La Legge di Bilancio 2027 lascia sostanzialmente senza risposte le esigenze strutturali dei Comuni montani. È la denuncia di UNCEM Campania, che attraverso Vincenzo Luciano, presidente regionale e vicepresidente nazionale dell’associazione, richiama l’attenzione sulla scarsità delle risorse destinate agli enti locali, sulla carenza di personale e sulla necessità di rafforzare le gestioni associate.
La manovra, ancora all’esame del Parlamento, prevede alcuni interventi circoscritti, ma non contempla l’incremento del Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane richiesto da UNCEM e dalle Regioni.

Luciano pone una questione concreta: i Comuni non possono ricevere attenzione soltanto quando attraversano difficoltà finanziarie. Devono poter programmare investimenti, mantenere infrastrutture e garantire servizi.
Una posizione condivisibile, soprattutto nelle aree montane del Mezzogiorno, dove la riduzione della popolazione rende sempre più onerosa la gestione di territori estesi e insediamenti distanti tra loro.
Ma il comunicato offre anche l’occasione per riprendere una riflessione che Unico Settimanale porta avanti da tempo: il problema della montagna non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche la capacità delle istituzioni di trasformarle in risultati duraturi.
Da Aquara a Paestum, un confronto ancora aperto
Nel luglio 2025 raccontavamo l’incontro di Aquara dedicato al Rapporto Montagne Italia, con la partecipazione del presidente nazionale UNCEM Marco Bussone e di Vincenzo Luciano. Al centro della discussione c’erano le prospettive delle Comunità montane, le Green Communities e la cooperazione tra enti.
Nell’agosto scorso siamo tornati sull’argomento, quando UNCEM ha annunciato l’Assemblea nazionale del 4 e 5 dicembre a Paestum, dedicata all’intelligenza territoriale e alla valorizzazione del capitale umano e naturale.
Ci siamo chiesti perché scegliere proprio il Cilento, un territorio nel quale la crisi demografica assume dimensioni particolarmente gravi.
Luciano e Bussone hanno risposto attraverso il nostro giornale, chiarendo che Paestum non veniva proposta come modello virtuoso, ma come luogo nel quale discutere apertamente delle difficoltà della montagna italiana, specialmente meridionale.
Una risposta apprezzabile, perché riconosce la necessità del confronto.
Adesso, però, quel confronto dovrebbe compiere un passo ulteriore: passare dall’analisi delle criticità alla valutazione delle politiche realizzate e dei risultati conseguiti.
La montagna si svuota, nonostante i finanziamenti
Il nostro reportage dedicato agli ottanta Comuni del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha documentato una frattura demografica impressionante.
Tra il 2001 e il 2024, mentre i tredici Comuni costieri considerati nell’analisi registravano una crescita complessiva del 5,1%, i 67 Comuni interni perdevano 20.589 abitanti, pari al 15,2% della popolazione.
In alcuni centri il declino ha assunto dimensioni ancora più preoccupanti: Valle dell’Angelo ha perso il 43,6% dei residenti, Roscigno il 42%, Piaggine il 39,1% e Laurino il 38%.
Non sarebbe corretto attribuire questo andamento alle sole responsabilità delle Comunità montane o degli amministratori locali. Lo spopolamento è un fenomeno strutturale, alimentato da trasformazioni economiche e demografiche che interessano numerose aree rurali europee.
Ma resta una domanda: quali politiche pubbliche hanno contribuito a contrastarlo e quali, invece, non hanno prodotto i risultati sperati?
Il territorio è stato destinatario di finanziamenti ordinari e straordinari, fondi europei, interventi infrastrutturali e programmi di valorizzazione. Per questo occorre conoscere quanti servizi siano stati attivati, quante strutture funzionino ancora, quante attività economiche siano nate e quanto lavoro stabile sia stato prodotto.
La montagna protegge un patrimonio nazionale. Ma chi protegge chi ci vive?
C’è poi una questione che dovrebbe assumere maggiore centralità nelle rivendicazioni di UNCEM.

In Italia, e in Campania in particolare, molte aree montane sono sottoposte a differenti regimi di tutela ambientale, paesaggistica e naturalistica.
Secondo i dati ISPRA, le aree naturali protette interessano circa 350mila ettari della Campania, pari al 25,6% della superficie regionale, una percentuale largamente superiore alla media nazionale. A queste si affiancano i siti della Rete Natura 2000, spesso sovrapposti alle aree parco.

