Dalla caduta di Gaetano Paolino alle precedenti crisi consiliari, una storia che si ripete. Liste civiche, consenso personale, partiti deboli e decisioni rinviate: il problema sembra andare oltre il sindaco di turno.
Gaetano Paolino era stato eletto nel maggio 2025 al primo turno con il 57,63% dei voti.
Quindici mesi dopo, il 24 agosto 2026, nove consiglieri hanno sottoscritto contestualmente le proprie dimissioni davanti a un notaio, determinando la fine anticipata della consiliatura.
Otto dei nove erano stati eletti proprio nelle liste che sostenevano il sindaco.
Il dato, prima ancora di qualsiasi giudizio, merita una riflessione.
Gli elettori avevano consegnato a Paolino una maggioranza sufficientemente ampia per governare. Poco più di un anno dopo è stata una parte consistente di quella stessa maggioranza a decretarne la fine.
Ma a Capaccio Paestum non è una novità.
Un copione che ritorna
Nel 2007 l’amministrazione guidata da Vincenzo Sica terminò dopo le dimissioni contestuali di undici consiglieri su venti.
Nel 2011 furono ancora undici consiglieri su venti a determinare lo scioglimento anticipato del Consiglio durante l’amministrazione di Pasquale Marino.
Nel 2018 nove consiglieri su sedici posero fine all’esperienza di Franco Palumbo dopo appena un anno e mezzo.
Nel febbraio 2025 si dimisero quindici consiglieri su sedici dal Consiglio eletto pochi mesi prima con Franco Alfieri. Una vicenda diversa, perché Alfieri aveva già rassegnato le proprie dimissioni nel contesto della nota vicenda giudiziaria, ma che portò comunque Capaccio Paestum nuovamente al commissariamento e alle elezioni anticipate.
Ora siamo al 2026.
Un altro sindaco.
Un’altra maggioranza.
Un altro notaio.
Un altro commissario.
Le circostanze sono diverse e sarebbe sbagliato metterle tutte sullo stesso piano. Ma il ricorso allo scioglimento anticipato è diventato troppo frequente per non interrogarsi su qualcosa che va oltre la personalità del sindaco di turno.
Cinque firme che ritornano
C’è anche un elemento di continuità tra le ultime due consiliature.
Angelo Quaglia, Igor Ciliberti, Maria Rosaria Giuliano, Gianmarco Scairati e Adele Renna sedevano nel Consiglio eletto nel 2024 e furono tra i quindici consiglieri dimissionari del febbraio 2025.
Pochi mesi dopo furono nuovamente eletti, questa volta nelle liste che sostenevano Gaetano Paolino.
Il 24 agosto 2026 hanno sottoscritto ancora una volta le dimissioni collettive.
Le due vicende hanno origini profondamente diverse e non sarebbe corretto attribuire ai cinque la responsabilità della caduta di Alfieri, che si era già dimesso.
Resta però un dato politico significativo:
cinque consiglieri hanno partecipato allo scioglimento di due Consigli comunali consecutivi nell’arco di circa diciotto mesi.
È soltanto un dettaglio oppure racconta qualcosa del modo in cui a Capaccio Paestum vengono formate, dissolte e poi ricostruite le maggioranze?
Quando si guarda al Prefetto
L’ultima crisi contiene un altro elemento sul quale vale la pena riflettere.
Per alcune settimane è sembrato che la soluzione potesse arrivare da fuori della politica.
Il Comune era già sottoposto a un particolare monitoraggio istituzionale dopo la Commissione d’indagine nominata dalla Prefettura.
Lo scioglimento per infiltrazioni non arrivò, ma il rapporto con l’autorità prefettizia proseguì attraverso un percorso di monitoraggio delle criticità amministrative.
Poi otto consiglieri coinvolsero direttamente anche il Prefetto nella controversia sugli elaborati del PUC.

