Il presidente Giuseppe Coccorullo ha sottoscritto un accordo triennale con CulturIItalia–CooltourItaly per sperimentare un nuovo sistema turistico di destinazione. Nessun finanziamento immediato, ma la possibilità di successive convenzioni e progetti. Il promotore Claudio Pisapia è anche responsabile nazionale del Turismo di Noi Moderati. Quali esperienze già concluse ne hanno motivato la scelta? E quale ruolo ha avuto il Consiglio direttivo? Intanto, dopo decenni di investimenti, i borghi dell’interno continuano a perdere abitanti e attività economiche. Forse il vero cambiamento sarebbe partire da chi quei luoghi li vive e da chi, pur essendo andato via, continua a tornarci.
Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni annuncia una nuova strategia turistica. Si chiama Cooltour Cilento, nasce dalla collaborazione con CulturIItalia–CooltourItaly, promossa da Claudio Pisapia, e promette di trasformare il territorio in una destinazione integrata, capace di attrarre visitatori durante tutto l’anno.
Cicloturismo, destagionalizzazione, valorizzazione dei borghi e coinvolgimento delle comunità sono i pilastri dell’iniziativa, accompagnata dallo slogan Slowely Cilento – Rallentare per esplorare.

Noi preferiamo chiamarlo semplicemente progetto per il turismo integrato del Cilento. Sarà meno accattivante, ma almeno se ne comprende immediatamente il significato.
Gli obiettivi sono condivisibili. Il problema è che si tratta delle stesse priorità annunciate, finanziate e perseguite, con risultati alterni, da oltre trent’anni.
Cambiano i nomi dei progetti, i soggetti coinvolti e gli strumenti promozionali. Ma il paradigma rimane sostanzialmente immutato.
Questa volta, però, abbiamo qualcosa in più del comunicato stampa. Abbiamo acquisito la prima e l’ultima pagina del protocollo d’intesa sottoscritto il 19 ottobre 2026 a Vallo della Lucania, che consentono di comprendere meglio alcuni aspetti della collaborazione.
Un accordo di tre anni, rinnovabile. Ma con chi, esattamente?
Il protocollo reca le sottoscrizioni del presidente Giuseppe Coccorullo e del rappresentante di CulturIItalia–CooltourItaly.
L’articolo 1 prevede un ampio programma di collaborazione: valorizzazione delle identità locali, costruzione di un sistema turistico di destinazione, sviluppo del turismo esperienziale e sostenibile, collegamento tra Comuni, imprese e associazioni, distribuzione dei flussi turistici ed elaborazione di progetti territoriali.
L’articolo 11 stabilisce una durata triennale, con possibilità di rinnovo. Prevede inoltre il recesso delle parti, senza pregiudicare le attività già formalmente avviate attraverso specifici accordi attuativi.
L’articolo 12 chiarisce che il protocollo non determina, salvo successivi accordi, obblighi di natura finanziaria. L’articolo 13 contempla però espressamente la possibilità di definire ulteriori convenzioni, accordi e progetti specifici.
Dunque non abbiamo documentato un finanziamento già assegnato a CulturIItalia, ma un accordo formalizzato che potrà costituire il presupposto di successive attività e impegni economici.
Ed è proprio per questo che occorre approfondire la scelta del partner.
Nelle pagine del documento in nostro possesso CulturIItalia–CooltourItaly è indicata come promotrice di un modello turistico. Non sono visibili, tuttavia, gli estremi identificativi del soggetto giuridico che sottoscrive l’intesa.

Qual è la sua natura giuridica? Chi ne è il rappresentante legale? Quali esperienze operative ne hanno motivato l’individuazione? Sono state valutate altre proposte? Quale atto amministrativo ha preceduto e autorizzato la firma?
Non disponiamo ancora degli articoli intermedi del protocollo, nei quali potrebbero trovarsi ulteriori precisazioni. Ma sono domande alle quali un ente pubblico dovrebbe poter rispondere attraverso i propri atti.
Claudio Pisapia, il promotore del modello e il suo ruolo politico
Il riferimento principale dell’iniziativa è Claudio Pisapia, salernitano, promotore di CulturIItalia e figura di vertice di Federcomtur.
Nel marzo 2024 Pisapia è stato nominato responsabile nazionale del Dipartimento Turismo di Noi Moderati, formazione politica del centrodestra. Ha inoltre rivendicato pubblicamente il proprio contributo al percorso legislativo che ha portato all’articolo 31 della legge 206/2023, richiamato anche nel protocollo con il Parco.
La sua appartenenza politica è un elemento pubblico, che non rappresenta di per sé una ragione per contestarne la professionalità o la collaborazione con un ente pubblico.
Ma quando un soggetto esterno viene scelto per partecipare a una strategia destinata a orientare lo sviluppo di un territorio così vasto, è legittimo chiedere quali esperienze concrete ne documentino le competenze.