Parliamo di territori che custodiscono foreste, biodiversità, risorse idriche e paesaggi dei quali beneficia l’intera collettività.
La tutela ambientale è indispensabile e rappresenta essa stessa una risorsa. Ma la presenza di differenti regimi di protezione comporta anche procedure, obblighi e limitazioni che possono incidere sulle attività economiche.
Non tutti i vincoli impediscono lo sviluppo, né sarebbe corretto presentarli indistintamente come un ostacolo. Occorre però costruire politiche capaci di conciliare conservazione e qualità della vita delle popolazioni residenti.
Se chiediamo alla montagna di custodire un patrimonio che appartiene a tutti, dobbiamo riconoscere anche il valore economico e sociale di questa funzione.
La richiesta di maggiori risorse dovrebbe quindi accompagnarsi a strumenti capaci di tradurre i servizi ecosistemici in benefici concreti per le comunità.
Altrimenti rischiamo di proteggere i territori senza riuscire a garantire un futuro alle persone che li abitano.
Il paradosso delle istituzioni che non si parlano
Ed è qui che emerge una contraddizione particolarmente evidente, almeno alle nostre latitudini.
Comuni, Comunità montane, Ente Parco, Regione, Province, enti gestori dei servizi e organismi di sviluppo operano sullo stesso territorio, amministrano risorse pubbliche e perseguono, almeno sulla carta, obiettivi largamente coincidenti.
Eppure troppo spesso ciascuno sembra procedere per conto proprio.
Il Parco programma la tutela e la valorizzazione ambientale. Le Comunità montane intervengono nella gestione del territorio e nella cooperazione tra Comuni. Le amministrazioni comunali cercano finanziamenti per infrastrutture e servizi. La Regione definisce programmi e distribuisce risorse.
Tutti amministrano un pezzo dello stesso territorio, ma troppo raramente quei pezzi diventano parte di un disegno comune.
Un edificio recuperato potrebbe essere inserito in una rete di servizi. Un intervento ambientale potrebbe sostenere attività agricole, occupazione e turismo. Una Comunità montana potrebbe condividere personale e competenze con i piccoli Comuni. Investimenti realizzati da amministrazioni diverse potrebbero completarsi reciprocamente.
Ma perché questo accada occorre conoscersi, condividere informazioni, coordinare gli interventi e assumersi responsabilità comuni.

