Nell’agosto 2025 tutti i consiglieri comunali sottoscrissero un impegno per un Piano Urbanistico condiviso e partecipato. Oggi, mentre la maggioranza si è sfaldata e il futuro della consiliatura è tornato in discussione, quelle 16 firme acquistano un peso politico enorme. Prima di arrivare a un altro scioglimento e all’ennesimo commissariamento, Paolino potrebbe mettere sul tavolo l’azzeramento della Giunta e aprire un nuovo patto di responsabilità.
«Sono sedici firme che oggi pesano come macigni. Non perché impediscano a un consigliere di cambiare opinione, ma perché obbligano ciascuno a spiegare alla città che cosa sia cambiato rispetto all’impegno assunto insieme appena un anno fa.»
CAPACCIO PAESTUM. Forse, per comprendere quello che sta accadendo intorno al nuovo Piano Urbanistico Comunale, non basta fermarsi all’ultima seduta del Consiglio comunale e al suo ormai emblematico 8 a 8.
Bisogna tornare indietro.
Non di molto.
E rileggere qualche documento.
Perché prima dell’8 a 8 c’è stato anche un 16 a 0.
Il PUC, i tecnici e gli oltre trenta quesiti
Il 3 agosto 2026 un nutrito gruppo di tecnici di Capaccio Paestum si è riunito per discutere il PUC e ha trasmesso all’Ufficio di Piano una nota articolata contenente oltre trenta richieste di chiarimento urbanistico.
Non soltanto questioni riferite alle singole proprietà. Nel confronto sono stati posti anche temi di interesse generale: revisione della viabilità esistente, previsione di nuove strade e necessità di restituire alle numerose borgate di Capaccio Paestum spazi pubblici nei quali incontrarsi e socializzare.
Rettifilo, Borgo Nuovo, Licinella, Santa Venere, Tempa San Paolo, Foce Sele, Ponte Barizzo, Laura: una città diffusa, cresciuta lungo strade e insediamenti che troppo spesso non hanno prodotto vere piazze e luoghi di comunità.
Il richiamo a Cafasso, Gromola, Spinazzo, Piazza Santini e Scigliati contiene un elemento difficilmente contestabile: un abitato non è fatto soltanto di case, lotti e strade. È fatto anche di luoghi nei quali una comunità possa riconoscersi.
Al termine del confronto, secondo quanto reso pubblico da uno dei partecipanti, l’Ufficio di Piano avrebbe assicurato risposte nella terza decade di agosto, prospettando eventuali ulteriori approfondimenti.
La proposta di PUC era stata adottata dalla Giunta il 29 giugno 2026 e il Comune ne ha formalizzato il deposito il 7 luglio, aprendo la fase delle osservazioni.
Sembrava, dunque, essersi aperto soprattutto un confronto tecnico.
Poi lo scenario si è complicato.
Le comunicazioni di Scovotto e Carrozza
Nel corso del Consiglio comunale il sindaco Gaetano Paolino ha riferito di avere ricevuto comunicazioni dal RUP Roberta Scovotto e dall’ingegnere Renato Carrozza, annunciando l’avvio di un subprocedimento valutativo finalizzato ad approfondire possibili situazioni di conflitto d’interesse e l’eventuale necessità di intervenire sulla composizione della struttura chiamata a seguire il Piano e le osservazioni.
La semplice apertura di una verifica non dimostra l’esistenza di alcuna irregolarità e sarebbe scorretto anticiparne le conclusioni.
Ma pone inevitabilmente una questione di trasparenza e credibilità del procedimento proprio quando il PUC entra nella fase in cui interessi pubblici e privati devono essere valutati e ricondotti dentro una visione complessiva del territorio.
Non abbiamo elementi per sostenere che i quesiti presentati dai tecnici abbiano provocato ciò che è emerso successivamente.
Ma la vicinanza temporale dei due fatti rende ancora più delicata questa fase.
Ma prima dell’8 a 8 c’era stato il 16 a 0
È qui che bisogna recuperare un documento che oggi acquista un valore politico straordinario.
Il 28 agosto 2025 tutti e sedici i consiglieri comunali di Capaccio Paestum, maggioranza e opposizione, sottoscrissero una nota congiunta sul PUC.
Non una dichiarazione di campagna elettorale.
Un documento sottoscritto dopo le elezioni, quando ciascuno occupava già il proprio posto nell’assise cittadina.
I sedici chiedevano di riattivare rapidamente il procedimento, arrivare a un PUC condiviso dall’intero Consiglio e aprire il confronto a cittadini, associazioni e categorie sociali e produttive.
Quell’indirizzo non rimase soltanto sulla carta. Nell’ottobre successivo la Giunta revocò i precedenti atti urbanistici e riavviò il procedimento, richiamando espressamente proprio l’impegno assunto congiuntamente dai sedici consiglieri.
Dunque, sul PUC, prima dell’attuale divisione dell’aula c’era stata un’unità totale.
E questo cambia inevitabilmente la domanda da rivolgere oggi a ciascun consigliere.
Non basta chiedere:
«State con Paolino oppure contro Paolino?»
La domanda più interessante è un’altra:
«Che cosa è cambiato, nel merito del PUC, rispetto a ciò che avete condiviso e sottoscritto?»
Se il Piano adottato non corrisponde più agli indirizzi originari, bisogna spiegare dove.