La nostra ricerca ha individuato conferenze, attività di promozione, iniziative di interlocuzione istituzionale e collaborazioni nel settore della formazione, compresa la presentazione di percorsi dedicati alla figura del Manager di Destinazione.
Non abbiamo invece individuato, nelle fonti pubblicamente consultabili, un sistema turistico di destinazione già realizzato e gestito da CulturIItalia con risultati economici e occupazionali documentati.
Questo non significa che tali esperienze non esistano. Significa che non siamo ancora riusciti a verificarle.
Quali progetti sono stati portati a termine? In quali territori? Con quali committenti, investimenti e risultati? Quante imprese sono state coinvolte? Quali incrementi delle presenze turistiche, dei pernottamenti o dell’occupazione sono stati misurati?
Se il Cilento deve diventare il luogo di sperimentazione di un modello nuovo, non c’è nulla di necessariamente sbagliato. Ma occorre dichiararlo con chiarezza, definendo obiettivi, responsabilità e criteri di valutazione.
Un modello teorico, per quanto promettente, non equivale ancora a un’esperienza di gestione territoriale riuscita.
Dopo tre anni e mezzo, siamo ancora al punto di partenza?
Giuseppe Coccorullo guida il Parco dalla primavera del 2023. Al suo insediamento erano già note le difficoltà infrastrutturali, lo spopolamento, la fragilità delle economie locali e la concentrazione dei flussi turistici lungo la costa.