Ad agosto arrivò la crisi del bilancio.
Il Consiglio si fermò sull’8 a 8, senza riuscire ad approvare assestamento e salvaguardia degli equilibri finanziari.
La possibilità di un intervento prefettizio previsto dalla legge diventava così sempre più concreta.
Per qualche giorno è sembrato quasi che si attendesse che fosse il Prefetto a sciogliere un nodo che gli eletti non riuscivano più a risolvere.
Alla fine nove consiglieri sono andati dal notaio e si sono assunti direttamente la responsabilità della scelta.
Ma resta una domanda:
la politica capaccese stava aspettando che fosse qualcun altro a toglierle le castagne dal fuoco?
Quando, invece, maggioranza e opposizione sono unite
Eppure c’è almeno una recente vicenda nella quale maggioranza e opposizione hanno saputo ritrovare una compattezza quasi assoluta.
È quella relativa agli impianti per la produzione di biogas e biometano.
Nel giugno 2026 il Consiglio comunale approvò all’unanimità modifiche al Regolamento urbanistico edilizio comunale che rendevano più restrittivi i criteri per la localizzazione degli impianti di maggiori dimensioni nelle zone agricole.
Poche settimane dopo si chiuse con un diniego la procedura per un impianto destinato al trattamento dei reflui zootecnici e alla produzione di biometano e fertilizzante organico.
È necessario essere chiari.
Non possiamo sostenere che quello specifico progetto fosse necessariamente la soluzione migliore. Localizzazione, dimensioni, traffico, odori, compatibilità ambientale e vicinanza alle attività residenziali, agricole e turistiche erano questioni legittime da valutare.
Ma, una volta stabilito dove l’impianto non deve sorgere, rimane irrisolta una domanda molto più grande:
dove e come vogliamo trattare l’enorme quantità di reflui prodotta da uno dei più importanti sistemi di allevamento bufalino del Paese?
Il problema non scompare insieme al progetto.
I reflui continuano a essere prodotti ogni giorno.
E la trasformazione della materia organica in biometano e fertilizzante rappresenta una delle tecnologie attraverso le quali quel problema può essere affrontato.
La domanda politica, quindi, non è se quell’impianto dovesse essere autorizzato a ogni costo.
È:
dopo averlo fermato, qual è l’alternativa?
Il partito del “non fare”?
Ed eccoci al punto.
A Capaccio Paestum una maggioranza eletta con quasi il 58 per cento dei voti può frantumarsi in poco più di un anno.
Maggioranza e opposizione possono dividersi fino a non riuscire ad approvare un bilancio.

Il PUC può diventare terreno di scontro durissimo.
Eppure, davanti a una questione capace di modificare equilibri economici, ambientali e territoriali, il Consiglio riesce a ritrovare l’unanimità quando si tratta di porre limiti.
Forse è una coincidenza.
Ma viene spontanea una domanda:
il vero collante della politica locale rischia di diventare il non fare?
Non decidere oggi.
Rinviare.
Bloccare ciò che divide.
Aspettare.
Lasciare che siano il mercato, un’emergenza, una nuova legge, la Regione, lo Stato, il Prefetto o semplicemente il trascorrere degli anni a imporre domani le trasformazioni delle quali nessuno vuole assumersi oggi il costo politico.
Una sorta di delega al tempo.
Forse è proprio questa una delle forme più insidiose della crisi politica: non l’incapacità di amministrare l’ordinario, ma la difficoltà ad assumersi la responsabilità del cambiamento.
E gli elettori?
Sarebbe però troppo facile attribuire tutto agli eletti.
Capaccio Paestum è una comunità nella quale, come accade in molti Comuni, il voto personale conserva un peso enorme.
Si vota la persona conosciuta.
L’amico.
Il vicino.
Il professionista.
Il candidato della propria contrada.
Talvolta il parente o una persona appartenente a una rete familiare, sociale o professionale.
Non c’è nulla di illegittimo.
Conoscere personalmente un candidato può persino aiutare a valutarne qualità e capacità.
Il problema nasce quando il meccanismo si capovolge.
Quando non si vota una persona conosciuta perché si condivide il suo progetto di città, ma la si sceglie principalmente perché appartiene alla propria rete.
A quel punto le coalizioni possono diventare una somma di patrimoni personali di consenso.
Si sommano candidati.
Si sommano preferenze.
Si sommano famiglie, contrade, professioni e gruppi.
Si vince.
Ma il giorno dopo bisogna governare.
Ed è lì che la maggioranza elettorale dovrebbe diventare una maggioranza politica.
Se questo passaggio non avviene, può essere fortissima nelle urne e fragilissima nel governo.
I grandi assenti: i partiti
Ed è proprio qui che entrano in gioco i grandi assenti della vita politica capaccese:
i partiti.
Alle elezioni del 2025 quasi tutte le forze in campo si presentarono attraverso liste civiche.

