Tra memoria e presente, Nera sperimenta e avanza lungo la frontiera della modernità. La guerra, la storia familiare, il fumetto, il colore, il vuoto, Dante, Frida Kahlo, la scienza e oggi persino l’intelligenza artificiale: nulla viene semplicemente celebrato o riprodotto. Tutto viene attraversato, setacciato e trasformato in materia utile alle sue visioni.
Ci sono persone che attraversano la storia lasciandosi trasportare dalla corrente. Altre cercano disperatamente di resisterle, aggrappandosi a ciò che conoscono già.

Nera D’Auto ha scelto una terza strada.
La storia l’ha attraversata, certamente. Ma lei non se n’è mai fatta travolgere.
L’ha vissuta, l’ha sposata quando era necessario, l’ha interrogata e qualche volta persino aggredita. Poi, quasi disponesse di un setaccio personale, ne ha trattenuto soltanto ciò che poteva servire alle sue visioni, lasciando cadere tutto il resto.
Forse è proprio qui il segreto di una produzione artistica che continua a sorprendere: Nera non sembra avere nostalgia del passato e, nello stesso tempo, non soffre alcun complesso di inferiorità davanti al futuro.
Tra storia e presente continua a sperimentare e ad avanzare lungo la frontiera della modernità.
La storia entra dalla porta di casa
La storia, per Nera, non è mai stata un concetto astratto.
È entrata molto presto nella sua vita.
A Roccadaspide, nella bottega di sarto del padre, ritagli di stoffa e accostamenti di colori entrarono nel suo immaginario molto prima che diventassero materia di una ricerca artistica consapevole. Le fonti biografiche collocano l’inizio della sua attività pittorica già nel 1967; negli anni successivi arrivarono i gruppi artistici, le mostre, le sperimentazioni e un percorso che progressivamente avrebbe portato il colore a liberarsi dalla semplice rappresentazione.
Ma anche la grande storia era entrata nella sua famiglia.
La guerra.
Lo sbarco alleato.
L’Operazione Avalanche.
L’incontro dei suoi genitori.
La sua stessa nascita.
Molti anni dopo Nera avrebbe ripreso quella materia con “Guerra e Amore. Operazione Avalanche”, trasformando la memoria familiare in racconto grafico autobiografico. Il fumetto e il disegno diventano allora strumenti per raccontare la Seconda guerra mondiale, i genitori e i primi anni della propria esistenza.
Ma anche in quel caso Nera non si limita a ricordare.
Non ricostruisce il passato per abitarlo. Lo utilizza.
Prende dalla storia ciò che le occorre e lo porta nel presente.
La linea che scorre sul foglio diventa vita, memoria, ironia, dramma. La vicenda personale smette di appartenere soltanto alla famiglia D’Auto e incontra la storia collettiva di un territorio attraversato dalla guerra.
È forse questo uno dei primi indizi per capire Nera: la memoria non diventa mai nostalgia. Diventa materiale da lavorare.
Dalla storia alla rivoluzione
Lo stesso avviene quando il confronto si sposta su un’altra figura entrata ormai nell’immaginario universale: Frida Kahlo.
Con Oligarchie, libertà, rivoluzione e con il percorso presentato al MOA di Eboli, Nera incontra ancora una volta la storia. La sua biografia artistica registra nel 2018 proprio “Nera e la Rivoluzione del colore” al Museum of Operation Avalanche.
Ma sarebbe un errore pensare a un semplice omaggio.
Nera prende concetti enormi — il potere, la libertà, la rivoluzione — e li porta nel proprio territorio espressivo.
Anche qui non si mette al servizio del personaggio o dell’evento che incontra.
Li porta dentro di sé.
Li smonta.
Li ricompone.
Li usa per continuare un discorso che è soltanto suo.
È un metodo che ritornerà altre volte.
Persino Dante deve entrare nel mondo di Nera
Succede con Dante.
Nel 2021, nel settecentesimo anniversario della morte del poeta, Nera realizza “Dante e la dimensione musicale”, un percorso che passa anche per il Parco Archeologico di Paestum.
Qualunque altro artista avrebbe potuto illustrare Dante.
Nera fa qualcosa di diverso.
Cerca la musicalità della Divina Commedia e la mette in relazione con la propria ricerca sul colore, sul vuoto e sulla materia. Un foro nella superficie non è semplicemente una lacerazione: diventa passaggio dell’aria, suono, profondità. Paolo e Francesca entrano nel suo universo attraverso legno, oro, volume e spazio.
Dante rimane Dante.
Ma l’opera diventa Nera.
Ed è probabilmente questa capacità di appropriarsi culturalmente del passato senza esserne schiacciata che le permette di attraversare epoche e linguaggi molto diversi senza perdere riconoscibilità.
Il vuoto non è mai vuoto
Poi arrivano — o forse ci sono sempre stati — i pieni e i vuoti.
I buchi.
I tagli.
Le bolle.
La materia.
Lo spazio.
La luce.
Il cosmo.
Nera ha dichiarato la propria vicinanza alla ricerca spazialista e il suo lavoro è stato letto proprio attraverso questa continua tensione fra materia, colore, pieni e vuoti. Le sue Bolle erano già nel 2009 “respiro dell’universo”: spazi necessari perché la materia possa continuare a trasformarsi.
Ecco allora un’altra caratteristica fondamentale.
Nera non cerca soltanto nell’arte le risposte alle domande dell’arte.
Va a cercarle nella scienza.
Nella fisica.
Nella luce.
Nelle frequenze.
Nel suono.
Nel cosmo.
Il colore stesso perde la funzione decorativa e acquista fisicità, energia, lunghezza d’onda, materia.
Ogni volta che sembra aver raggiunto un punto di arrivo, Nera lo trasforma in un’altra partenza.
Forse perché conosce perfettamente la trappola nella quale può cadere un artista: innamorarsi a tal punto di ciò che ha trovato da trascorrere il resto della vita a ripeterlo.
Lei continua invece a cercare.
La ricerca dell’assoluto sapendo che l’assoluto non esiste
Ed è qui che si arriva alla Nera che conosco.
Alla donna che ha costruito la propria vita mettendola al centro della sua casa.
Una casa che, possiamo dirlo, prima ha immaginato e poi ha costruito intorno a sé, quasi che anche l’abitare dovesse sottostare alla stessa esigenza che governa la produzione artistica: dare forma allo spazio senza lasciarsene imprigionare.
Dentro c’è lei.
Ci sono le opere.
Ci sono gli oggetti.
Ci sono i segni di una vita.
Ci sono le esperienze sedimentate e quelle ancora da fare.
E soprattutto c’è quella ricerca dell’assoluto nell’arte che Nera insegue pur sapendo benissimo che l’assoluto non esiste.
Forse continua proprio per questo.
Se esistesse, una volta raggiunto non resterebbe che fermarsi.
Nera, invece, non sembra avere alcuna intenzione di fermarsi.
Dai tagli all’intelligenza artificiale
Ed eccoci al presente.
Nera è talmente intelligente da non avere paura nemmeno di confrontarsi con la contemporaneità più radicale: l’intelligenza artificiale.

