Dal 1995 quattro sindaci hanno visto interrompersi anticipatamente il mandato per effetto della rottura del Consiglio comunale. In termini teorici, le crisi politiche hanno lasciato inutilizzati circa dieci anni di mandato. Ma mentre i sindaci cadono, molti consiglieri ritornano. Gaetano Paolino rivendica quindici mesi di risultati; chi ha determinato la fine dell’amministrazione racconta un’altra città. Intanto Capaccio Paestum continua a lavorare e già ricomincia a prepararsi al prossimo voto.
C’è un dato dal quale conviene partire.
Nell’era dell’elezione diretta del sindaco, a Capaccio Paestum quattro primi cittadini hanno interrotto anticipatamente il mandato in seguito alla rottura politica del Consiglio comunale.
Vincenzo Sica nel 2007.
Pasquale Marino nel 2011.
Franco Palumbo nel 2018.
Gaetano Paolino il 24 agosto 2026.
Nel 2007 furono undici consiglieri su venti a dimettersi; undici ancora nel dicembre 2011; nove su sedici nel 2018; nove anche nell’ultima crisi. I decreti di scioglimento documentano formalmente i primi tre episodi, mentre per Paolino le nove dimissioni sono state sottoscritte davanti al notaio dopo appena quindici mesi dall’elezione.
Se proviamo a misurare non soltanto quante volte un’amministrazione è caduta, ma anche quanto mandato restava ancora da svolgere, il risultato diventa ancora più significativo.
Tra Sica, Marino, Palumbo e Paolino arriviamo a circa 120 mesi di mandato teorico non completato: l’equivalente di dieci anni.
Naturalmente non sono dieci anni di commissariamento. È un indicatore che serve a rappresentare quanto precocemente siano saltati equilibri politici ai quali gli elettori avevano affidato un mandato pieno.

E dal calcolo è stato volutamente escluso la consiliatura Alfieri 2024-2025. Anche quel Consiglio terminò anticipatamente, dopo le dimissioni contestuali di quindici consiglieri su sedici, ma Franco Alfieri aveva già presentato le proprie dimissioni: è dunque una vicenda diversa dalle quattro precedenti.
Non è soltanto il numero delle crisi
Capaccio Paestum non è l’unico Comune importante del Parco ad avere conosciuto stagioni di forte instabilità.
Anche Agropoli e Camerota hanno avuto numerose amministrazioni interrotte prima della scadenza.
La specificità capaccese sembra stare soprattutto nella persistenza del fenomeno.
Ad Agropoli gran parte dell’instabilità appartiene agli anni Novanta e ai primi anni Duemila. A Camerota l’ultima rottura consiliare risale al 2017.
A Capaccio Paestum, invece, il meccanismo continua a riprodursi nel presente: Palumbo nel 2018, la consiliatura Alfieri conclusa anticipatamente nel 2025, Paolino nel 2026.
La domanda, allora, non è semplicemente perché cada un sindaco.
È:
perché a Capaccio Paestum l’interruzione anticipata di una consiliatura continua a rappresentare un evento così ricorrente della vita politica?
Il sindaco cade, il consigliere ritorna
Ed è qui che la nostra ricerca restituisce forse il dato più interessante.

Le amministrazioni finiscono.
Arriva il commissario.
Si torna alle urne.
Ma una parte consistente della classe politica ritorna puntualmente in Consiglio.
Nel passaggio dal Consiglio 2019 a quello eletto nel 2024, nove consiglieri su sedici avevano già fatto parte dell’assise precedente: oltre il 56 per cento.
Nel 2025, dopo appena un anno e un nuovo ritorno alle urne, sette consiglieri su sedici provenivano direttamente dal Consiglio del 2024.
Se allarghiamo il conto a quanti avevano comunque già maturato un’esperienza consiliare, nelle assemblee del 2024 e del 2025 arriviamo almeno a dieci consiglieri su sedici: il 62,5 per cento. Gli atti ufficiali del Comune consentono di ricostruire questa forte continuità.
Non è necessariamente un dato negativo.
Essere rieletti può significare esperienza, conoscenza della macchina amministrativa, radicamento e fiducia degli elettori.
Ma se le maggioranze continuano contemporaneamente a disgregarsi, quella continuità diventa una questione politica.
La formula è semplice:
a Capaccio Paestum sembrano cambiare più frequentemente i sindaci delle persone che siedono intorno al sindaco.
Cinque firme ritornano
C’è poi un elemento ancora più particolare.

