Da Postiglione, dove è stato inaugurato il nuovo collegamento con l’A2, Michele Cammarano rilancia infrastrutture, servizi e lotta allo spopolamento. Da Roscigno, Vito Gerardo Roberto propone un passo ulteriore: trasformare patrimonio e investimenti in lavoro, imprese e reddito stabile. Due interventi che pongono la stessa domanda che UNICO PATRIMONIO ha provato a formulare: quando cominceremo a misurare lo sviluppo non dai soldi spesi, ma dai risultati prodotti?
«Le Aree Interne non possono essere considerate territori marginali, ma una parte essenziale del futuro della Campania».

Michele Cammarano parte da qui nel commentare la giornata di Postiglione, dove il 18 settembre è stato inaugurato il nuovo asse viario Postiglione–Area PIP–A2, seguito dal confronto istituzionale dedicato alle strategie per il rilancio delle aree interne, con la partecipazione del presidente della Regione Roberto Fico.
Cammarano conosce bene la materia. Nella precedente legislatura regionale, dal febbraio 2021, ha presieduto la Commissione speciale Aree Interne del Consiglio regionale della Campania.
Nel suo intervento individua parole difficili da contestare: infrastrutture, collegamenti, servizi, possibilità di lavorare, investire e costruire il proprio futuro nei territori nei quali si è nati.
Ma proprio qui comincia la parte più interessante del ragionamento.

Perché una strada può ridurre una distanza.
Non può, da sola, fermare lo spopolamento.
E quasi contemporaneamente, da uno dei territori nei quali lo spopolamento assume dimensioni ben più drammatiche, arriva una proposta che prova a trasformare quelle parole in un criterio concreto di valutazione.
Vito Gerardo Roberto parte da Roscigno Vecchia.
La sua idea è semplice nella formulazione e molto più complessa nell’attuazione: smettere di considerare il borgo antico soltanto come un luogo da conservare, visitare e fotografare e provare a farne il centro di un sistema economico capace di collegare Monte Pruno, archeologia, natura, sentieri, musei, prodotti locali, aziende agricole, ristorazione, strutture ricettive e gli altri attrattori degli Alburni.
Il riferimento è anche all’esperienza di Craco, studiata non come modello da copiare, ma come caso dal quale comprendere in che modo un patrimonio segnato dall’abbandono possa essere organizzato attraverso accessi, sicurezza, biglietteria, visite, personale formato, servizi e una gestione continuativa. È lo stesso Roberto a precisare che Roscigno deve costruire un proprio modello, adatto alla propria storia e alle proprie caratteristiche.
Il punto centrale, tuttavia, non è turistico.
È economico.
E soprattutto è misurabile.
Quando arriva un finanziamento pubblico siamo abituati a chiedere quanto vale.

Un milione? Cinque milioni? Cinquanta milioni?
Quando viene realizzata un’opera comunichiamo quanto è costata, chi l’ha finanziata, quando sono cominciati i lavori e quando viene inaugurata.
Molto più raramente torniamo, dopo qualche anno, a fare altre domande.
Quanti posti di lavoro ha creato?
Quanti sono ancora lì?
Quante imprese locali sono state coinvolte?
Quali servizi sono nati?
Quanto reddito è rimasto nel territorio?
Quanti visitatori sono diventati pernottamenti, pasti nei ristoranti, acquisti nelle aziende agricole e nelle botteghe?
E, soprattutto, che cosa continua a funzionare dopo che il finanziamento è finito?
È questo il punto nel quale il ragionamento di Cammarano e quello di Roberto possono incontrarsi.
A Postiglione si inaugura l’infrastruttura.
A Roscigno si prova a ragionare su che cosa deve accadere dopo l’infrastruttura.
La strada è indispensabile se serve ad accorciare le distanze delle persone, delle merci, dei lavoratori e dei visitatori. Ma il suo valore per un’area interna dipende anche da ciò che permette di mettere in movimento.
Una strada verso l’A2 è un risultato.
La capacità di generare intorno a quella strada attività economiche, servizi e lavoro stabile è sviluppo.
È la stessa distinzione che abbiamo provato a mettere al centro del recente numero di UNICO PATRIMONIO dedicato al Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.
Un palazzo restaurato è certamente un risultato amministrativo. Diventa sviluppo quando viene utilizzato. Un museo realizzato diventa sviluppo quando apre, viene visitato e produce attività. Una strada finanziata diventa sviluppo quando collega realmente persone e servizi.
La differenza può sembrare semantica.
Non lo è.
Per decenni una parte della politica per le aree interne è stata raccontata attraverso la quantità delle risorse ottenute.
Abbiamo finanziato.
Abbiamo progettato.
Abbiamo recuperato.
Abbiamo inaugurato.
Ma intanto, nello stesso territorio sul quale intervenivamo, diminuivano gli abitanti.
Nel lavoro pubblicato da UNICO PATRIMONIO abbiamo rilevato che, tra il 2001 e il 2024, Valle dell’Angelo ha perso il 43,6% della popolazione, Roscigno il 42%, Piaggine il 39,1%, Laurino il 38% e Corleto Monforte il 37%.

