La poesia del Natale sull’onda della nostalgia per l’infanzia al paese

Tornerò anche quest’anno al paese, come sempre, per Natale. Troverò zeppole, struffoli e nocche, mi ferirà di dolcezza malinconica il suono delle ciaramelle, mi incanterò ai presepi nella chiesa ...

LIUCCIO GIUSEPPINO I Viaggi del Poeta
Cilento - venerdì 07 dicembre 2018
Presepe
Presepe © n. c.

Come stiamo facendo da alcune settimane a questa parte, anche l’articolo di oggi va nella direzione della collaborazione tra Unico Settimanale e Positano News.

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Già a fine novembre a Roma, come, d’altronde, in tutte le grandi città, si comincia a respirare “aria di Natale”. Le vetrine dei negozi sfavillano di luci negli addobbi, i marciapiedi delle vie più frequentate e note per negozi di grido sono coperti da tappeti di plastica, ma pur sempre tappeti, nella festa dei colori, prevalentemente rossi ma, spesso, anche verdi, i fiorai avventizi offrono a prezzi stracciati stelle di Natale, di ogni dimensione ma sempre rigorosamente rosse, e mazzi di pungitopo e catecus carichi di bacche, che fanno gola alle signore per l’arredo colorato e festoso delle case a costi molto contenuti. Vanno per la maggiore anche le felci squillanti nel verde del fresco ricambio delle foglie, come, d’altronde, le zolle di muschio molto più ricercate per il letto del presepe. All’angolo di strada il vecchietto con il banchetto attrezzato per le caldarroste fumanti ed invitanti per le folate di profumi che sanno di antico! Mi aggiro tra la ressa a conquista della libreria, abitualmente deserta, ma affollata di questo periodo e, solo pur tra tanta folla, corro con cuore, anima e pensieri, terremotati da lancinante nostalgia per la mia terra lontana, dove l’aria della festa non è ancora arrivata. E la memoria si fa poesia nella corposità di immagini e parole. “All’angolo di strada/le caldarroste ridono/specchiandosi/ alle vetrine in festa/per Natale./All’aria livida sbuffano vapori/di zucchero, torrone e nocciolate./Sgomento ingoiol’umido/della cità straniera./Laggiù al paese/i passeri impazziti/volano bassi/ai margini dell’orto/E la tagliola è pronta nell’agguato/: Ognuno sconta rischi/all’esistenza”.

Durante la mia infanzia, ma credo anche adesso, i primi indizi delle feste natalizie si materializzavano con l’Immacolata. La vigilia il rito della cena di magro a base di baccalà fritto o insalata, di rinforzo nella ricca e varia articolazione della fantasia di nonne e mamme, che per l’occorrenza ‘ngegnavano” la dispensa con i prodotti dell’orto scrupolosamente lavorati in estate e conservati come provvista per l’inverno, così come nonni e papà spillavano dalle botti il vino nuovo, che aveva acquistato forza e sapore con i primi freddi dopo San Martino. “S’era “mpermato”, come si diceva allora e credo si dica ancora nella sonorità espressiva del nostro dialetto. Erano d’uso anche i vermicelli con le alici o semplicemente con aglio, olio e peperoncino. Ci si sarebbe rifatti l’indomani con fusilli o cavatielli al sugo di castrato e con una abbondante velatura di ricotta salata e a seguire salsicce o, comunque, carne di maiale con broccoli tagliati e lavati di fresco e “scoppettiati” nell’olio fresco di molitura. E poi il trionfo della frutta: mele conservate sui graticci della dispensa ventilata e scanestrate con il profumo e la faccia bianca, rosa, rossa delle ragazze fiorenti di pubertà, l’uva “roia” rusecarella e i melloni “vernini” profumati e pastosi e, via a seguire, fichi secchi, castagne, mandorle e noci, quasi per una prova generale del cenone della vigilia di Natale. Era il giorno del debutto degli zampognari, che rispolveravano cornamuse e ciaramelle, tiravano giù dai ripostigli mantelli pesanti, sciarpe di lana e cappelli a sguincio e gonfiavano le gote rubizze di vino e freddo per piazze, strade, vicoli e case per la gioia del bambini e con qualche lagrima di malinconia degli adulti.

La preparazione al Natale era lunga. Cominciava il 16, con la “novena” che avveniva rigorosamente di mattina. Che bella la poesia dei ricordi! “Me lo ricordo come fosse aieri/ca me scetava ancora co lo scuro/Me scarceddava l’uocchi pe lo suonno/:na vranca r’acqua mbacci freffa fredda/ e, fuienno fuienno, me vestìa/No cappottieddo astritto co li uanti,/ na coppola, na sciarpa roppia nganna/:Friscava la pruvenza inta l’uorto/La luna me zennava a la funestra/Maronna quanta gente pe la via!”

E poi arrivava la festa tanto attesa.Ed io ricordo nitidamente la ritualità della vigilia.”Pe na iurnata sana mamma e nonna/s’erano nfacennate a friie pasta:/ le zeppole, li struffoli, le nocche./L’avìano sistemate belle belle/co li riavulieddi e co lo mmèle/inta le ceste.nzimma lo tumpagno/ co ncoppa lo mesale re la festa/Che bell’addore nc’era pe la casa!/”Oggi è vigilia . Nun se tocca nienti!” /ricìa mamma; e io nce sparmava./Me mantenia si no cammarava./E le campane, mpunto mezzanotte,/sunavano la gloria a Gesù Cristo/ch’era nato all’annura e puverieddo./La notte inta loscuro ra luntano/sentia lo suono re le ciaramedde/E la matina appriesso co na pressa,/co lo vestito nuovo re la festa,/facia lo giro pe tutte le case/vasanno mano pe ncappà la mperta.”.

Tornerò anche quest’anno al paese, come sempre, per Natale. Troverò zeppole, struffoli e nocche, mi ferirà di dolcezza malinconica il suono delle ciaramelle, mi incanterò ai presepi nella chiesa, nella piazza, negli angoli caratteristici di vicoli e strade, nelle case di parenti ed amici, mi mancherà la faccia di luna piena di mia madre, la complicità caldamente sorniona di mio padre a porgermi “n’arciola re vino tuosto” della vigna, orgoglio di famiglia, e rivivrò alla moviola della vita la mia infanzia lontana. Non so ancora per quanto! Ma mi piacerebbe che queste belle e calde tradizioni mi sopravvivessero a lungo. Non so se ho l’autorità per farlo e, soprattutto, per essere ascoltato, ma mi piacerebbe se le nuove generazioni conservassero e perpetuassero questa straordinaria memoria storica.

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