Angelo Quaglia, Igor Ciliberti, Maria Rosaria Giuliano, Gianmarco Scairati e Adele Renna erano tra i consiglieri dimissionari del febbraio 2025.
Pochi mesi dopo vengono tutti nuovamente eletti, questa volta nelle liste che sostengono Gaetano Paolino.
Il 24 agosto 2026 sono ancora tra i nove firmatari delle dimissioni che determinano la fine della consiliatura. Con loro firmano Antonio Agresti, Antonio Mastrandrea, Eustachio Voza e Simona Corradino.
Le due vicende non sono assimilabili.
Nel 2025 Alfieri aveva già rassegnato le dimissioni. Nel 2026, invece, le nove firme determinano direttamente la conclusione dell’esperienza Paolino.
Resta però un dato politicamente significativo:
cinque consiglieri hanno sottoscritto gli atti conclusivi di due Consigli consecutivi, sono stati rieletti nel mezzo e, nel secondo caso, erano stati tutti eletti nella coalizione del sindaco la cui amministrazione hanno poi contribuito a far cessare anticipatamente.
Non è un’accusa.
È un elemento utile per interrogarsi sul funzionamento del sistema politico locale.
Paolino mette sul tavolo il suo bilancio
Gaetano Paolino offre una lettura radicalmente diversa della conclusione della propria esperienza amministrativa.
Sostiene di avere respinto «forzature» e richieste che riteneva incompatibili con il proprio ruolo, presentando la scelta di non cedere come una questione di dignità, legalità e rispetto della funzione pubblica.
E soprattutto mette sul tavolo un lungo elenco di ciò che sostiene di avere realizzato in quindici mesi.
Vale la pena riportarlo.
Non per certificarlo, né per smentirlo, ma perché ciascun cittadino possa valutarne l’attendibilità, la consistenza e gli effetti dal proprio punto di osservazione.

Paolino rivendica:
- l’avvio del risanamento del disavanzo di bilancio, la razionalizzazione della spesa e il contrasto agli sprechi;
- le misure di self cleaning adottate dopo la Commissione d’accesso e il passaggio alla fase di monitoraggio e prescrizioni;
- interventi sulla macchina comunale per rimuovere quelle che definisce vecchie «incrostazioni» e «abitudini»;
- l’intensificazione della lotta ai reati ambientali e agli sversamenti;
- la ripartenza di opere pubbliche ferme o incomplete, tra cui Cinema Myriam, Via Italia, Viale della Repubblica, Cafasso, Capo di Fiume, Varco Cilentano e Torre/Licinella;
- una nuova gara per i saggi archeologici necessari al futuro sottopasso di Paestum;
- l’assegnazione di circa venti nuovi lotti nell’area PIP di Sabatella e la richiesta di finanziamenti per completarne le infrastrutture;
- un progetto da circa 8 milioni di euro per la messa in sicurezza del fiume Sele;
- circa 30 milioni di euro di nuovi finanziamenti extracomunali per viabilità, ex Tabacchificio, rete fognaria e depuratore di Varolato, costone del cimitero, stadio Mario Vecchio, asili, turismo e scuolabus elettrico;
- una forte crescita delle presenze turistiche, che quantifica in 538.088 nel 2025 e 518.060 già ad agosto 2026, oltre all’avvio della DMO e del Distretto Urbano del Commercio;
- interventi sull’approvvigionamento idrico del Capoluogo;
- il percorso per la stabilizzazione di oltre cento lavoratori della Paistom, che definisce un risultato storico.
L’elenco è sul tavolo.
Adesso ciascuno può chiedersi quali siano risultati ormai acquisiti, quali procedure avviate, quali finanziamenti effettivamente ottenuti e spendibili, quali opere semplicemente rimesse in moto e, soprattutto, quanti di questi interventi siano già percepibili nella vita quotidiana della città.
Questo, probabilmente, è il terreno più corretto sul quale valutare il bilancio di Paolino.
Non credere o smentire per appartenenza.
Verificare.
Resta comunque un dato politico difficilmente aggirabile: Paolino era stato eletto al primo turno con il 57,63% dei voti e, appena quindici mesi dopo, la sua maggioranza originaria si era dissolta.
Se i risultati rivendicati erano così significativi, evidentemente non sono stati sufficienti a mantenere coesa una parte determinante della coalizione che lo aveva portato alla vittoria.
Chi ha determinato la fine dell’amministrazione racconta un’altra città
I consiglieri dimissionari restituiscono infatti una fotografia profondamente diversa.
Nelle settimane precedenti erano emerse contestazioni sull’assenza di dialogo interno, sulla gestione della stagione turistica, sulla trasformazione della Paistom, sul PUC e sui rapporti tra amministrazione, Consiglio e uffici. La crisi si era poi aggravata dopo la mancata approvazione dell’assestamento di bilancio.

