Storie di emigrazione, crescere italiani in Australia
Lingua, scuola, lavoro, famiglia e identità: nelle testimonianze raccolte tra Melbourne e Sydney riaffiora la storia di generazioni che hanno dovuto adattarsi a un Paese nuovo senza smettere di portare con sé l’Italia
Crescere lontano dall’Italia, dentro una lingua diversa e in una società che all’inizio poteva apparire estranea, non è mai stato semplice.
Le tante storie che abbiamo raccolto in Australia sembrano molto differenti tra loro. C’è chi è partito adulto, chi è arrivato bambino, chi è nato già dall’altra parte del mondo. C’è chi ha lavorato in fabbrica, chi nei campi, chi nei ristoranti, chi è riuscito a studiare fino all’università e chi ha costruito un’impresa.

Eppure, ascoltandole una dopo l’altra, emergono alcuni fili comuni.
La lingua. La scuola. Il lavoro. La famiglia. Le radici.
Sono questi gli elementi intorno ai quali si è costruita buona parte dell’esperienza degli italiani in Australia.
Arrivare senza capire una parola
Per chi giungeva da bambino, il primo trauma era spesso la scuola.
«Eravamo stranieri. Andare a scuola senza capire la lingua è stato molto difficile».
Una frase semplice, ma capace di raccontare un intero mondo.
Immaginiamo un bambino che fino a pochi giorni prima frequentava una scuola di paese in Italia e improvvisamente si ritrova in una classe nella quale non comprende l’insegnante, i compagni, le battute, le regole non scritte della nuova società.
Bisognava imparare in fretta.

L’inglese non era soltanto una materia.
Era lo strumento indispensabile per entrare nel nuovo mondo.
E spesso quella difficoltà iniziale lasciava un segno profondo.
Sentirsi diversi
Per molti figli degli emigrati non bastava imparare la lingua.
C’era anche il problema di sentirsi diversi.
Il cognome.
L’accento dei genitori.
Il cibo portato da casa.
L’italiano parlato tra parenti.
Sono elementi che oggi possono essere considerati parte di una ricchezza multiculturale, ma che per molti bambini e ragazzi di allora potevano trasformarsi in motivo di isolamento o di presa in giro.
Qualcuno ha parlato di “sfottò”.
Altri ricordano semplicemente la sensazione di non appartenere completamente né al mondo dei genitori né a quello dei coetanei australiani.
Nasce così una generazione abituata molto presto a vivere tra due culture.
Italiani dentro casa.
Australiani fuori.
E, con il tempo, entrambe le cose insieme.
La scuola come occasione
Le testimonianze raccolte mostrano anche quanto l’istruzione potesse modificare profondamente il destino dei figli degli emigrati.
Non tutti ebbero la possibilità o il desiderio di continuare gli studi.
Molti entrarono presto nel mondo del lavoro.
Altri, invece, ripartirono quasi da zero.
Impararono l’inglese.
Frequentarono scuole professionali.

Diventarono impiegati, segretarie, tecnici.
Qualcuno arrivò all’università.
È il passaggio forse più evidente tra la prima e la seconda generazione.
I genitori avevano attraversato il mondo per trovare un lavoro.
I figli cominciavano ad avere la possibilità di scegliere quale lavoro fare.
Il lavoro come misura della conquista
Nelle storie dell’emigrazione italiana il lavoro occupa sempre un posto centrale.
Non soltanto perché garantiva il reddito.
Era la misura concreta dell’integrazione.
Trovare un posto significava potersi mantenere.
Restare.
Affittare una casa.
Poi comprarla.
Mettere su famiglia.
Far studiare i figli.
Le prime occupazioni erano spesso le più semplici disponibili: fabbriche, cantieri, fattorie, ristoranti, pulizie, ferrovie.
Ma quasi mai le storie rimanevano ferme al primo lavoro.

C’è chi ha cambiato settore.
Chi ha aperto un’attività.
Chi è diventato responsabile.
Chi ha costruito imprese capaci di dare lavoro a decine di persone.
Chi è entrato nella pubblica amministrazione o nelle professioni.
L’emigrazione, per molti, è stata anche una lunga scalata sociale.
Le donne e il doppio lavoro
Dentro queste storie emerge con particolare forza il ruolo delle donne.
Lavoravano fuori casa.
E spesso continuavano a sostenere quasi interamente anche il lavoro familiare.
Figli.

