Ho conosciuto Carmine Marino, per tutti Nuccio, di Ottati, quando arrivai per la prima volta in quel paese da fidanzato di Gina, rigorosamente accompagnato dalla madre Maria e dalla sorella più piccola Antonella.
Si andava a Ottati, il paese della longevità, perché Maria, la mamma di Ginetta, era appunto di lì, figlia di Felicia Peduto e Giuseppe Piecoro, che avevano avuto cinque figli: Maria, Minuccia, Ida, Antonietta e il più piccolo, Nicola, morto precocemente.
Quella famiglia mi adottò fin da subito e non perse mai occasione per farmi sentire uno di loro.
Così, ogni volta che ho potuto, non ho mancato di tornare in quel borgo per salutarli, condividere i momenti felici e anche quelli che felici lo sono stati molto meno.
Uno di questi è arrivato il 29 agosto 2026, con la scomparsa di Nuccio Marino.
Nuccio aveva compiuto 98 anni e puntava decisamente ai cento. La sua tempra, però, ha ceduto proprio nell’ultimo “miglio”.
Io mi assumo comunque la responsabilità di annoverarlo, ad honorem, tra i centenari di Ottati.
Se lo merita.
Se lo merita per quella tempra di falegname e agricoltore, di marito e di padre che ne aveva fatto, almeno per me, quasi un mito.
Nuccio era uno di quegli uomini con i quali potevi iniziare una discussione su qualunque argomento venisse fuori dal confronto e ritrovarti, poco dopo, coinvolto in un ragionamento vero. Non lasciava cadere una frase, non si accontentava di ascoltare. Faceva domande appropriate, incalzava, rilanciava la discussione.
Leggeva con interesse il giornale che, di tanto in tanto, gli portavo e poi mi “interrogava” sugli sviluppi dei fatti di cronaca, anche quelli che andavano ben oltre Ottati e i paesi vicini, che pure conosceva molto bene.
Il momento più difficile arrivava sempre quando era ora di andare via.
Chiamava la moglie Minuccia, le chiedeva di portare qualcosa da bere e, alla fine, ci salutavamo con la promessa:
«Ci vediamo presto».
Un modo di dire che, purtroppo, la lontananza e la vita hanno finito troppe volte per dilatare oltre ogni misura.

Ogni tanto mi ripromettevo di tornare a fargli visita. Poi la vita non sempre ci consente di essere generosi con il nostro tempo e la ragione trova sempre una buona giustificazione per spostare un po’ più avanti il termine entro il quale mantenere una promessa.
Fino a quando ci accorgiamo che quel tempo non c’è più.
Nuccio e Minuccia hanno avuto due figli, Maria e Giuseppe.
Per loro Nuccio ha lavorato una vita intera, giorno dopo giorno, come falegname e come agricoltore, costruendo con le proprie mani non soltanto ciò che serviva per vivere, ma anche quella solidità familiare che oggi rimane come la sua eredità più importante.
Se ne va senza avere coronato il suo piccolo grande sogno: raggiungere il centesimo anno di vita.
Ma penso che nessuno possa negargli di aver tagliato quel traguardo ad honorem.
Perché non sono soltanto gli anni a misurare una vita.
Contano il modo in cui sono stati vissuti, il lavoro, gli affetti, le persone incontrate, le parole lasciate, la capacità di continuare a interessarsi al mondo anche quando il mondo comincia ad andare più veloce di noi.
E da questo punto di vista Carmine Marino, detto Nuccio, il suo secolo lo ha vissuto tutto.
Maria e Giuseppe, insieme a quanti gli sono stati accanto per una vita, possono testimoniare che Nuccio ha speso bene il tempo che gli è stato concesso sulla terra ed essere orgogliosi di averne condiviso il cammino.
Da parte mia e di Gennaro, di Antonella e Gina e delle nostre rispettive famiglie, resta soprattutto la gratitudine.
Siamo onorati di averlo avuto come zio e, soprattutto, come compagno di viaggio sulle strade del mondo che, sia pure per un tratto troppo breve, abbiamo avuto la fortuna di percorrere insieme a lui.
Ciao Nuccio.
Per noi, i cento li hai compiuti davvero.
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