In questa intervista esclusiva, l’architetto Innocenzo Bortone riassume i risultati dei suoi studi e e delinea le prospettive future della sua attività, offrendo anticipazioni inedite sui prossimo progetti di ricerca. L’architetto Bortone è una delle figure di maggior rilievo nell’ambito della ricerca storica e dell’analisi araldica del Basso Cilento con una specifica e rigorosa focalizzazione su Licusati, uno studioso attento e qualificato la cui opera è costantemente orientata a restituire valore alla memoria collettiva attraverso la decodificazione dei simboli locali. Autentico custode del patrimonio materiale e immateriale, con il suo lavoro offre un contributo prezioso alla comprensione delle radici storiche più profonde del Basso Cilento.
Architetto Bortone, il suo studio sull’araldica civica di Licusati ha riportato alla luce uno stemma denso di significati. Qual è la sua storia, e quali elementi grafici e simbolici lo compongono? Inoltre, cosa rivelano, a livello identitario, sulle radici storiche e culturali della comunità del Basso Cilento?
Mi permetta innanzitutto di ringraziarLa per l’attenzione che dimostra verso il mio studio che, come ho avuto modo di scrivere, costituisce solo un punto di partenza che deve essere ampliato e approfondito da esperti in araldica civica. La storia dello stemma di Licusati è particolare, fu un bambino di pochi anni, Carmine Caputo, mio nonno, a ricopiarlo fedelmente nel tratto e nei colori, sovrapponendo il foglio direttamente sull’immagine originale che si trovava nell’aula della scuola elementare che frequentava. Qualche anno dopo la scuola fu trasferita in altra sede e del quadretto originale si persero le tracce. Tra l’altro il prossimo anno ricorre il decennale della scomparsa di mio nonno Carmine e con mia sorella Anna Maria contiamo di riprendere il concorso d’arte a lui dedicato, e per farlo probabilmente attiveremo una raccolta fondi sulla piattaforma “GoFundMe”, ma tutto è ancora in fase di programmazione. Ritornando allo stemma, senza voler entrare troppo nei dettagli – sarebbe particolarmente lunga la spiegazione – possiamo dire che lo stemma utilizza un “doppio” canale comunicativo. Nella parte superiore dello scudo, dove è riportata la memoria dell’abbazia di San Pietro, vuole trasmetterci il ricordo di un passato grandioso e di un paese intimamente legato sia ai monaci italo-greci, sia ai premostratensi. Nella parte sottostante dello scudo, invece, attraverso l’immagine della pecora su fondo dorato, ci vuole trasmettere il concetto di solidità economica attuale del piccolo paese, dove per attuale intendiamo il periodo in cui lo stemma fu realizzato, verosimilmente poco prima, o durante, il decennio francese, quando Licusati assunse definitivamente il carattere di Comune. L’araldica civica di Licusati, pertanto, costituisce un elemento identitario molto forte ed è capace di fondere insieme la memoria di una storia che affonda le sue radici in un periodo probabilmente compreso tra il X e il XII secolo.
Nel suo saggio per Quaderni Meridionali lei affronta la fine dell’autonomia municipale del borgo. Quali furono le principali dinamiche politiche, economiche e sociali che portarono a questa svolta istituzionale e al successivo declassamento amministrativo del territorio?
Il lungo periodo di autonomia amministrativa di Licusati termina in epoca fascista, nel 1928. Il Governo Mussolini, attuando un piano di riduzione delle autonomie locali e centralizzazione amministrativa, sopprime innumerevoli piccoli comuni tra cui anche Licusati che viene unito a Camerota. Sul piano sociale le implicazioni sono molteplici, la popolazione mal digerisce questa scelta, non ne comprende il motivo, tutto ciò porta anche a un peggioramento dei rapporti – peraltro già non idilliaci – tra gli abitanti di Camerota e Licusati. Come ho detto questa unione non è accettata con particolare piacere dalla popolazione che tenta anche di opporsi a tale decreto. Ovviamente il Governo fascista colpirà duramente, e in maniera immediata, il tentativo di non allinearsi alla volontà del regime, in particolare un uomo verrà inviato al confino. Questo è molto altro è stato oggetto di uno studio approfondito che si è basato sia su documenti conservati presso gli Archivi di Stato, sia su documenti inediti custoditi in archivi privati familiari. Tutto ciò ha portato alla realizzazione di un saggio – giunto ormai alle battute finali – che nei prossimi mesi, se tutto andrà bene, inizierà le procedure di pubblicazione. Non posso ancora svelare il titolo del saggio ma con piacere ho voluto condividere con Lei e con i lettori questa piccola anteprima.
