Partito nel 1960 a vent’anni, dopo una breve esperienza di lavoro in Francia raggiunse l’Australia in nave. A Melbourne costruì una vita intera tra fabbrica, famiglia e casa, senza mai recidere il legame con Rofrano.
Filippo Scandizzo nasce a Rofrano nel 1939.
A vent’anni lascia il paese per cercare altrove quel lavoro e quelle opportunità che, nell’Italia meridionale di quegli anni, spingevano migliaia di giovani a mettere in valigia poche cose e molto coraggio.
La sua prima destinazione, però, non è l’Australia.
È la Francia.

Qui lavora per alcuni mesi in un’azienda che si occupa di fiori. Un’esperienza breve, appena quattro mesi, perché nel frattempo dall’altra parte del mondo arriva una chiamata destinata a cambiare definitivamente la sua vita.
La sorella Maria, già emigrata in Australia, lo invita a raggiungerla.
È il 1960.
Un mese di nave verso l’Australia
Dopo le visite mediche e le formalità necessarie per l’emigrazione, Filippo parte.
Questa volta la distanza non si misura più in qualche ora di viaggio.
Per raggiungere l’Australia occorre circa un mese di navigazione.
Il mare diventa il confine tra due vite: quella lasciata a Rofrano e quella ancora completamente da inventare a Melbourne.
Come accadeva spesso nelle storie degli emigrati italiani, il primo approdo è la famiglia.
Ad attenderlo ci sono la sorella Maria e il cognato Emilio, che gli offrono un punto di riferimento nei primi giorni in una città, una lingua e una società completamente nuove.
Quella rete familiare rappresentava spesso la vera porta d’ingresso in Australia: un letto dove dormire, qualcuno capace di indicarti dove cercare lavoro, una presenza familiare dentro un mondo sconosciuto.
Il lavoro arriva subito
Filippo non resta a lungo senza occupazione.
Entra in una fabbrica di materassi, la Slipmaker, e comincia come operaio nel reparto produttivo.
Quella che avrebbe potuto essere una prima sistemazione temporanea diventa invece il lavoro di tutta una vita.
Per nove anni si occupa del taglio dei materiali destinati alle fodere dei materassi.
Impara il mestiere, conquista fiducia e responsabilità e, con il passare del tempo, diventa capo operaio.
È una carriera costruita senza scorciatoie.
Non cambiando continuamente azienda alla ricerca di qualcosa di meglio, ma crescendo dentro lo stesso luogo di lavoro.
Anche questo racconta una generazione di emigrati che cercava soprattutto una parola:
stabilità.

Prima il lavoro, poi la casa
Con il lavoro stabile arriva anche la possibilità di costruire la propria famiglia.
Filippo si sposa e comincia una nuova fase della sua vita australiana.
All’inizio la coppia vive in una sistemazione provvisoria, ma dopo appena tre mesi riesce a compiere una delle conquiste che per tanti emigrati rappresentava il segno più concreto dell’essersi finalmente radicati:
comprare una casa.
Non sarà l’ultima.
Dopo circa cinque anni ne acquistano una seconda.
Nel tempo la famiglia cambia diversi quartieri di Melbourne, seguendo il percorso di una vita che gradualmente migliora e si consolida, fino a stabilirsi definitivamente nella casa dove Filippo vive ancora oggi.
Per chi era partito da Rofrano con poche certezze, ogni casa acquistata non rappresentava soltanto un investimento.
Era una dichiarazione:
qui possiamo costruire il nostro futuro.
Due figli, cinque nipoti e due pronipoti
La famiglia cresce.
Arrivano due figli.
Poi cinque nipoti.
E infine due pronipoti.
Quella iniziata con il viaggio solitario di un ragazzo ventenne diventa così una famiglia pienamente radicata nella società australiana.
È uno dei risultati più profondi dell’emigrazione.
La prima generazione arriva con una valigia.
La seconda nasce o cresce nel nuovo Paese.
La terza e la quarta considerano l’Australia semplicemente casa.
Eppure il luogo dal quale tutto era partito continua a sopravvivere nei racconti, nei ricordi e nei ritorni.
Rofrano non è mai diventata soltanto un ricordo
Filippo è tornato a Rofrano più di dodici volte.
Un numero che dice molto sul rapporto rimasto vivo con il paese d’origine.
Per molti emigrati il ritorno non era semplicemente una vacanza.
Significava ritrovare le strade dell’infanzia, gli amici, i parenti, le case e quei luoghi che la memoria aveva continuato a conservare anche dopo decenni trascorsi dall’altra parte del mondo.
La famiglia possedeva ancora una proprietà a Rofrano, successivamente venduta.
Ma vendere una casa non significa necessariamente vendere le proprie radici.
Quelle restano altrove.
Nelle persone.
Nei ricordi.
Nel modo in cui, anche dopo sessant’anni, si continua a pronunciare il nome del proprio paese.
Una vita senza clamore
La storia di Filippo Scandizzo non è fatta di grandi svolte spettacolari.
Ed è proprio questo a renderla così rappresentativa.
Un ragazzo lascia Rofrano.
Lavora qualche mese in Francia.
Sale su una nave.
Attraversa il mondo.
Trova lavoro in una fabbrica.
Rimane nello stesso stabilimento per tutta la vita professionale.
Si sposa.
Compra una casa.
Poi un’altra.
Cresce due figli.
Vede arrivare nipoti e pronipoti.
E ogni tanto prende la strada al contrario e ritorna nel paese dal quale era partito.
Dentro questa apparente semplicità c’è buona parte della storia dell’emigrazione cilentana in Australia.
Non sempre l’emigrazione produce biografie eccezionali nel senso tradizionale del termine.
A volte produce qualcosa di ancora più importante:
vite solide.
Famiglie costruite.
Lavoro conquistato.
Case comprate con sacrificio.
Figli ai quali consegnare condizioni migliori di quelle dalle quali si era partiti.
Due mondi diventati una sola vita
Filippo appartiene ormai all’Australia.
Melbourne è la città nella quale ha lavorato, costruito la propria famiglia e trascorso la maggior parte della propria esistenza.
Ma Rofrano resta il punto iniziale della traiettoria.
Tra i due luoghi c’è un Oceano.
E in mezzo c’è una vita intera.
Forse è proprio questa una delle lezioni che stiamo raccogliendo incontrando gli emigrati e i loro discendenti.
Si può appartenere pienamente a un luogo nuovo senza smettere di appartenere a quello dal quale si è partiti.
Filippo ha costruito la sua casa in Australia.
Ma dentro quella casa, dopo più di sessant’anni, continua ad esserci anche un pezzo di Rofrano.
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