La Campania ha già artificializzato il 10,61% del proprio territorio e, persino nelle aree protette, presenta la percentuale di suolo consumato più alta d’Italia. Intanto Salerno è l’unica provincia campana nella quale nel 2024 sono aumentate le abitazioni autorizzate. Il confronto con il calo demografico apre una domanda inevitabile: dove e per chi continuiamo a costruire?
Il paradosso delle case senza residenti conduce direttamente a un’altra questione: il consumo di suolo.
Secondo ISPRA, nel 2024 in Campania risultava ormai artificializzato il 10,61% del territorio regionale, una delle percentuali più elevate d’Italia. E c’è un dato ancora più interessante per la nostra inchiesta: considerando le aree naturali protette, la Campania raggiunge il 3,82% di suolo consumato, il valore più alto tra le regioni italiane.

Il Parco, naturalmente, non coincide con tutta la Campania e questi numeri non possono essere automaticamente trasferiti agli ottanta Comuni del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.
Ma indicano la direzione nella quale dobbiamo guardare.
Perché contemporaneamente l’ANCE ci consegna un altro dato sorprendente.
Nel 2024 in Campania le abitazioni autorizzate sono diminuite complessivamente del 10,3%. Quasi tutte le province registrano una flessione.
Salerno è l’unica in controtendenza.
Le abitazioni autorizzate passano da 983 a 1.109: +12,8%. La provincia salernitana concentra così quasi un terzo delle nuove abitazioni autorizzate nell’intera regione.
È qui che i diversi pezzi della nostra ricerca cominciano a incontrarsi.
Da una parte abbiamo molti Comuni del Parco che perdono abitanti.
Dall’altra un patrimonio enorme di case non occupate da residenti.
E contemporaneamente continuiamo ad autorizzare nuove abitazioni e a trasformare suolo agricolo o naturale.
Non significa che quelle 1.109 abitazioni siano state costruite nel Parco.
Non significa neppure che siano tutte seconde case.

Il dato ANCE è provinciale e bisogna scendere ai singoli Comuni prima di trarre conclusioni.
Ma pone una domanda alla quale non possiamo sottrarci:
se la popolazione diminuisce, dove si concentra la nuova domanda edilizia?
Nelle città?
Sulla costa?
Nelle frazioni marine?
Nei Comuni turistici?
Oppure anche nei territori che continuano a perdere residenti?
È questa la verifica che dobbiamo fare incrociando i dati ISPRA sul consumo di suolo, disponibili anche a livello comunale, con popolazione, patrimonio abitativo e nuove costruzioni.
Il punto non è sostenere che non si debba più costruire.
Una nuova abitazione può rispondere a esigenze reali e un nuovo insediamento può produrre sviluppo.
Ma in un territorio protetto il consumo di nuovo suolo dovrebbe essere valutato anche alla luce di ciò che già esiste.
Quante abitazioni vuote potrebbero essere recuperate?
Quanti centri storici potrebbero essere riabitati?
Quanto patrimonio edilizio resta inutilizzato mentre nuove superfici vengono impermeabilizzate?
La tutela del paesaggio non può fermarsi al vincolo.
Deve interrogarsi anche sul modello insediativo.
Perché se un Parco perde abitanti nell’interno, accumula seconde case sulla costa e continua contemporaneamente a consumare nuovo territorio, il problema non è più soltanto demografico.
È una questione di come abbiamo deciso di abitare il Parco.
Prima di occupare nuovo suolo dovremmo sapere quante case abbiamo già e quante ne utilizziamo davvero.
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