La storiografia ci ricorda che nel luglio 1862 le bande del capobrigante Giuseppe Tardio occuparono Licusati, disarmando la Guardia Nazionale con l’appoggio di parte della popolazione. Come reagirono i cittadini alla perdita dell’autonomia e quali legami diretti sussistono tra il malcontento istituzionale e l’esplosione del brigantaggio post-unitario in quest’area?
Senza voler “assolvere” nessuno dalle colpe commesse – atroci in talune circostanze – bisogna riconoscere che il brigantaggio post-unitario è stato un fenomeno complesso che per lungo tempo si è tentato di declassare a solo atto criminale. Oggi una parte degli storici stanno procedendo ad una fondamentale revisione della questione brigantaggio. D’altronde già Gramsci, in “La questione meridionale”, affermava: <<Il contadino sente la sua impotenza, la sua solitudine, la sua disperata condizione, e diventa brigante, non un rivoluzionario, diventa un assassino dei “signori”>>. Certamente ai briganti si unirono anche malfattori di ogni genere, che intravidero la possibilità di commettere, più o meno impunemente, delitti di varia natura, tuttavia bisogna riconoscere che divennero briganti non solo i contadini analfabeti ma anche personaggi colti ed istruiti, in entrambi i casi, evidentemente, essi riconoscevano che si stava operando una sopraffazione a danno delle masse contadine o non intendevano riconoscere un nuovo stato che sentivano come “invasore”. Un esempio di questa contrapposizione, che confluisce nel brigantaggio, sono le figure del capraio Carmine Crocco e dell’avvocato Giuseppe Tardio, due mondi contrapposti che si trovano dallo stesso lato della barricata. Valentino Romano nel suo libro “Processo a Crocco generale dei briganti” (Capone Editore) – che ritengo illuminante – afferma: <<E la terra, da strumento di vita, si trasformò in strumento di morte: di fronte, allora, alla “vita negata”, alla “terra negata”, alla “bellezza negata”, reagirono con l’unica arma a loro residua, la violenza cieca e immediata; e – in concomitanza e anche a causa del rivolgimento istituzionale in atto – profanarono quella bellezza, percorsero quella terra arsa, diventata ostile, bagnandola dell’altrui e del proprio sangue>>. Per me questa frase è il cuore pulsante di ciò che è stato il brigantaggio post-unitario. Personalmente credo che sbagli chi vuole declassare i briganti a semplici malfattori, ma in eguale misura sbaglia chi intende eleggerli a eroi al di fuori del tempo, “senza macchia e senza paura”.
Nella sua indagine tra archivi comunali, atti parlamentari e antiche platee, quali sono stati i documenti più complessi da decifrare o quelli che le hanno riservato le maggiori sorprese?
Ogni documento ha una sua peculiarità e tutti hanno sempre un interesse particolare. Quando si intraprende una ricerca si conosce benissimo il punto di inizio ma difficilmente si sa dove quella ricerca condurrà realmente, è un viaggio di cui si conosce il porto di partenza ma non precisamente quello di destinazione, diciamo che ad essere tracciata – a volte in maniera approssimativa – è solo la rotta, cosa potrà accadere durante quel viaggio semisconosciuto, beh nessuno lo sa!
Alcune delibere del Comune di Licusati del periodo fascista, ad esempio, mi hanno sorpreso, soprattutto se lette con il senno di poi e sapendo ciò che la storia ha riservato; anche la Platea dei beni del 1613, riguardante l’abbazia di San Pietro di Licusati, e già indagata da Pietro Ebner dal punto di vista economico, è stata una scoperta, chi se lo sarebbe mai aspettato che contenesse una descrizione planimetrica della struttura?
Proprio la descrizione contenuta in questa platea ha permesso di capire che l’immagine dell’abbazia riportata nello stemma di Licusati, pur se fortemente idealizzata, non è così distante da ciò che effettivamente doveva essere nella realtà.
