A quasi un anno dalla scomparsa, familiari, amici e colleghi si ritrovano a Valle dell’Angelo. Il viaggio da Paestum diventa l’occasione per rileggere una vita fatta di famiglia, servizio pubblico, impegno civile e radici mai recise.
di Bartolo Scandizzo
Quando Carmelo Ainora ci lasciò, nel settembre del 2025, provai a fermare sulle pagine di UNICO alcuni tratti dell’amico e dell’uomo che avevo conosciuto.
A distanza di quasi un anno, risalendo la strada che da Paestum porta a Valle dell’Angelo per partecipare all’incontro voluto dalla famiglia e dai tanti amici, mi sono accorto che quel primo ricordo aveva raccontato soltanto una parte della sua storia.
«La forza della volontà, il coraggio della ragione».

È con questo pensiero che affronto la strada verso il paese natale di Carmelo, “Carmine” per gli amici.
Sono in compagnia di Andrea Mandetta, giovanissimo imprenditore agricolo che si appresta a subentrare al padre Orlando nella gestione dell’azienda agricola di famiglia.
Io ho conosciuto Sara, la moglie di Carmine, come collega insegnante. Andrea, invece, è stato suo alunno nella scuola elementare di Vannulo, nel comune di Capaccio Paestum.
Al nostro arrivo nella strettoia che immette nella bella piazza di Valle dell’Angelo, il più piccolo comune della Campania per numero di abitanti, il numero delle auto parcheggiate anticipa ciò che troveremo poco dopo.
Il “raduno”, voluto dalla famiglia e dai tanti che hanno conosciuto Carmine, ha già raggiunto il suo scopo principale: ricordare l’amico, il professionista, il padre, l’uomo.
La sala situata nell’edificio dei “Vallodellangiolesi nel mondo”, messa a disposizione dal Comune, è gremita. Diverse persone seguono l’incontro persino dalle scale di accesso.
La famiglia è al completo. Ci sono amici e colleghi che ne hanno apprezzato la professionalità e l’amabilità e che hanno sentito il bisogno di esserci.
I tanti interventi che si susseguono, in fondo, non fanno altro che confermare ciò che i presenti già conoscevano.
Uno stimato e apprezzato servitore dello Stato, un padre attento, un marito affettuoso, un amico senza infingimenti.

Un vallangiolese a tutto tondo, capace di camminare sulle strade del nostro e di altri mondi senza timori riverenziali.
Soprattutto, un uomo che ha saputo interpretare, professionalmente e umanamente, quel sentimento radicato nel mondo che ci ha visti crescere, istruirci e poi partire lungo le strade della vita alla ricerca di ciò che il nostro animo “vagabondo” desiderava.
Quell’animo che, per secoli, ha guidato anche gli antenati di queste terre, costretti nei mesi più freddi a scendere verso la pianura in cerca di pascoli e ospitalità.
Le radici e l’approdo
Dopo tanto girovagare, Carmine è approdato a Paestum, dove ha piantato definitivamente la sua tenda insieme a Sara, compagna di una vita.
Ma Valle dell’Angelo non è mai rimasta alle loro spalle.
Carmine e Sara non mancavano di tornare al paese, nella loro casa abbarbicata nella parte alta dell’abitato, raggiungibile dalla “variante”. Qui il Comune aveva opportunamente ricavato anche uno spazio riservato proprio a lui.
L’amore che Carmine e Sara hanno saputo coltivare nella lunga vita trascorsa insieme non è mai stato ostentato. È stato vissuto con naturalezza e autenticità.
Lo stesso vale per l’affetto verso i figli e, poi, verso i nipoti: inesauribile e senza soluzione di continuità.
L’impegno civile e politico
“Carmine”, come lo chiamavano gli amici, insieme al suo inseparabile “socio” di vita vissuta, Donato De Rosa, ha seguito intensamente anche le vicende della vita politica e sociale capaccese-pestana.
Era facile incontrarli sul viale che dal rettifilo conduce alla Tenuta Vannulo, attardarsi al bar e poi magari salire nell’ufficio di Tonino Palmieri per discutere degli argomenti del momento.
Donato, il moderato. Carmine, il meditabondo.
Insieme non lasciavano passare sotto silenzio le iperboli della vita politica e sociale della città dei Templi.
Tra il 2003 e il 2006 Carmine frequentava saltuariamente anche la redazione di UNICO, che in quegli anni aveva sede all’interno dell’azienda Vannulo.
In quelle occasioni capitava di discutere dei problemi del territorio e di ascoltare le sue osservazioni: misurate, ragionate, ma mai accomodanti.
E nei confronti del “chiainaro”, inventatosi giornalista, Carmine non mancava di invitarmi a essere più “incisivo”, spronandomi a sottolineare i problemi irrisolti della realtà nella quale entrambi vivevamo e operavamo.
Allora quelle conversazioni appartenevano alla normalità delle giornate. Oggi acquistano un altro valore.
Perché sono proprio una frase, un consiglio, una discussione apparentemente occasionale a farci capire quanto una persona sia rimasta dentro il nostro percorso.
Il ricordo di Sara e della famiglia
Il pensiero corre inevitabilmente a Sara.
Con lei, che ho avuto come collega per lungo tempo, sono sempre stato in sintonia. La stima reciproca che ci legava era un dato di fatto.
Anche se negli ultimi anni la vita ci ha tenuti più lontani, quel legame è rimasto immutato.
A volte ci siamo incrociati sulla strada che conduce verso l’alta valle. Anche un saluto fugace bastava per riportare alla mente i tempi della collaborazione e della scuola.
La sua forza e la sua intelligenza sono state per me un esempio.
A lei, ai figli e ai nipoti va oggi il mio pensiero affettuoso.
E va a Carmine, a un amico che, se avessi frequentato più assiduamente, probabilmente mi avrebbe insegnato ancora molto della sua esperienza professionale e umana.
Sono certo, però, che quel poco che ho avuto la fortuna di “prendere” dal suo esempio mi ha aiutato e fatto compagnia in molti tratti del cammino che ho percorso.
È per questo che, scendendo nuovamente da Valle dell’Angelo verso Paestum, il senso di quella giornata mi appare più chiaro.
Le persone se ne vanno. Ciò che hanno seminato continua a camminare insieme a chi resta.
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