Gli uomini e le appartenenze politiche non erano scomparsi.
Erano spesso semplicemente nascosti dietro simboli civici.
Forse è questa una parte del problema.
Un partito dovrebbe selezionare la classe dirigente.
Costruire una visione.
Assumersi la responsabilità delle candidature.
Dire qualche sì e avere anche il coraggio di pronunciare qualche no.
Dovrebbe trasformare il consenso personale in un progetto collettivo.
Quando questo filtro scompare, il candidato più prezioso rischia di diventare quello che porta più voti, non necessariamente quello più compatibile con cinque anni di governo comune.
Si costruisce così una coalizione elettorale.
Ma non necessariamente una maggioranza politica.
Le segreterie provinciali possono continuare a guardare?

Per questo le segreterie provinciali dei partiti dovrebbero forse assumersi finalmente una responsabilità.
Non arrivando da Salerno per indicare il prossimo candidato sindaco.
Sarebbe un errore uguale e contrario.
Dovrebbero invece pretendere che, prima dei nomi, si discuta pubblicamente del progetto.
Quale PUC?
Quale rapporto tra agricoltura, allevamenti e ambiente?
Come affrontare concretamente il problema dei reflui bufalini?
Quale politica per la fascia costiera?
Quale rapporto tra turismo e qualità della vita?
Quale futuro per Capaccio capoluogo e per le contrade?
Come governare uno dei patrimoni archeologici più conosciuti al mondo senza trasformare la notorietà di Paestum in una semplice rendita?
Come affrontare le difficoltà finanziarie?
E soprattutto:
quali impegni politici devono assumersi i candidati per restare insieme cinque anni anche quando arriva il momento delle decisioni difficili?
Tornare alle urne basterà?
Capaccio Paestum tornerà presumibilmente al voto nella primavera del 2027.

Ma la domanda più importante non è quando si voterà.
È: basterà votare ancora una volta?
Se alle prossime elezioni nasceranno altre dieci o dodici liste civiche costruite mettendo insieme gli stessi bacini personali di consenso, potremo cambiare candidati, fotografie, slogan e qualche nome.
Ma avremo cambiato il sistema?
Forse il problema di Capaccio Paestum non sono soltanto i sindaci che cadono.
Non sono soltanto i consiglieri che firmano.
Non sono soltanto gli elettori che scelgono.
Non sono soltanto i partiti che rinunciano al proprio simbolo.
Il problema potrebbe essere un sistema politico che riesce molto bene a raccogliere consenso e molto meno bene a trasformarlo in governo.
Un sistema nel quale prendere una decisione può costare consensi, mentre rinviarla permette spesso di conservare rapporti, equilibri e appartenenze.
Ed ecco allora il motto non scritto che bisognerebbe avere il coraggio di mettere in discussione:
per restare uniti, meglio non fare.
Se davvero fosse questa la regola, tornare semplicemente alle urne non basterebbe.
Capaccio Paestum avrebbe bisogno, prima ancora di un nuovo sindaco, di una politica capace di scegliere, spiegare le proprie scelte e assumersene la responsabilità.
Perché il cambiamento, quando la politica rinuncia a governarlo, non si ferma.
Arriva comunque.
Soltanto che, a quel punto, sono gli eventi a decidere al posto nostro.
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