Come si suol dire, tuttavia, il documento più interessante è quello che ancora si deve consultare!
Come venivano vissuti un tempo, e come vengono vissuti oggi, gli spazi sacri e i monumenti storici di Licusati?
Licusati, come la maggior parte dei paesi del Meridione d’Italia, è fortemente legato agli edifici sacri che sono stati gli elementi attrattori attorno ai quali si è sviluppato il primitivo nucleo abitativo. Con il tempo altri nuclei di aggregazione sono sorti, mi riferisco ad esempio ai palazzi nobiliari. Sicuramente un tempo si vivevano gli spazi sacri con maggiore assiduità e intensità rispetto a quanto si faccia oggi, d’altronde si è modificata anche la percezione stessa della spiritualità, Guccini, recentemente scomparso, nel 1965 scriveva la famosa canzone “Dio è morto”, questa frase sebbene possa apparire una provocazione, certamente non lo è se pensiamo che oggi l’uomo pone se stesso al posto di Dio, supportato e spinto anche da una tecnologia sempre più presente che, senza che egli se ne renda conto, lo trasforma da dio in schiavo; “l’uomo è morto” occorrerebbe cantare oggi! Per contro va indubbiamente registrata una crescente sensibilità riguardo i temi della salvaguardia dei beni storici, merito anche di una progressiva attività di sensibilizzazione svolta attraverso convegni, dibattiti e pubblicazioni che pongono al centro il territorio e la sua storia.
Lei ha collaborato a diversi volumi sulla tutela del patrimonio del Basso Cilento. Può dirmi quali sono oggi i rischi maggiori, tra spopolamento e incuria, per la sopravvivenza dei beni materiali e delle tradizioni immateriali?
Ho avuto il piacere di collaborare, con altri autorevoli autori, alla stesura di alcuni volumi che trattano dei beni materiali e immateriali del Basso Cilento, per questo ringrazio il Prof. Ezio Martuscelli, curatore dei volumi, che ha fortemente voluto la mia partecipazione. Altri studi si trovano sulla rivista storica “Quaderni Meridionali”, diretta dal prof. Mario Garofalo, un progetto culturale che ritengo molto interessante che ha lo scopo di riportare al centro del dibattito la storia del Meridione d’Italia, quella storia spesso taciuta perché ritenuta di minore importanza o addirittura sconosciuta. Ho poi pubblicato un saggio dal titolo “La Fede si fa Pietra. Un popolo, una chiesa, un Vescovo ed un Re”, che tratta dei primi trent’anni della chiesa di Marina di Camerota, a cavallo tra Restaurazione e Unità d’Italia, la cui prefazione è stata curata dallo scrittore, storico e linguista prof. Aniello Amato, mentre di prossima uscita sarà il saggio che riguarda l’abolizione del comune di Licusati in epoca fascista, una storia particolarmente avvincente anche per le implicazioni sociali che ha comportato, ma non voglio dire altro. Insomma tento di far conoscere e di parlare della storia dei nostri territori e dei beni materiali e immateriali di cui sono ricchi, spero di farlo in maniera almeno piacevole.
È inutile negare che i nostri paesi sono stretti da decenni nella morsa dello spopolamento, quelli più piccoli e marginali del Meridione soffrono questo problema in misura maggiore, mi verrebbe da dire che la “questione meridionale”, ad oltre centosessanta anni di distanza dall’Unità d’Italia, è tutt’altro che risolta. A questo già di per sé rilevante problema si lega anche quello della salvaguardia dei beni materiali e immateriali. Nell’immediato la prima, e forse unica, arma di cui disponiamo per salvaguardare il nostro patrimonio storico, è la costante attività di ricerca e sensibilizzazione. Se ogni comunità riconosce e diventa cosciente dell’importanza del proprio patrimonio storico, potrà farsi promotrice non solo di azioni basilari di salvaguardia, ma anche spostare l’attenzione della politica su tali tematiche. È importante che una comunità riconosca un dato bene come elemento meritevole di salvaguardia, conoscere e trasmetterne la storia significa attivare quel sistema base di salvaguardia che ridurrà, ad esempio, le probabilità che quel monumento diventi oggetto di azioni vandaliche.