Se contiene scelte ritenute sbagliate, bisogna indicare quali.
Se sono emerse criticità, devono essere documentate.
Se le verifiche sui possibili conflitti d’interesse faranno emergere problemi, dovranno essere affrontati senza esitazioni.
Ma un PUC destinato a incidere sul territorio per decenni non può cambiare valore semplicemente perché nel frattempo qualcuno è passato dalla maggioranza all’opposizione o viceversa.
Il problema non è chi sedeva intorno al tavolo
Per questo sarebbe persino riduttivo concentrarsi sui nomi dei professionisti presenti all’incontro del 3 agosto.
Il problema è più antico.
Riguarda il rapporto, mai definitivamente risolto a Capaccio Paestum, tra pianificazione pubblica, proprietà fondiaria, interessi economici e mondo tecnico-professionale.
È legittimo che architetti, ingegneri, geometri, agronomi e professionisti partecipino alla formazione del Piano.
La loro conoscenza del territorio è preziosa.
È altrettanto legittimo che proprietari, aziende e cittadini presentino osservazioni.
Il PUC non deve essere scritto in una stanza chiusa.
Ma esiste un limite.
Un Piano Urbanistico Comunale non può diventare la somma degli interessi particolari di chi riesce, di volta in volta, a far sentire maggiormente la propria voce.
La politica deve essere più forte degli interessi. Non per cancellarli, ma per ricondurli all’interno di una visione generale.
Altrimenti ciascuno guarda la propria particella e nessuno guarda la città.
Una città che non deve inventarsi nulla
Capaccio Paestum, oltretutto, parte da una condizione che molti territori potrebbero soltanto desiderare.
Questa città non deve inventarsi un’identità.
Ha Paestum, conosciuta nel mondo.
Ha il mare.
Ha la Piana del Sele.
Ha una delle agricolture più produttive del Mezzogiorno.
Ha la mozzarella di bufala.
Ha il fiume Sele.
Ha il paesaggio rurale.
Ha le borgate.
Ha un sistema turistico e produttivo che può ancora crescere enormemente.
Capaccio Paestum ha bisogno di relativamente poco per continuare a essere protagonista. Ma quel poco deve essere fatto bene.
Strade.
Collegamenti.
Spazi pubblici.
Servizi.
Infrastrutture.
Tutela del paesaggio.
Regole comprensibili.
E certezze per chi vuole investire.
Poi è arrivato l’8 a 8
Sul PUC, dunque, si partiva da sedici firme.
Oggi il Consiglio è arrivato alla perfetta divisione dell’ultima seduta: otto da una parte e otto dall’altra, dopo l’assenza della consigliera Adele Renna.
Ed è qui che il problema urbanistico incontra quello politico.
Una maggioranza che nel maggio 2025 aveva conquistato dieci consiglieri oltre al sindaco si è progressivamente scomposta. La composizione uscita dalle urne vedeva Renna e Gianmarco Scairati eletti nella stessa lista, “Sostenibile e Solidale”, insieme agli altri consiglieri delle quattro liste che sostenevano Paolino.
A dicembre la mozione di sfiducia presentata contro Paolino ottenne otto voti favorevoli, mentre cinque consiglieri originariamente eletti all’opposizione si astennero, impedendone l’approvazione.
Il paradosso politico della consiliatura è ormai evidente: una parte di coloro che furono eletti insieme a Paolino oggi ne rappresenta l’opposizione più dura, mentre in diverse occasioni sono stati consiglieri eletti all’opposizione a consentire la prosecuzione dell’esperienza amministrativa.
Tutto legittimo.
Ma politicamente impossibile da ignorare.
C’è però un altro documento che oggi ritorna
Ed è qui che emerge un secondo elemento che può cambiare la lettura della crisi.
L’idea di azzerare la Giunta non nasce oggi.
Nel novembre 2025, nel pieno della prima grande rottura interna, furono proprio otto consiglieri della maggioranza a chiedere formalmente a Paolino l’azzeramento dell’esecutivo quale condizione per verificare la possibilità di un nuovo inizio amministrativo. Tra i firmatari c’erano Angelo Quaglia, Antonio Agresti, Igor Ciliberti, Maria Rosaria Giuliano, Antonio Mastrandrea, Gianmarco Scairati, Pamela Volpe ed Eustachio Voza.
Quella richiesta oggi può tornare sul tavolo.
Ma in una forma diversa.
E forse più difficile da rifiutare.
Paolino ha ancora una carta da giocare
Se Gaetano Paolino vuole davvero andare avanti, potrebbe essere lui questa volta a compiere il gesto che gli era stato chiesto quasi nove mesi fa.
Azzerare la Giunta.
Non per distribuire nuovamente assessorati.
Non per comprare qualche voto politico.
Non per sostituire cinque nomi con altri cinque.
Ma per dire al Consiglio comunale:
ripartiamo da zero.
Il sindaco potrebbe proporre una nuova Giunta di competenze, chiedendo ai consiglieri disponibili a garantire la continuità amministrativa di contribuire all’individuazione di una rosa di personalità autorevoli e tecnicamente preparate.
Poi sarebbe Paolino, come prevede la legge, a scegliere e nominare gli assessori: l’articolo 46 del TUEL attribuisce espressamente al sindaco la nomina dei componenti della Giunta e anche il potere di revocarli.

