Una domenica nel Golfo dove la città ha cominciato a misurarsi con l’America’s Cup
Già alla stazione di Capaccio Scalo, dove io e Ginetta ci siamo “imbarcati” per Napoli, si avverte che ci aspetta qualcosa di particolare. Un evento “storico”, nel quale il mare farà sentire tutto il peso della sua storia sulla città.

I vagoni sono affollati. Il viaggio diventa così anche un modo per condividere l’attesa con tante altre persone che hanno scelto Napoli per dare un senso a una delle tante domeniche di un’estate che sembra non voler finire.
Scendiamo alla stazione e decidiamo di raggiungere a piedi il lungomare di Mergellina, per immergerci lentamente nel clima della città. In un giorno di festa Napoli si trasforma ancora una volta in un grande teatro all’aperto, dove ciascuno sembra recitare a soggetto.
Dalla Duchesca passiamo per Forcella. Da lì raggiungiamo la zona del porto e proseguiamo verso piazza Municipio. Risaliamo fino alla Galleria Umberto I, accarezzando con lo sguardo Castel dell’Ovo, poi ci concediamo il senso di vastità di piazza del Plebiscito.

Infine eccoci sul lungomare.
Da qui cominciano ad arrivare i rumori di sottofondo dell’evento che ci aspetta. Voci, annunci, musica, gente che si muove nella stessa direzione.
E soprattutto il mare.
È lui, oggi, il vero palcoscenico.
Il Golfo sembra fatto apposta per una competizione del genere. Da Posillipo verso Punta Campanella, con Capri a chiudere l’orizzonte e il Vesuvio a ricordare che qui persino la geografia ha qualcosa di teatrale, Napoli presenta al mondo uno dei suoi scenari più conosciuti.
L’America’s Cup, per ora, arriva con le sue imbarcazioni “ridotte”. Sono gli AC40, i monoscafi foil utilizzati nelle regate preliminari; la Coppa vera del 2027 sarà disputata invece con i più grandi AC75. La tappa di Napoli, dal 24 al 27 settembre, è però già qualcosa di più di una prova: è la prima competizione disputata sullo stesso campo di regata che ospiterà l’America’s Cup nel 2027. Emirates Team New Zealand
E per Napoli è una prova generale.
Il lungomare da Castel dell’Ovo verso Mergellina è ormai una lunga tribuna. La Villa Comunale restituisce un po’ d’ombra e frescura a chi aspetta, mentre sul marciapiede la folla cerca continuamente uno spazio dal quale riuscire a vedere meglio.
C’è chi conosce ogni regola della vela e chi è venuto soltanto perché oggi a Napoli succede qualcosa.
Forse è questo il primo risultato dell’America’s Cup.
Portare uno sport che normalmente vive lontano dal grande pubblico dentro la città, a pochi metri da chi passeggia sul lungomare.
La festa, a dire il vero, impiega un po’ a cominciare. Nella vela comanda ancora qualcosa che nessuna organizzazione può programmare: il vento.
Si aspetta.
E Napoli sa aspettare trasformando anche l’attesa in spettacolo.
Quando finalmente gli scafi cominciano a correre, si capisce subito quanto queste imbarcazioni appartengano a una vela molto diversa da quella conservata nell’immaginario collettivo. Non sembrano navigare sull’acqua. Quando prendono velocità si sollevano sui foil e quasi la abbandonano.
Sul campo di gara c’è anche Luna Rossa.
Ed è inevitabilmente lei a concentrare l’attenzione del pubblico.
Arriviamo all’ultima giornata con l’equipaggio italiano davanti nella classifica della serie. Il regolamento prevede due ultime regate di flotta e poi una finale tra i primi due equipaggi. Nove AC40 hanno preso parte alla manifestazione, espressione di sei team della Coppa. Emirates Team New Zealand
Luna Rossa fa ciò che tutti, sul lungomare, sperano.
Vince.
Prima si impone nella serie di flotta, poi arriva il momento che trasforma la giornata in qualcosa di diverso.
La finale è ancora una volta contro Emirates Team New Zealand, il detentore dell’America’s Cup.
Italia contro Nuova Zelanda.
Napoli contro Auckland, almeno simbolicamente.
Ed è difficile, per noi, non tornare con la memoria proprio alla Nuova Zelanda visitata qualche tempo fa. Là avevamo visto una città nella quale la vela è quasi un elemento naturale del paesaggio urbano, con la baia punteggiata da migliaia di imbarcazioni.

Qui la situazione è diversa.
Napoli deve ancora costruire intorno alla grande vela quell’abitudine.
Ma possiede un vantaggio che nessuna organizzazione può acquistare: lo scenario.
La finale dura pochi minuti, ma sul lungomare cambia la percezione del tempo.
Luna Rossa prende il comando e riesce a conservarlo. Passaggio dopo passaggio cresce la sensazione che il risultato possa arrivare davvero.
Quando taglia il traguardo davanti ai neozelandesi, con un margine di circa diciassette secondi, il boato della città arriva fino al mare. L’equipaggio italiano chiude così una giornata perfetta, dopo aver vinto entrambe le regate di flotta della domenica e la finale. Boating New Zealand
In quel momento la regata smette di appartenere soltanto agli appassionati.
Diventa Napoli.
Diventa il rumore della gente sul lungomare, le bandiere, le barche che circondano il campo di gara, le persone che cercano di fotografare qualcosa che corre troppo velocemente per essere fermato dentro uno schermo.
La tre giorni — preceduta dalla giornata ufficiale di prove — è servita alle squadre per raccogliere dati, provare uomini, strategie e comunicazione in vista della competizione del prossimo anno. Ma è servita anche alla città per prendere le proprie misure rispetto a un evento che nel 2027 avrà tutt’altra dimensione. Emirates Team New Zealand
Ed è forse proprio questa la sensazione che rimane mentre cominciamo a lasciare il lungomare.

Non abbiamo assistito ancora all’America’s Cup.
Abbiamo assistito alla sua promessa.
Napoli ha visto cosa significa avere il grande evento davanti alle proprie finestre. Ha misurato la folla, gli spazi, il rapporto tra mare e città, l’accoglienza degli equipaggi e quella degli spettatori.
Luna Rossa, intanto, ha fatto la sua parte.
Ha vinto davanti a casa.
Ma la sfida vera verrà tra pochi mesi, quando nel Golfo non correranno più soltanto gli AC40 delle regate preliminari e Napoli diventerà definitivamente il centro mondiale della vela.
Noi, intanto, riprendiamo la strada verso la stazione.
La stessa città attraversata al mattino ora sembra diversa.
Forse perché, per qualche ora, Napoli non ha soltanto guardato il mare.
Ha ricominciato a sentirsi città di mare.
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