Geremia 20,7-9; Romani 12,1-2; Matteo 16,21-27
La liturgia della Parola ricorda le condizioni per essere veri discepoli di Cristo. Possono determinare sconforto se non se ne comprende bene il significato, reagendo come Geremia, il quale tenta di sottrarsi quando riceve l’invito a essere profeta. Paolo, invece, esorta a offrirsi a Dio, a darsi interamente a Lui.

Il passo del Vangelo è uno spartiacque tra la prima fase del ministero di Gesù e la seconda, che porta a Gerusalemme e quindi alla croce. Il Maestro vuole preparare i suoi a tutte le evenienze. Pietro coglie l’intenzione e reagisce con immediatezza. È lo stesso Simone, figlio di Giona, elogiato la scorsa settimana per la fede, motivo per cui è diventato Pietro. Ma la sua interpretazione del Messia lo confonde. Per lui Messia significa condottiero vittorioso, capace d’inaugurare il regno d’Israele; sconvolto dalle parole di Gesù, finisce per diventare un tentatore.
«Tu mi hai sedotto… mi hai fatto forza». Così Geremia esprime la sua esperienza con Dio. Anche Pietro conosce la seduzione di Cristo: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente». Ma attende un Messia trionfante. Gesù smonta le sue illusioni e parla della propria morte. Pietro reagisce, ma il Maestro non cede: «Va’ dietro a me, Satana! … Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!»
La croce fa paura, incute terrore in Pietro e farà riflettere anche Gesù, consapevole di ciò che lo attende, fino a pregare il Padre perché allontani il calice. Ma egli fa prevalere il piano di Dio e insegna ai Dodici che la vocazione del vero discepolo comporta la disponibilità a prendere la croce e, se necessario, ad accettare sacrifici per rimanere fedeli.
Se si risponde con semplice rassegnazione al suo invito, tutto diventa incomprensibile. Ecco la necessità della conversione per avere fede, disponibili anche a perdere tutto. Se riteniamo che morte e sofferenza siano soltanto pericoli da evitare, allora rischiamo di diventare scandalo per i nostri fratelli e di opporci al piano di Dio. Gesù, invece, è categorico: alla risurrezione del terzo giorno non si arriva scavalcando la sofferenza.
Interpretato letteralmente, il rimprovero di Gesù a Pietro è durissimo: «Va’ dietro a me, Satana!» Collocato nel giusto contesto, però, è un invito deciso alla conversione; come se dicesse: torna al tuo posto, mettiti dietro a me e continua a essere mio discepolo.
Pietro è ancora prigioniero della logica umana. Non ha compreso che Dio sceglie di non somigliare ai potenti, perché sua prerogativa è la forza dell’amore.
Gesù pone come condizione il rinnegare se stessi, che non significa mortificare o disperdere i propri talenti, ma realizzare pienamente la propria esistenza andando oltre se stessi.
Non va fraintesa neppure l’espressione «prendere la croce». Non è un invito alla rassegnazione. Gesù non dice sopporta, ma prendi: un’azione cosciente, generata dalla follia dell’amore, che conduce alla stupefacente esperienza di trovare la vita proprio quando la si perde.
È evidente l’enfasi posta sul verbo trovare, cioè realizzare pienamente la propria esistenza.
L’insegnamento di questa domenica può allora sintetizzarsi nell’espressione:
Perdere per trovare
consapevoli di essere ricchi soltanto di ciò che doniamo.
La logica della vita cristiana è la Croce. Gesù rivela ai discepoli che la sequela implica questa logica: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
La fede è un’esigente seduzione: non può pretendere di aggirare la croce.
Ciò che affligge gli apostoli è l’esigente Parola di Dio, Buona Novella che offre felicità, ma che va anche controcorrente rispetto ai pensieri e ai desideri del mondo.
Paolo, consapevole che l’autentico discepolo deve guardarsi dalle parole compiacenti e non avere altra preoccupazione che piacere a Dio, esorta a trasformare la vita in liturgia, rifiutando di modellarla sul mondo.
Dinanzi a queste esigenze siamo tentati, come Mosè o Elia, di fuggire dalle responsabilità e di rinunciare a parlare di Dio.
È la tentazione di Geremia: «Io mi dicevo: non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome». Ma deve infine riconoscere: «Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».
Dio è quel fuoco che non riusciamo a dominare.
Lasciamoci allora guidare dalla Parola e trasformare dai suoi pensieri.
lr
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