Giuseppina Petraglia, moglie di Guglielmo Macellaro, ha attraversato un secolo di trasformazioni sociali ed economiche. Il negozio di abbigliamento della famiglia, lungo la discesa che collega le due piazze di Piaggine, fu uno dei luoghi nei quali la comunità incontrò la modernità. Il suo ricordo offre l’occasione per riflettere sulla memoria di un paese e sulla necessità di raccogliere le testimonianze di chi ne ha vissuto i cambiamenti.
La chiamavano Puppina. All’anagrafe Giuseppina Petraglia, nata nel 1905, una vita lunga 105 anni, sufficiente per attraversare quasi per intero il Novecento e affacciarsi sul secolo successivo.
Era la moglie di Guglielmo, uno dei due fratelli Macellaro che gestivano un negozio di abbigliamento lungo la discesa che unisce le due piazze di Piaggine.
Un’attività commerciale che per molte famiglie del paese rappresentò qualcosa di più di un luogo dove acquistare vestiti.
Per noi bambini, varcare la soglia di quel negozio significava entrare in un mondo diverso da quello che conoscevamo nelle nostre case e nelle botteghe degli artigiani.
Erano gli anni Sessanta. La produzione industriale aveva ormai cominciato a modificare profondamente le abitudini dei consumatori. Il lavoro dei sarti e dei ciabattini, che per generazioni aveva accompagnato la vita quotidiana dei paesi, si confrontava con prodotti realizzati altrove, disponibili nei negozi e destinati a una clientela sempre più ampia.
Il consumismo non aveva ancora assunto le dimensioni che avrebbe raggiunto negli anni successivi. Ma già se ne percepivano i primi segnali.
Entrare in quel negozio significava, in qualche modo, affacciarsi su un futuro che stava arrivando anche a Piaggine.
Puppina apparteneva a una generazione che aveva conosciuto un mondo profondamente diverso. Aveva attraversato gli anni del fascismo, la guerra, la ricostruzione, l’emigrazione e il boom economico.
Aveva visto trasformarsi il lavoro, i rapporti familiari, i consumi e il modo stesso di abitare e vivere il paese.
Le sue figlie, Angela e Carmelina, appartenevano alla generazione successiva e ne hanno accompagnato l’ultima parte della vita. Carmelina le è rimasta accanto anche quando, ormai allettata, aveva bisogno di assistenza continua.
Ma raccontare Puppina significa anche interrogarsi su ciò che resta delle persone e del mondo che hanno conosciuto.
Piaggine, come tanti altri paesi dell’interno cilentano, ha attraversato trasformazioni profonde. Le partenze, la chiusura delle attività commerciali, la riduzione della popolazione e il mutamento delle relazioni sociali hanno progressivamente modificato il volto della comunità.
Ci sono luoghi che ricordiamo perfettamente, anche quando hanno perduto la loro funzione originaria. Una bottega, una scala, una vetrina, una strada percorsa da bambini possono custodire una quantità sorprendente di memoria.
E ci sono persone che, avendo vissuto abbastanza a lungo, hanno assistito direttamente al passaggio tra mondi differenti.
Il rischio è che, con la scomparsa delle generazioni che hanno conosciuto quella Piaggine, scompaia anche una parte della sua storia quotidiana.
Non quella scritta negli atti pubblici, nelle deliberazioni o nei libri dedicati ai grandi avvenimenti. Ma quella fatta di negozi, mestieri, abitudini, rapporti di vicinato, feste, sacrifici e piccoli cambiamenti che hanno lentamente trasformato il paese.
Forse sarebbe il momento di raccogliere sistematicamente queste testimonianze.
Intervistare chi ricorda ancora le botteghe, i loro proprietari, gli artigiani, le famiglie, le piazze affollate e le strade che oggi sembrano così diverse.
Ricostruire la geografia commerciale e umana di Piaggine, partendo proprio dalle persone che ne sono state protagoniste.
Puppina, Guglielmo e il loro negozio potrebbero rappresentare una delle tante storie attraverso le quali raccontare la trasformazione di una comunità che, mentre entrava nella modernità, cominciava anche a perdere una parte dei propri abitanti.
La Piaggine di oggi è il risultato di quei cambiamenti. Una comunità più piccola, diversa, nella quale facciamo talvolta fatica a riconoscere il paese che ricordiamo.
Ma la memoria non deve diventare soltanto nostalgia.
Può servire a comprendere come siamo arrivati fin qui e, soprattutto, quali relazioni, competenze e forme di vita collettiva abbiamo progressivamente perduto.
Una persona che ha vissuto 105 anni non porta con sé soltanto la propria storia. Porta anche quella di un paese che ha continuato a cambiare sotto i suoi occhi.
E forse il modo migliore per ricordarla è impedire che quel mondo scompaia una seconda volta, questa volta dalla memoria.
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