Liturgia della Parola: Isaia 56,1.6-7; Romani 11,13-15.20-22; Mt 15,21-28
Domenica scorsa Pietro titubante, che stava per annegare, ci ha indotto a riflettere sulla nostra fede; oggi è presentata come esempio da seguire una madre pagana.

Nella prima lettura il profeta Isaia annuncia che la salvezza è per tutti. Nella seconda, Paolo traccia nel suo capolavoro teologico – la lettera ai Romani – gli effetti della fede e riporta la reazione degli Ebrei all’annuncio della salvezza per i pagani. Il vangelo delinea la discriminante per essere cristiani: non è necessario appartenere a un popolo, basta la fede per partecipare al grande sogno di Gesù, trasformare la terra in un’unica grande famiglia.
La liturgia della Parola propone come protagonista del passo evangelico una madre cananea che sorprende anche Gesù per la sua fede, semplice ma coinvolgente. Lo abborda per chiedergli la guarigione della figlia, gesto di profonda umiltà, dovendosi rivolgere a un esponente di un popolo che, preoccupato di emarginare in tutti i modi i pagani, la considera un cane. Questa madre è pronta a tutto pur di salvare la figlia. Trasforma il suo doloroso grido di aiuto in preghiera, che stupisce Gesù. Invocato come Salvatore, Egli non può non rispondere alla supplica e muta completamente atteggiamento rispetto al comportamento assunto in precedenza quando, in ossequio alla Legge, non le aveva rivolto neppure la parola.
La donna è insistente, anzi noiosa e irritante, al punto che i discepoli, ancora lontani dall’aver colto la situazione e compreso l’insegnamento del Maestro, lo invitano a esaudirla per evitare il fastidio causato dal suo stridio alle loro orecchie di pii israeliti. Gesù trasforma la situazione in occasione per fare catechesi; infatti, precisa che la sua missione è radunare e confortare le pecore perdute d’Israele.
La donna non desiste, continua a sollecitare aiuto; è disperata nel vedere la figlia ammalata nel corpo e nell’animo. Gesù sembra inflessibile: vengono prima i figli, poi il resto, anche i cagnolini, intendendo – secondo il costume degli Ebrei – i pagani come la cananea.
A questo punto l’intuito disperato di una madre con un colpo di genio mette anche il Maestro alle strette e gli ricorda che le briciole che cadono dalla tavola sono mangiate dal cane. A lei è sufficiente quest’opportunità. Parole precise, taglienti, che non consentono risposte o tentennamenti. Infatti, l’evangelista riferisce: «da quell’istante la figlia fu guarita»!
Dio è un Padre universale, tutti hanno il diritto di approfittare delle sue «briciole». Gesù, il Figlio, non ha alternative: fa sedere a tavola – quella della grazia e dell’abbondanza dell’amore – una donna, che rivendica appunto solo briciole.
Come ci comportiamo con chi bussa alla porta suscitando il nostro sospetto perché straniero, miscredente, marginale, superstizioso, un battezzato che ha perso contatto da anni con la fede?
Apriamo la porta del luogo dove celebriamo il nostro banchetto a chi si avvicina forse solo per curiosità, ma ascolta, quindi può aprirsi al dialogo, cerca conforto e può sprofondare nella preghiera? Anzi sovente egli stesso invoca segretamente Dio animato dal senso di fraternità grazie allo Spirito che non conosce frontiere ed è capace d’infondere in ogni uomo i «semi del Verbo».
Oggi a noi è richiesta disponibilità a riconoscere nello straniero le potenzialità della cananea e dimostrare con le opere che siamo dei vigilanti discepoli di Gesù – fratello di tutta l’umanità – pronti a testimoniarlo.
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