Non significa che il Parco, la Regione o una singola amministrazione abbiano provocato lo spopolamento.
Sarebbe una conclusione che i dati non consentono.
Significa però che, dopo tanti anni e tanti investimenti, è legittimo introdurre la contabilità dei risultati accanto alla contabilità della spesa.
Ed è proprio questa la parte più interessante della proposta che arriva da Roscigno.
Roberto immagina un sistema nel quale la trasparenza non consista soltanto nel pubblicare finanziamenti, affidamenti e somme spese.
Dovrebbero diventare pubblici e comprensibili anche gli effetti.
Obiettivo dichiarato.
Tempi.
Visitatori.
Introiti.
Imprese coinvolte.
Occupazione creata.
Durata dei posti di lavoro.
Servizi attivati.
Risorse reinvestite.
Un finanziamento pubblico potrebbe così avere, oltre al normale rendiconto economico, una sorta di rendiconto territoriale.
Non soltanto:
abbiamo speso 2 milioni.
Ma:
con quei 2 milioni che cosa è rimasto cinque anni dopo?
A Roscigno questo significherebbe, ad esempio, non limitarsi a contare gli ingressi a Roscigno Vecchia.
La domanda sarebbe quanto tempo il visitatore rimane negli Alburni.
Se arriva, fotografa il borgo e riparte dopo un’ora, il territorio ha intercettato una minima parte del valore potenziale.
Se invece la visita a Roscigno Vecchia viene collegata a Monte Pruno, a un sentiero, a un museo, a un pranzo, a una degustazione, a un pernottamento e all’acquisto di prodotti locali, quella stessa presenza comincia a distribuirsi nell’economia territoriale.
Il visitatore diventa permanenza.
La permanenza diventa spesa.
La spesa può diventare reddito.
E il reddito, se il sistema funziona, può diventare lavoro.
Non esiste naturalmente alcun automatismo.
Per questo Roberto insiste anche sulla distinzione dei ruoli.
Le istituzioni devono programmare, tutelare il patrimonio, creare condizioni, stabilire regole e garantire trasparenza.
Le imprese devono fare impresa.
I professionisti devono mettere a disposizione competenze.
Le associazioni possono contribuire alla partecipazione e alla vita culturale.
I cittadini devono poter conoscere, proporre e controllare.
E il volontariato, preziosissimo nei nostri piccoli paesi, non può diventare il sostituto permanente del lavoro qualificato e retribuito.
È un passaggio tutt’altro che secondario.
Perché se l’obiettivo dichiarato delle politiche per le aree interne è combattere lo spopolamento, prima o poi bisogna arrivare alla parola che Roberto mette al centro della propria proposta:
lavoro.
Il titolo con cui chiude il suo intervento è netto:
«Il lavoro è la cura».
Non è certamente l’unica cura.
Restano sanità, scuola, mobilità, servizi, connessioni, assistenza e qualità della vita.
Ma senza la possibilità di produrre reddito diventa difficile chiedere a un ragazzo di restare, a una giovane coppia di mettere su famiglia o a chi è partito di prendere seriamente in considerazione un ritorno.
La Regione dispone oggi di un’altra occasione.
Il primo luglio il presidente Fico ha riunito il Comitato regionale per la governance delle strategie territoriali delle aree interne. I sette comprensori interessati dispongono complessivamente di 98,5 milioni di euro di risorse FESR; entro il 31 dicembre 2026 dovrà essere raggiunto almeno il 70% delle obbligazioni giuridicamente vincolanti delle somme assegnate per mantenere la premialità prevista dalla programmazione.
È una scadenza amministrativa importante.
Ma potremmo aggiungerne idealmente un’altra.
Tra tre anni torniamo negli stessi territori.
Tra cinque anni torniamoci ancora.
E non chiediamo soltanto:
quanto avete speso?
Chiediamo:
quante persone lavorano grazie a quegli investimenti?
Quali servizi sono rimasti?
Quante imprese sono nate?
Quante attività esistenti sono cresciute?
Quante strutture recuperate sono aperte?
Quante scuole hanno ancora bambini?
Quante famiglie hanno deciso di restare?
Solo allora potremo capire se gli investimenti hanno finanziato opere o costruito futuro.
Postiglione ha inaugurato una strada.
Roscigno propone un metodo.
Forse le aree interne hanno bisogno di entrambe le cose.
Ma soprattutto hanno bisogno che, dopo le inaugurazioni, qualcuno torni a misurare ciò che è rimasto.
Perché un finanziamento, prima o poi, finisce.
Una comunità, invece, deve riuscire a vivere anche il giorno dopo.
Non basta amministrare il declino. Bisogna organizzare lo sviluppo.
E se vogliamo davvero sapere se ci stiamo riuscendo, forse la domanda più semplice rimane anche la più scomoda:
quanto lavoro è rimasto quando sono finite le fotografie?
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