Oggi il nuovo progetto torna a individuare nella frammentazione dell’offerta, nella stagionalità e nella difficoltà di collegare mare e montagna gli ostacoli da superare.
Sarebbe interessante conoscere quali risultati siano stati conseguiti nel frattempo. Quali servizi turistici integrati sono stati realizzati? Quali strutture finanziate negli anni funzionano stabilmente? Quante iniziative hanno prodotto occupazione e reddito?
Non possiamo attribuire all’attuale presidente tutte le responsabilità accumulate nella storia dell’Ente. Ma possiamo chiedergli di spiegare in che cosa questa iniziativa si distingua dalle precedenti e quali risultati abbia prodotto la sua amministrazione.
Il nostro reportage sugli ottanta Comuni del Parco ha documentato una frattura demografica impressionante.
Tra il 2001 e il 2024 la popolazione complessiva è passata da 221.543 a 205.330 residenti, perdendo il 7,3%.
Ma mentre i tredici Comuni costieri considerati nell’analisi sono cresciuti complessivamente del 5,1%, i 67 Comuni interni sono passati da 135.822 a 115.233 residenti: 20.589 abitanti in meno, pari al 15,2%.
In alcuni centri il declino è ancora più grave: Valle dell’Angelo (-43,6%), Roscigno (-42%), Piaggine (-39,1%), Laurino (-38%) e Corleto Monforte (-37%).
Questi numeri non provano il fallimento di ogni singolo intervento turistico, né consentono di attribuire lo spopolamento alle sole politiche del Parco. Ma dimostrano che decenni di interventi non sono riusciti a invertire la traiettoria demografica dell’entroterra.
Trent’anni a inseguire i turisti della costa
La strategia riproposta parte da una convinzione conosciuta: il turismo si concentra prevalentemente sulla costa e bisogna trovare il modo di indirizzarne una parte verso l’interno.
Da decenni si immaginano escursioni, itinerari tra i borghi, degustazioni e percorsi naturalistici per convincere chi trascorre le vacanze al mare a dedicare qualche ora alla montagna.
Su questa impostazione sono stati costruiti progetti, recuperati edifici, finanziati centri visita e organizzati eventi. Eppure la distanza economica e sociale tra costa e interno resta profonda.
Se continuiamo a partire dallo stesso presupposto, soltanto un miracolo potrebbe modificarne radicalmente le ricadute.
Forse il problema non consiste nel trovare un modo migliore per spostare i turisti dalla costa alla montagna. È continuare a immaginare la montagna come una destinazione subordinata al turismo balneare.
Il protocollo parla anche di identità territoriali, comunità e superamento della frammentazione. Sono principi che potrebbero aprire prospettive differenti. Ma bisognerà vedere come saranno tradotti in attività concrete.
Le aree interne devono poter costruire un’economia autonoma, capace di funzionare anche quando i turisti non ci sono.
E se partissimo dai borghi che stanno morendo?
Perché, una volta tanto, non proviamo a rovesciare il ragionamento?
Invece di partire dai flussi turistici consolidati, perché non costruire un sistema di relazioni, comunicazione e investimenti che abbia origine proprio nei borghi maggiormente colpiti dal declino demografico?
E parliamo di borghi, non necessariamente di Comuni. Esistono frazioni, contrade e piccoli nuclei abitati che perdono residenti e servizi senza disporre di un’autonoma rappresentanza amministrativa.
In molti di questi luoghi i negozi chiudono, le attività commerciali diminuiscono e perfino alcuni ristoranti, un tempo punti di riferimento della vita sociale, riescono a lavorare soltanto durante i fine settimana.
Non necessariamente perché manchino capacità imprenditoriali o qualità dell’offerta, ma perché negli altri giorni non esiste una domanda sufficiente a sostenerne i costi.
Come possiamo creare le condizioni perché questi luoghi tornino a vivere sette giorni su sette?
Cominciamo da qui. Individuiamo i borghi più fragili, le attività ancora esistenti, gli immobili inutilizzati, i servizi mancanti e le persone disposte a investire.
Mettiamo in relazione comunità appartenenti anche a Comuni diversi, favoriamo servizi condivisi, collaborazioni tra imprese e nuove opportunità economiche.
Il turismo potrebbe diventare una delle conseguenze di questo processo, anziché rappresentarne sempre il punto di partenza.
Perché destagionalizzare non dovrebbe significare soltanto avere turisti anche a novembre, ma consentire alle comunità di vivere durante tutto l’anno.
Quelli che sono partiti. E che continuano a tornare
C’è una risorsa straordinaria delle aree interne che raramente compare nei programmi di sviluppo: i giovani che sono partiti per studiare e non sono più tornati a vivere nei propri paesi.
Sono diventati medici, ingegneri, ricercatori, insegnanti, imprenditori e professionisti. Hanno acquisito competenze, costruito relazioni e conosciuto realtà economiche differenti.
Vivono nelle grandi città italiane o all’estero.
Eppure continuano a tornare.
Qualche giorno d’estate, a Natale, a Pasqua. Talvolta soltanto per un fine settimana. Tornano anche quando i negozi hanno chiuso, gli amici d’infanzia sono partiti e le case restano vuote per gran parte dell’anno.
Perché continuano a tornare?
Per gli affetti, per la casa di famiglia, per una festa, per un paesaggio. Perché in quei luoghi custodiscono una parte della propria identità.
Ma che cosa li spingerebbe a trascorrervi più tempo? Quali servizi potrebbero facilitare una permanenza più lunga? Quali opportunità potrebbero convincerli a investire?
È qui che bisognerebbe scavare.
Perché non promuovere una ricerca sociale e un concorso di idee rivolto proprio a chi è partito, coinvolgendolo insieme ai residenti, alle imprese e alle associazioni?
Le proposte migliori potrebbero essere sostenute attraverso studi di fattibilità, assistenza tecnica e finanziamenti selettivi, con risultati da verificare nel tempo.
Il Cilento non ha soltanto perso abitanti. Ha disseminato nel mondo competenze, esperienze e relazioni che potrebbero rappresentare una delle sue risorse più preziose.
Seguire i soldi. Anche quando ancora non sono stati stanziati
Il nostro precedente reportage ha individuato, nei sei esercizi dell’Ente Parco esaminati tra il 2017 e il 2023, circa 62,8 milioni di euro di entrate accertate, oltre a numerosi finanziamenti destinati a infrastrutture, recuperi edilizi e iniziative di valorizzazione.