Se i sistemi non si parlano, le sinergie diventano impossibili. E mai come nel caso delle aree montane e protette quelle sinergie sarebbero necessarie.
Non bastano protocolli, tavoli di coordinamento o nuove cabine di regia. Servono programmi condivisi, risorse coordinate e risultati verificabili.
Altrimenti ogni ente continuerà a rendicontare le proprie attività mentre il territorio, considerato nel suo insieme, continuerà a perdere servizi, imprese e abitanti.
Un territorio non diventa un sistema soltanto perché qualcuno continua a chiamarlo così nei comunicati stampa.
Costruire è più facile che mantenere
UNCEM solleva giustamente un’altra questione: con la conclusione del PNRR, molti Comuni rischiano di ritrovarsi nuove opere senza risorse sufficienti per gestirle.
È una situazione che conosciamo bene.
Negli anni sono stati finanziati recuperi edilizi, centri visita, strutture culturali e infrastrutture, senza che fosse sempre garantita la sostenibilità economica della gestione successiva.
Un edificio restaurato non rappresenta automaticamente un risultato di sviluppo. Lo diventa quando ospita attività, produce opportunità e risponde stabilmente ai bisogni della comunità.
Da questo punto di vista, il rafforzamento delle gestioni associate richiesto da UNCEM potrebbe rappresentare una risposta importante.
Ma anche qui occorrono verifiche.
Quali servizi vengono già gestiti in forma associata? Quali economie sono state conseguite? Quali competenze amministrative condivise? Quali benefici hanno prodotto le Green Communities e gli altri programmi di cooperazione territoriale?
Sono domande necessarie non per indebolire le Comunità montane, ma per dimostrarne l’utilità.
Seguire i soldi. E soprattutto i risultati
La richiesta di maggiori risorse avanzata da UNCEM è legittima. Ma sarebbe altrettanto importante ricostruire il percorso di quelle già utilizzate.
Il nostro precedente reportage ha individuato, nei sei esercizi dell’Ente Parco esaminati tra il 2017 e il 2023, circa 62,8 milioni di euro di entrate accertate. Non si tratta di somme omogenee né interamente destinate allo sviluppo economico, ma costituiscono un punto di partenza per interrogarsi sull’efficacia degli investimenti.
Quanto è stato speso per progettare e realizzare? Quali imprese hanno ottenuto gli affidamenti? Quante strutture funzionano ancora? Quanta parte delle risorse è diventata salario, occupazione e reddito per le comunità?
Non si tratta di presumere irregolarità. Gli incarichi professionali, le imprese e le forniture sono componenti necessarie della spesa pubblica.
Ma dovrebbero essere strumenti per raggiungere obiettivi, non diventare essi stessi il parametro del successo.
Il risultato di una politica pubblica non coincide con l’esaurimento del finanziamento, ma con la capacità di produrre benefici anche dopo la sua conclusione.
Dai borghi alle persone: un metodo diverso
Forse il cambiamento più importante dovrebbe riguardare il modo stesso di individuare le priorità.
Invece di partire sistematicamente dai programmi finanziari disponibili, perché non cominciare dai borghi maggiormente colpiti dal declino demografico e dalla chiusura delle attività economiche?
Non necessariamente Comuni, ma anche frazioni, contrade e piccoli nuclei abitati.
Luoghi nei quali i negozi scompaiono, i servizi diminuiscono e perfino alcuni ristoranti riescono a lavorare soltanto durante i fine settimana.
E perché non coinvolgere anche quelle generazioni che sono partite per studiare e lavorare altrove, ma continuano a tornare nei paesi d’origine?
Che cosa continuano a trovare in quei luoghi? Quali servizi mancano? Quali competenze potrebbero mettere a disposizione? Quali condizioni potrebbero convincerli a investire o trascorrervi più tempo?
Da queste domande potrebbero nascere indagini sociali, concorsi di idee, collaborazioni tra imprese e investimenti mirati.
Non per inseguire genericamente il ritorno degli emigrati, ma per valorizzare un patrimonio di competenze che il Cilento ha disseminato in Italia e nel mondo.
Prima comprendere i bisogni, poi costruire le proposte e infine destinare le risorse.
Sarebbe un cambiamento di metodo rispetto alla continua rincorsa ai bandi.
Una proposta a Luciano e Bussone in vista di Paestum
L’Assemblea nazionale UNCEM, prevista a Paestum il 4 e 5 dicembre, potrebbe rappresentare un’occasione per affrontare la questione che attraversa tutto il nostro lavoro giornalistico.
Perché Vincenzo Luciano e Marco Bussone non promuovono una ricognizione delle politiche realizzate nei territori montani, con particolare attenzione alle aree nelle quali si sovrappongono competenze comunali, comunitarie, regionali e degli Enti Parco?
Un lavoro che metta a confronto finanziamenti utilizzati, programmi condivisi, servizi attivati, occupazione prodotta e risultati raggiunti.
Non una classifica per distribuire meriti e colpe, ma un’indagine capace di distinguere le esperienze riuscite da quelle che non hanno prodotto gli effetti attesi.
Sarebbe interessante conoscere quanti progetti siano stati realmente realizzati attraverso collaborazioni stabili tra Comunità montane, Enti Parco, Comuni e Regione.
Non quanti protocolli siano stati sottoscritti, ma quanti interventi abbiano integrato risorse, competenze e responsabilità.
La Legge di Bilancio è ancora all’esame del Parlamento e UNCEM fa bene a chiedere maggiori stanziamenti.
Ma forse la montagna ha bisogno anche di un’altra battaglia: superare la frammentazione delle istituzioni che ne amministrano il territorio e costruire politiche comuni, fondate sui bisogni reali delle persone.

Perché non basta chiedere allo Stato di investire di più se poi gli organismi chiamati a utilizzare quelle risorse continuano a procedere separatamente.
Il problema non è soltanto quanti soldi arrivano alla montagna. È anche quanti risultati perdiamo perché chi dovrebbe governarla insieme continua a non parlarsi.
Hashtag: #UNCEM #UNCEMCampania #MarcoBussone #VincenzoLuciano #LeggeDiBilancio2027 #ComunitàMontane #ComuniMontani #AreeInterne #Cilento #ValloDiDiano #Alburni #Spopolamento #AreeProtette #TutelaAmbientale #FOSMIT #GreenCommunities #FinanziamentiPubblici #SviluppoTerritoriale #CooperazioneIstituzionale #Trasparenza #RigenerazioneDeiBorghi #Mezzogiorno #UnicoSettimanale




