italia era ancora un Paese prevalentemente agricolo, segnato dalle conseguenze della Prima guerra mondiale. Negli anni successivi avrebbe conosciuto il fascismo, un altro conflitto mondiale, la nascita della Repubblica e le trasformazioni economiche che avrebbero cambiato il destino di milioni di famiglie.
Anche Piaggine fu coinvolta in quei cambiamenti.
L’emigrazione portò tanti suoi abitanti verso il Nord Italia e l’estero. Le famiglie si dispersero, le attività economiche si trasformarono e le nuove generazioni cominciarono a immaginare il proprio futuro lontano dai luoghi nei quali erano nate.
Puppina ha visto passare tutto questo.
Le sue figlie, Angela e Carmelina, hanno condiviso una parte importante della sua lunga esistenza. Carmelina le è stata accanto anche nella fase più difficile, quando l’età avanzata l’ha costretta a letto e ha reso necessaria un’assistenza continua.
È anche attraverso queste relazioni familiari che si misura la lunghezza straordinaria di una vita: le generazioni si succedono, i ruoli cambiano, i figli diventano anziani mentre i genitori sono ancora presenti.
Ma quello che più mi interessa, pensando a Puppina, è il patrimonio di memoria che una persona così longeva rappresenta per la propria comunità.
La Piaggine che non dobbiamo dimenticare
Ci sono luoghi che continuano a esistere nella nostra memoria anche quando hanno perduto la loro funzione originaria.
Una bottega, una vetrina, una scala, una strada percorsa da bambini. Basta ricordare chi vi lavorava o chi incontravamo davanti a un negozio perché riaffiori un intero mondo.
La Piaggine che ho conosciuto da ragazzo era attraversata da una rete di attività, mestieri e rapporti umani che oggi appare profondamente trasformata.
Non si tratta di sostenere che allora si vivesse necessariamente meglio. Le difficoltà erano tante, il lavoro spesso faticoso e le opportunità assai più limitate di quelle disponibili altrove.
Ma esisteva una trama di relazioni economiche e sociali che teneva insieme la comunità.
I commercianti conoscevano i clienti, gli artigiani lavoravano su ordinazione, le famiglie si aiutavano e le occasioni importanti della vita diventavano momenti di partecipazione collettiva.
Anche l’acquisto di qualche metro di stoffa per un matrimonio era parte di quel sistema.
Oggi Piaggine, come molti paesi dell’interno cilentano, deve confrontarsi con la riduzione della popolazione, la chiusura delle attività e la perdita di servizi.
È cambiata la composizione della comunità, sono cambiati i suoi bisogni e sono scomparsi molti dei luoghi nei quali si svolgeva la vita quotidiana.
Il rischio non è soltanto perdere gli abitanti. È perdere anche la memoria di come quei luoghi venivano vissuti.
Raccogliere le testimonianze prima che sia troppo tardi
Forse è arrivato il momento di avviare un lavoro sistematico sulla memoria di Piaggine.
Non soltanto ricostruire gli avvenimenti più importanti della sua storia, ma raccogliere le testimonianze di chi ha conosciuto il paese prima delle grandi trasformazioni del secondo Novecento.
Raccontare i negozi, i mestieri, le botteghe, le famiglie, le feste, la scuola, le partenze e i ritorni.
Ricostruire quella geografia umana che sopravvive nei ricordi di chi ha vissuto abbastanza a lungo da poterla ancora raccontare.
E coinvolgere anche le generazioni successive, quelle che hanno ascoltato i racconti dei genitori e dei nonni, conservando particolari che altrimenti rischierebbero di scomparire.
Puppina, Guglielmo e il negozio dei Macellaro potrebbero essere una delle tante storie dalle quali cominciare.
Perché la storia di un paese non è fatta soltanto di amministratori, monumenti e grandi avvenimenti. È costruita anche attraverso il lavoro quotidiano delle persone comuni.
Quelle che aprivano i negozi al mattino, cucivano gli abiti, coltivavano i campi, insegnavano ai bambini e mandavano avanti le famiglie.
Sono state proprio quelle persone a costruire la Piaggine che abbiamo conosciuto e dalla quale, in tanti, siamo partiti.
Un secolo di vita, un paese che cambia
Centocinque anni sono un traguardo straordinario. Ma nel caso di Puppina rappresentano anche un’occasione per guardare alla storia di una comunità attraverso gli occhi di chi ne ha attraversato le trasformazioni.
Ripenso a mia madre, alle amiche che l’accompagnavano, alle stoffe scelte con attenzione e agli abiti confezionati per partecipare ai matrimoni.
Allora erano gesti ordinari. Oggi sono frammenti di una storia collettiva che merita di essere ricostruita.
Non per rimpiangere un passato che non può tornare, ma per comprendere come siamo diventati ciò che siamo.
Perché la memoria di un paese non si conserva soltanto ricordando chi lo ha abitato, ma raccontando come quelle persone vivevano, lavoravano e stavano insieme.
E forse Puppina, con i suoi 105 anni e quel negozio ancora vivo nei ricordi di tanti, ci offre proprio questo insegnamento: prima che scompaiano le ultime testimonianze di quel mondo, dovremmo trovare il tempo di ascoltarle e conservarle.
Perché un paese che perde la memoria rischia, prima o poi, di non riconoscere più nemmeno se stesso.