Non la guarda come qualcosa che viene a sottrarre spazio all’artista.
La guarda.
La studia.
La interroga.
Probabilmente cercherà di capire che cosa possa prendere anche da questa nuova frontiera.
È perfettamente coerente con ciò che ha sempre fatto.
Perché chi ha attraversato la grafica, il fumetto, la pittura, l’installazione, la materia, il vuoto, la scienza e la riflessione sul cosmo non può improvvisamente avere paura di un nuovo linguaggio.
Nera non difende il confine. Lo attraversa.
La partecipazione nel 2022 alla mostra Artisti d’Italia alla Villa Reale di Monza, curata da Vittorio Sgarbi, è una delle tappe che attestano la dimensione ormai nazionale del suo percorso; nello stesso anno la sua biografia registra anche la performance The sound of my body durante la 59ª Biennale di Venezia.
Sono riconoscimenti importanti.
Ma raccontano soltanto una parte della storia.
Perché ho sempre avuto l’impressione che il critico più difficile con il quale Nera debba fare i conti sia Nera stessa.
Una protagonista che lascia poco spazio ai comprimari

Poi c’è la personalità.
Nera occupa la scena.
Da protagonista.
Non credo nemmeno debba sforzarsi per farlo.
Le viene naturale.
E inevitabilmente lascia poco spazio ai comprimari che, per quanto competenti, preparati e autorevoli, quando entrano nel suo mondo sono costretti a inseguirla.
Non è questione di superiorità.
È questione di velocità.
Mentre gli altri stanno ancora cercando di comprendere il luogo nel quale sono arrivati, Nera ha già intravisto la frontiera successiva.
Poi c’è il piano umano.
Corre parallelo alla sua infinita produzione artistica e sarebbe presuntuoso pensare di poterlo ripercorrere interamente.
Ma c’è una cosa che riguarda me e che voglio ricordare.
Quella prima copertina del 1995
Nel 1995 decisi, con molto entusiasmo e probabilmente con altrettanto velleitarismo, di avviare un giornale.
Era l’inizio di un’avventura della quale non potevo conoscere né la durata né il destino.
Nera fu tra i primi a camminarmi accanto.
Il giornale si chiamava Il Valcalore. Nella storia dei trent’anni di quella esperienza editoriale è rimasto anche documentalmente un dato: la copertina era di Nerina D’Auto. Da quella esperienza, attraverso altri territori e altre testate, sarebbe nato molti anni dopo UNICO.
Ma per me non è un semplice particolare d’archivio.
Quando ancora il giornale cercava un’identità, Nera gli diede un’immagine.
Prima che sapessimo dove saremmo arrivati, lei mise il proprio segno sul punto dal quale partivamo.
Sono passati più di trent’anni.
Il mondo dell’informazione è cambiato.

L’arte è cambiata.
La tecnologia ha cambiato quasi tutto.
Oggi discutiamo con macchine capaci di produrre testi e immagini e ci interroghiamo su quale sarà il confine tra intelligenza umana e artificiale.
Nera è ancora lì.
Curiosa.
Inquieta.
Probabilmente già impegnata a capire cosa possa servirle di tutto questo.
Perché in fondo ha fatto la stessa cosa per tutta la vita.
Ha attraversato la storia senza farsene travolgere.

L’ha amata senza diventarne prigioniera.
L’ha setacciata conservando ciò che poteva alimentare la sua ricerca.
E ogni volta che il presente sembrava raggiungerla, Nera aveva già cominciato a trasformarlo in futuro.