Non sono somme omogenee, né interamente destinate al turismo. Ma giustificano una ricognizione degli effetti prodotti dagli investimenti.
Quanto è stato speso per progettare e realizzare? Quali imprese hanno ricevuto gli affidamenti? Quante strutture funzionano ancora? Quanta parte delle risorse è diventata salario, occupazione stabile e reddito per le comunità?
Ora, alla luce del protocollo del 19 ottobre, dobbiamo aggiungere una considerazione.
Seguire i soldi significa anche seguire le decisioni e gli accordi che possono precederne l’impiego.
L’intesa con CulturIItalia non determina automaticamente obblighi finanziari. Sarebbe quindi improprio sostenere che il Parco abbia già assegnato risorse economiche al partner.
Tuttavia, l’accordo dura tre anni, può essere rinnovato e prevede la possibilità di successive convenzioni e attività progettuali.
È dunque opportuno conoscere sin dall’inizio gli atti che hanno portato alla sottoscrizione, le responsabilità operative, i criteri che saranno eventualmente adottati per individuare gli esecutori delle attività e le modalità di valutazione dei risultati.
Perché un accordo non oneroso non garantisce, da solo, che anche le attività successive siano prive di costi. Né attribuisce automaticamente al partner un diritto a ricevere futuri affidamenti.
Eventuali incarichi e finanziamenti dovranno seguire le procedure previste dalla normativa applicabile.
Il successo di un investimento pubblico non coincide con il pagamento dell’ultima fattura. Comincia quando possiamo verificarne gli effetti sulla vita delle persone.
E il Consiglio direttivo che cosa ne pensa?
La sottoscrizione del protocollo rende ancora più interessante conoscere il ruolo del Consiglio direttivo del Parco.
La nostra redazione ha contattato diversi consiglieri e, secondo quanto riferito, nessuno degli interpellati ha ricordato una specifica discussione collegiale sul progetto.
Una circostanza che merita un approfondimento: il protocollo è stato esaminato dal Consiglio direttivo oppure la decisione è maturata attraverso altri passaggi amministrativi? Quale organo ha autorizzato la sottoscrizione e con quali motivazioni?
Non abbiamo ancora acquisito gli atti necessari per ricostruire l’intero procedimento e non sarebbe corretto trarre conclusioni definitive.

Vorremmo però ascoltare il vicepresidente Carmelo Stanziola e gli altri consiglieri Francesco Bellomo, Domenico D’Amato, Rosario Carione, Costabile Spinelli, Luisa Maiuri, Elena Anna Gerardo e Chiara Ianni.
Quale valutazione esprimono sul modello proposto? Conoscono le esperienze precedenti del partner? Ritengono che le iniziative degli ultimi anni abbiano raggiunto gli obiettivi attesi? Quali risultati considerano prioritari per i borghi più fragili?
La questione non riguarda soltanto la validità di un progetto turistico, ma il metodo con cui vengono assunte decisioni destinate a orientare le politiche dell’Ente.
Il futuro del Parco deve nascere da scelte trasparenti, responsabilità riconoscibili e obiettivi verificabili. Non può essere affidato soltanto all’efficacia comunicativa di un nuovo marchio.
Il vero cambiamento di paradigma
Dopo oltre trent’anni, il Cilento non ha bisogno soltanto di un altro progetto per raccontare le proprie bellezze. Dispone già di un patrimonio ambientale, storico e culturale straordinario.
Ciò che manca, soprattutto nelle aree interne, è un sistema economico e sociale capace di consentire alle persone di continuare a vivere stabilmente in luoghi che rischiano la desertificazione demografica.
E forse il punto di partenza non è chiedersi quanti turisti possiamo trasferire dalla costa all’entroterra.
È capire perché, nonostante tutto, molti di coloro che sono andati via continuano a tornarci.

Abbiamo dedicato decenni a cercare nuovi visitatori per i nostri borghi. Forse è arrivato il momento di ascoltare quelli che quei luoghi non hanno mai smesso di considerarli casa.
Scavare nelle loro motivazioni, comprendere i bisogni delle comunità, costruire relazioni e soltanto dopo investire le risorse.
Questo sarebbe un progetto realmente sperimentale, capace di mettere alla prova un metodo diverso da quelli già conosciuti.
Perché il vero cambiamento di paradigma non consiste nel trovare un nuovo modo di spendere denaro pubblico, ma nel trasformarlo finalmente in ragioni concrete per restare, tornare e vivere.
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