La presentazione di “Rofrano nel Cilento – Cunti ri lu paese” di Nicola Raffaele Coviello diventa un viaggio nei luoghi del cuore, negli affetti e nell’identità di una comunità. Dalla prosa alla poesia, dalle storie familiari alla diaspora rofranese, fino al programma culturale estivo che prova a rianimare il paese quando tornano coloro che hanno messo radici altrove.
ROFRANO. Alla fine anche la pioggia ha voluto partecipare.
Dopo giorni di temperature quasi sahariane ha rinfrescato l’aria, ma ha anche costretto gli organizzatori a cambiare programma: la presentazione di “Rofrano nel Cilento – Cunti ri lu paese”, di Nicola Raffaele Coviello, prevista all’aperto, si è trasferita nell’Aula consiliare del Comune di Rofrano.

Un contrattempo che non ha tolto nulla alla serata. Forse, anzi, lo spazio più raccolto ha finito per assecondare meglio il carattere dell’incontro: un paese che si guarda dentro e prova a raccontarsi.
Ad accogliere i presenti e dare il via alla serata è il sindaco Nicola Cammarano, alla guida del Comune di Rofrano.
Poi il libro comincia a fare ciò che probabilmente Coviello sperava facesse: smette di appartenere soltanto al suo autore e diventa patrimonio di chi ascolta.
Perché un libro su un paese non si legge mai da soli.

Ognuno, inevitabilmente, cerca dentro quelle pagine una strada, un volto, una casa, un soprannome, un pezzo della propria storia.
Ognuno ha diritto alla propria storia
È Generoso Conforti a richiamare tutti a una responsabilità che attraverserà l’intera serata: ricordare non per dovere, ma per non dimenticare chi siamo stati, chi siamo diventati e per indicare una strada a chi verrà dopo di noi portando con sé il patrimonio dei nostri ricordi.
È forse questa la vera ragione per la quale libri come Cunti ri lu paese hanno un valore che supera quello letterario.
La storia ufficiale conserva date, avvenimenti, documenti.
La memoria conserva altro.
Le voci.

I gesti.
Le abitudini.
Le partenze.
I ritorni.
Le relazioni tra persone che magari non ci sono più ma che continuano a vivere nel modo nel quale chi è rimasto pronuncia il loro nome.
Ognuno ha diritto alla propria storia.
E quando tante storie individuali vengono messe insieme, la cronaca quotidiana lentamente si sedimenta e diventa storia di una comunità.
È questo che fa Nicola Raffaele Coviello.
Non racconta Rofrano guardandola da fuori.
La sua è una narrazione dal di dentro.
Ed è proprio per questo che la memoria, nelle sue pagine, non appare imbalsamata.
Vive.
Rofrano è una comunità
Nel corso degli interventi torna continuamente un concetto che forse è il vero genius loci del paese: Rofrano non è soltanto un territorio. Rofrano è una comunità.
Lo si percepisce nei racconti, nelle testimonianze, negli affetti che emergono.
Lo ricorda Franco, legato all’autore da un’amicizia solida, nel momento in cui parlare del libro significa inevitabilmente parlare anche di quella particolare forma di appartenenza che potremmo chiamare rofranesità.
Una condizione che non necessariamente si perde quando si va via.