L’ottima riuscita della rassegna “Incontri Meridionali” a Licusati sottolinea l’importanza di fare della ricerca e della divulgazione storica uno strumento per rimettere al centro ciò che la storiografia ufficiale ha spesso considerato periferico. I piccoli centri si fanno custodi di un patrimonio storico profondo al di fuori degli schemi narrativi tradizionali: è quanto accaduto a Licusati. Quali devono essere i prossimi passi affinché l’esempio di Licusati non resti un fatto isolato ma diventi un volano di sviluppo turistico e culturale per l’intera area del Monte Bulgheria?
Licusati quest’anno ha deciso di puntare sulla cultura, la tre giorni denominata “Incontri Meridionali” ha dato il via a una serie di appuntamenti nei quali sono stati presentati libri di diverso genere. Non solo studi dedicati alla storia del Mezzogiorno ma anche, ad esempio, il libro del prof. Paolo Scarabeo, direttore di “Quintapagina”, un libro molto interessante che ci conduce alla scoperta dell’alfabeto dell’anima. Tutti gli incontri, ci tengo a sottolinearlo, sono stati pensati e sviluppati “dal basso” contando solo sulla partecipazione attiva degli abitanti di Licusati che non hanno tradito le nostre aspettative. L’occasione mi è cara anche per ringraziarLa dell’attenzione dimostrata, ma soprattutto per la Sua gentile partecipazione al tavolo dei relatori durante la serata di esordio, la Sua presenza ha rappresentato per noi una indubbia attestazione di stima. Le giornate di “Incontri Meridionali”, fortemente volute dal prof. Mario Garofalo, hanno potuto svilupparsi anche grazie a un terreno fertile preparato negli anni precedenti, ciò ha dato la possibilità di programmare tutto con maggiore velocità e sicurezza. La partecipazione di relatori provenienti oltre Regione, mi riferisco allo storico e saggista Valentino Romano e all’architetto Franco Valente, ha permesso di innestare Licusati in un più ampio panorama storico, si è partiti dalla storia locale per aprirsi a vicende accadute in altre regioni dell’Italia del Sud. Ovviamente noi ci auguriamo che tale esperienza non resti isolata, potrebbe essere interessante realizzare gli “Incontri Meridionali” attraverso date consecutive che tocchino diversi paesi del Sud, magari non grandi centri ma aree ritenute marginali. Per fare ciò, ovviamente, occorre che si attivi anche il sostegno delle associazioni e della politica locale. La cultura può diventare volano di crescita soprattutto per i paesi interni, quelli che restano fuori dai grandi circuiti turistici. Certamente non può trattarsi del turismo dei “grandi numeri”, riscontrabile nei centri costieri, piuttosto di un turismo di nicchia che, a mio avviso, meglio si addice ai piccoli paesi dell’entroterra e che, volendo, potrebbe coprire anche periodi differenti da quello estivo. Io però non sono un esperto in strategie turistiche, lascio ad altri il compito di valutare tale possibilità. Bisogna rilevare che nell’area del Basso Cilento, che spesso, a torto, continua a essere considerata territorio marginale dal punto di vista storico, si attivano, in misura sempre maggiore, momenti di dibattito e confronto culturale su tematiche inerenti la storia locale, occorre proseguire su tale via e laddove possibile tentare di unire le forze. Nel 2028 ricorreranno i 200 anni dallo scoppio dei moti del Cilento, perché allora non pensare a un programma culturale condiviso da sviluppare, ad esempio, in quei paesi che vennero coinvolti in tale insurrezione? Ma questa è solo una delle possibili tematiche che i paesi del Cilento possono sviluppare insieme, sicuramente tantissime altre se ne possono trovare, l’importante è proseguire nell’azione di studio, ricerca e divulgazione della storia locale inserendola nel più ampio quadro della storia meridionale. Abbiamo valenti studiosi – e non voglio essere autoreferenziale – capaci di riscattare i nostri territori dal punto di vista della ricerca storica, abbiamo la possibilità di svestirci del concetto di territorio marginale che per secoli ci è stato cucito addosso, sta a noi cogliere questa opportunità.