Abbiamo dunque due racconti quasi inconciliabili.
Da una parte un sindaco che sostiene di avere rimesso in moto il Comune, recuperato risorse e riportato legalità e rigore.
Dall’altra consiglieri, in larga parte eletti insieme a lui, che ritengono quell’esperienza non più sostenibile.
Gli uni mettono in fila ciò che è stato fatto. Gli altri ciò che non sarebbe stato fatto o sarebbe stato fatto male.
In mezzo rimangono i cittadini.
E intanto la città continua a vivere
I cittadini sembrano ormai talmente abituati a tornare anticipatamente alle urne che già si fanno capannelli davanti ai bar, nelle sale d’attesa dei medici, in fila agli sportelli delle Poste e delle banche.
Si fanno nomi.
Si immaginano alleanze.
Si cominciano a contare preferenze.
Nel frattempo, però, la città reale continua a vivere.
Gli imprenditori del turismo tirano le somme della stagione estiva.
Gli addetti all’agricoltura non hanno tempo da perdere dietro le alchimie della politica.
A chi opera nel settore edilizio cadono nuovamente le braccia davanti all’incertezza della pianificazione urbanistica.
Il Museo e l’area archeologica continuano a vivere una dimensione gestionale che troppo spesso appare separata dalla comunità che li ospita, quasi fossero un corpo estraneo.
Il tempo scuola degli alunni che frequentano l’obbligo resta ridotto ai minimi termini.
I lavori pubblici, riavviati dopo periodi troppo lunghi di fermo, devono attraversare un’altra fase di transizione amministrativa.
Il mercato ortofrutticolo, che da oltre un decennio cerca di delocalizzarsi su un terreno acquistato da tempo, continua ad aspettare mentre il proprio spazio operativo si assottiglia.
Eppure, nonostante tutto, l’economia continua quasi miracolosamente a tenere in piedi il sistema.
Agricoltura, allevamento bufalino, turismo, commercio, edilizia e servizi producono reddito e occupazione mentre la macchina politica, periodicamente, si ferma.
Forse Capaccio Paestum è semplicemente una città economicamente più resistente della propria politica.
E gli aspiranti consiglieri sono già ripartiti
C’è infatti un settore che non sembra conoscere crisi.
È quello degli aspiranti consiglieri comunali.
Sono già in movimento.
Raccolgono adesioni, riallacciano rapporti, misurano il peso delle reti familiari, amicali, professionali e territoriali.
Presto torneranno i “progetti”.
I programmi di “sviluppo della città”.
Le liste civiche.
Le promesse di cambiamento.
Ma dopo trent’anni di crisi amministrative sarebbe forse opportuno chiedersi se l’obiettivo debba essere soltanto conquistare un posto in Consiglio, oppure costruire una maggioranza politica capace di restarci per cinque anni.
Perché è questo che la storia recente sembra raccontare.
Si sommano candidati.
Si sommano preferenze.
Si sommano famiglie, contrade, professioni, amicizie e gruppi.
Si vince.
Poi bisogna governare.
Ed è in quel momento che la maggioranza elettorale dovrebbe trasformarsi in maggioranza politica.
Troppo spesso non accade.
Il Consiglio si scioglie.
Arriva il commissario.
Si torna alle urne.
Le liste cambiano nome.
Le coalizioni si ricompongono.
E molti protagonisti ritornano.
Gli aspiranti consiglieri, intanto, sembrano già tornati in piena euforia e sondano perfino le proprie intenzioni per capire se valga la pena tentare ancora una volta la conquista di un posto “al sole” del potere cittadino.
Farebbero bene, però, a ricordare una peculiarità ormai storicamente documentata del clima politico di Capaccio Paestum:
quel posto al sole rischia di essere così effimero da sciogliersi ai primi colpi di sole dell’estate successiva.
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