Talvolta accade persino il contrario.
La distanza rafforza la radice.
E chi ritorna scopre che una parte di sé è rimasta esattamente dove l’aveva lasciata.
Per me è anche un viaggio nei luoghi del cuore
Ascoltando quei racconti, per me diventa impossibile mantenere la distanza del cronista.
Rofrano riguarda direttamente una parte della mia storia.
Mio padre Giuseppe nacque qui, da Carmela e Bartolomeo Scandizzo.
E allora tornare a Rofrano significa inevitabilmente entrare nei luoghi del cuore e della memoria.
Camminare per le strade del paese significa provare a immaginare i passi di mio padre, dei miei nonni, delle persone che li hanno conosciuti.
Camminare sui loro passi e, contemporaneamente, ritrovare i propri passi camminati nel tempo che fu.
Ci sono paesi nei quali siamo nati.
E ce ne sono altri ai quali apparteniamo perché vi sono nati coloro che ci hanno preceduto.
Per me Rofrano è questo.
E ogni ritorno rafforza una rofranesità ricevuta in eredità, mai completamente perduta anche quando la vita mi ha portato altrove.
Il paese e il suo genius loci
Con Pasquale Martucci il discorso si allarga e il paese diventa qualcosa di più di un insieme di case.
Il Cilento possiede un proprio genius loci: un’identità costruita nel tempo attraverso il rapporto tra uomini, cultura e ambiente.
E da questa riflessione emergono tre principi semplici e, proprio per questo, enormi:
creare la vita, trasmettere la cultura e avere cura della natura.
Tre responsabilità che appartengono alle generazioni.
Perché nessuno vive soltanto per sé.
Riceviamo qualcosa da chi ci ha preceduto e, volenti o nolenti, lasceremo qualcosa a chi verrà dopo.
In mezzo ci sono le relazioni.
E sono proprio le relazioni che, incontrandosi, partoriscono idee.
Dalla prosa alla poesia
A un certo punto la serata cambia registro.
Dalla prosa si passa alla poesia.
È Carlo Palumbo a dare voce a due componimenti, introducendo un’altra dimensione del racconto: quella nella quale non servono molte parole per restituire un sentimento, un luogo, una nostalgia.
È quasi inevitabile.
Perché ci sono cose che la storia riesce a documentare e la prosa può raccontare.
E ce ne sono altre per le quali occorre la poesia.
Un paese vive anche lì: nelle parole alle quali affidiamo ciò che non riusciamo a spiegare diversamente.
Il triangolo degli affetti
Dentro il racconto di Coviello c’è soprattutto la famiglia.
C’è il padre.
Un padre che offre senza pretendere nulla indietro.
C’è la madre.
Una donna capace di comunicare attraverso una forma di linguaggio che apparteneva a molte madri di quella generazione: il silenzio.
E ci sono poi gli amici, le persone incontrate, le relazioni che accompagnano una vita.
È una sorta di triangolo degli affetti dentro il quale la storia individuale finisce per diventare universale.
Cambiano i nomi.
Cambiano le case.
Cambiano i paesi.
Ma quasi tutti possiamo riconoscere un padre, una madre, un amico dentro qualche pagina della nostra esistenza.
La madre che “parlava stando zitta”
Ed è proprio Nicola Raffaele Coviello a chiudere idealmente il cerchio.
Alla fine della serata il medico prestato alla prosa lascia ancora una volta il racconto e si affida direttamente alla poesia.
Legge due suoi componimenti.
Il primo è dedicato alla madre.
La descrive attraverso un’immagine che vale da sola un’intera pagina: una madre che “parlava stando zitta”.
Poche parole che raccontano una generazione nella quale spesso non servivano grandi discorsi.
Parlavano i gesti.
Parlavano le attese.
Parlavano le rinunce.
Parlavano le mani.
E qualche volta il silenzio riusciva a dire molto più della voce.
Cono, l’“oste di campagna” e la Rofrano sparsa nel mondo
La seconda poesia è dedicata a Cono, “oste di campagna”.
A Rofrano non serve quasi aggiungere altro.
Lo chiamano tutti semplicemente per nome.
I residenti.
Gli amici.
Ma anche chi arriva al suo ristorante da lontano.
Talvolta da molto lontano.
Perché fuori da Rofrano esiste un’altra Rofrano.
È quella costruita nel tempo dalla diaspora dei rofranesi, da uomini e donne che sono partiti e hanno messo radici in altre regioni d’Italia e in ogni angolo del mondo senza recidere completamente il filo con il paese dal quale provenivano.
Tornano.
Portano i figli.
Poi i nipoti.
Cercano una casa, una strada, un volto conosciuto.
E finiscono anche da Cono, perché un ristorante, in un paese segnato dall’emigrazione, può essere molto più di un luogo nel quale sedersi a tavola.
Può diventare un punto di ritorno.
Un luogo nel quale riconoscersi.
Un crocevia tra chi è rimasto e chi è partito.
Questa parte della storia rimane sostanzialmente fuori dalle pagine di Rofrano nel Cilento – Cunti ri lu paese.
Ma la serata l’ha fatta emergere con una forza tale da suggerire quasi naturalmente una proposta.
Nicola Raffaele Coviello, medico prestato ormai anche alla prosa e alla poesia, potrebbe colmare quel vuoto in una prossima fatica letteraria.
Dopo aver raccontato Rofrano dal di dentro, resta ancora da raccontare la Rofrano che vive fuori da Rofrano.
Le partenze.
Le destinazioni.
Le vite costruite altrove.
E soprattutto quei fili invisibili che continuano, anche dopo generazioni, a riportare le persone verso il paese.
Le porte che tornano ad aprirsi
La presentazione del libro si inserisce, del resto, in un programma culturale estivo promosso dal Comune di Rofrano con l’obiettivo di animare una vita sociale e culturale che durante il resto dell’anno rischia inevitabilmente di assopirsi.
D’estate tutto cambia.
Tornano i figli di chi è partito.
Tornano i nipoti.
Rientrano per qualche settimana famiglie che ormai vivono stabilmente altrove.
E soprattutto si riaprono porte e portoni.
Case rimaste chiuse per mesi, qualche volta per anni, tornano improvvisamente a respirare.
Le chiavi girano con qualche difficoltà nelle serrature.
Le cerniere, incrostate dal troppo tempo trascorso nell’inattività, ricominciano a muoversi.
Le finestre si spalancano.
Le stanze prendono aria.
Ma insieme alle case si riaprono anche le relazioni.
Si incontrano persone che non si vedevano dall’estate precedente.
Si ricostruiscono pezzi di famiglia.
Si riportano i bambini nei luoghi nei quali erano nati i nonni.
Il paese ritrova, almeno per qualche settimana, una densità umana che durante l’inverno appare inevitabilmente più fragile.
Ed è proprio allora che residenti e turisti di ritorno diventano nuovamente una sola comunità.
Ricordare significa anche preparare il futuro
Per questo un programma culturale estivo non dovrebbe essere considerato soltanto una successione di manifestazioni.
In un piccolo paese delle aree interne può diventare qualcosa di più importante.
Può rimettere in circolo memoria, relazioni, appartenenza e idee.
Può fare incontrare chi è rimasto e chi ritorna.
Può ricordare a chi vive altrove che Rofrano non è soltanto il luogo dal quale qualcuno della sua famiglia è partito.
È ancora un luogo al quale si può tornare.
E forse è proprio qui che si chiude idealmente il cerchio aperto dal libro di Nicola Raffaele Coviello.
La memoria non serve a restare immobili nel passato.
Serve a sapere da dove veniamo per capire meglio dove possiamo andare.
Ricordare significa riaprire porte.
Quelle delle case.
Quelle degli affetti.
Quelle della memoria.
E soprattutto quelle di una comunità che, per continuare ad avere un futuro, ha bisogno di non dimenticare chi è stata.
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