Genitori anziani.
Casa.
Cucina.
Assistenza.
Una delle testimonianze raccolte riassume bene questa continuità tra vita privata e professionale:
«Ho assistito mia madre per anni, poi sono andata a lavorare con gli anziani».
Quasi che un’esperienza nata dentro la famiglia avesse finito per trasformarsi in una competenza da portare anche nel lavoro.
Altre donne sono passate attraverso fabbriche, laboratori, ristorazione, lavori d’ufficio.
Alcune hanno aperto attività proprie.
Tutte hanno dovuto cercare un equilibrio tra indipendenza e responsabilità familiari.
La famiglia prima di tutto
Quasi nessuna delle storie che abbiamo ascoltato può essere compresa guardando soltanto al singolo individuo.
L’emigrazione italiana è stata quasi sempre una storia familiare.
Uno partiva.
Poi chiamava il fratello.
Poi arrivava la moglie.
Poi i figli.
Poi magari un cognato o un cugino.
Si formavano così vere reti di solidarietà capaci di accompagnare i nuovi arrivati.
Una casa nella quale dormire.
Un contatto per trovare lavoro.
Qualcuno disposto a tradurre.
Un primo orientamento in una società sconosciuta.
È così che interi pezzi di paesi del Cilento, della Calabria, della Campania e del resto d’Italia si sono ricostruiti dall’altra parte del mondo.
I figli dovevano avere ciò che i genitori non avevano avuto
Dietro moltissimi sacrifici c’era un obiettivo ricorrente:
dare ai figli una vita migliore.
Farli studiare.
Comprare una casa.
Garantire loro stabilità.
E possibilmente evitare che dovessero affrontare la stessa fatica fisica sostenuta dai genitori.
In questo senso l’emigrazione può essere letta come una lunga staffetta tra generazioni.

La prima conquista il diritto di restare.
La seconda conquista la possibilità di studiare e scegliere.
La terza cresce pienamente australiana, mantenendo però dentro di sé frammenti di memoria italiana.
Quando le radici cambiano forma
Con il passare del tempo anche il rapporto con l’Italia cambia.
Per i primi emigrati il paese d’origine era spesso una presenza quotidiana.
Si parlava il dialetto.
Si cucinavano gli stessi piatti.
Si celebravano le stesse feste.
Si tornava appena possibile.
Per i figli l’Italia diventava il Paese dei genitori.
Per i nipoti quello dei nonni.
Eppure qualcosa rimane.
Un cognome.
Una ricetta.

Una Madonna portata in processione.
Un paese nominato tante volte da finire per sembrare familiare anche a chi non vi è mai vissuto.
Le radici non scompaiono. Cambiano forma.
Non soltanto sacrificio
Sarebbe però sbagliato raccontare l’emigrazione esclusivamente attraverso la sofferenza.
C’è stata certamente fatica.
Solitudine.
Discriminazione.
Nostalgia.
Ma ci sono stati anche entusiasmo, opportunità, successo, amicizie, matrimoni, famiglie nuove.
L’Australia non è stata soltanto il luogo nel quale gli italiani hanno dovuto adattarsi.
È diventata il Paese nel quale milioni di persone hanno potuto ricostruire la propria vita.
Ed è forse questa la parola più adatta:
ricostruire.
Due mondi che finiscono per appartenersi
Dopo settimane trascorse ad ascoltare queste storie, diventa difficile continuare a pensare l’Italia e l’Australia come due realtà separate.
Per molte famiglie sono ormai parti della stessa storia.
Un nonno nato a Rofrano.
Un figlio cresciuto a Melbourne.
Un nipote che parla quasi soltanto inglese.
Una festa italiana celebrata ogni anno in Australia.
Una fotografia di famiglia scattata a migliaia di chilometri dal luogo dal quale tutto era cominciato.
L’emigrazione ha modificato identità e destini.
Ma non li ha cancellati.
Ha costruito qualcosa di nuovo sopra ciò che esisteva prima.
Il vero patrimonio sono le storie
Forse è questa la ragione per cui abbiamo sentito il bisogno di raccogliere queste testimonianze.
Perché il tempo passa.

Le prime generazioni stanno scomparendo.
E insieme a loro rischiano di sparire parole, nomi, episodi, sacrifici che i figli conoscono solo in parte e che i nipoti potrebbero non conoscere affatto.
Ogni intervista diventa allora una piccola operazione di recupero.
Non per trasformare tutti gli emigrati in eroi.
Ma per evitare che una parte importante della nostra storia venga perduta.
Dietro ogni casa costruita in Australia c’è stata una partenza.
Dietro ogni laurea conquistata dai figli c’è spesso il lavoro di un padre o di una madre arrivati senza conoscere l’inglese.
Dietro ogni famiglia italo-australiana c’è qualcuno che, a un certo punto, ha dovuto scegliere se salire su una nave o su un aereo.
E forse il tratto comune di tutte queste storie è proprio questo:
partire significava sacrificare una parte del proprio presente per rendere possibile il futuro di chi sarebbe venuto dopo.
L’Australia ha dato loro una nuova casa.
L’Italia ha continuato a vivere dentro di loro.
E tra questi due mondi è nata una comunità che oggi non appartiene completamente all’uno o all’altro.
Appartiene a entrambi.
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