Dunque nessun commissariamento politico del sindaco da parte del Consiglio.
La prerogativa resterebbe sua.
Ma il metodo cambierebbe radicalmente.
Una rosa condivisa, una scelta del sindaco, una Giunta nuova e un patto pubblico su pochi obiettivi.
PUC.
Riequilibrio dei conti.
Opere strategiche.

Servizi.
Sviluppo economico.
Completamento della consiliatura.
A quel punto le carte sarebbero davvero scoperte.
Una proposta che mette tutti davanti alle proprie responsabilità
Paolino metterebbe sul piatto della bilancia qualcosa di suo: la Giunta che ha scelto.
Gli ex alleati dovrebbero, a loro volta, spiegare se la richiesta di azzeramento avanzata nel novembre 2025 fosse una vera proposta politica oppure soltanto uno strumento dello scontro di allora.
Perché sarebbe difficile sostenere contemporaneamente:
«Vogliamo l’azzeramento della Giunta»
e, quando il sindaco lo offre:
«Non basta più».
Naturalmente potrebbe davvero non bastare.
Ma allora bisognerebbe spiegare alla città che cosa manca ancora.
Un diverso metodo?
Un programma aggiornato?
Garanzie sul PUC?
Un cronoprogramma?
La gestione dei conti?
Una nuova distribuzione delle responsabilità?
Tutto può essere discusso.
Purché venga detto apertamente.
Perché da quel momento il problema non sarebbe più stabilire chi abbia litigato con chi.
Sarebbe capire chi vuole ancora provare a governare e chi ritiene invece conclusa la consiliatura.

L’obiettivo non è salvare Paolino
Ed è questo il punto decisivo.
L’obiettivo non deve essere salvare Gaetano Paolino.
Un sindaco passa.
Una maggioranza passa.
Una Giunta passa.
L’obiettivo deve essere capire se esistano ancora le condizioni per evitare a Capaccio Paestum un altro scioglimento anticipato e un altro commissario.
Perché la città questa storia l’ha già vissuta.
Nel dicembre 2018 le dimissioni contestuali di nove consiglieri su sedici provocarono la crisi che portò allo scioglimento del Consiglio; nel gennaio 2019 il Presidente della Repubblica nominò commissaria straordinaria Rosa Maria Falasca.

Nel febbraio 2025 è accaduto nuovamente: quindici consiglieri su sedici si dimisero, il Consiglio fu sciolto e alla gestione dell’ente arrivò il viceprefetto Davide Lo Castro, poi formalmente nominato commissario straordinario.
Se anche l’attuale esperienza terminasse anzitempo, Capaccio Paestum si troverebbe dunque davanti al terzo commissariamento in poco più di sette anni.
Questa volta, per di più, dopo essere tornata alle urne appena nel maggio 2025, quando Gaetano Paolino fu eletto al primo turno con circa il 57 per cento dei voti.
È questa l’umiliazione istituzionale che bisognerebbe tentare fino all’ultimo di evitare.
Prima di staccare la spina, provare tutto
Non significa pretendere che consiglieri che non condividono più l’azione del sindaco debbano tornare disciplinatamente in maggioranza.
Sarebbe assurdo.

Significa però chiedere a tutti un ultimo confronto pubblico sulle cose, e non sugli schieramenti.
Del resto esiste già la prova che questo Consiglio sia capace di farlo.
Sul PUC lo fecero tutti e sedici.
Ancora nel giugno 2026 il Consiglio approvò all’unanimità dei presenti la scelta procedurale che consentiva di portare avanti il nuovo strumento urbanistico.
E nello stesso mese l’intera assise trovò l’unanimità anche sulle modifiche al RUEC relative agli impianti a biogas e biometano.
Dunque non è vero che su tutto esistano due città inconciliabili.
Su singole questioni di grande rilievo l’accordo è stato possibile.
Perché non tentarlo sulla governabilità?
Il PUC non appartiene a chi lo approva
A maggior ragione sul Piano Urbanistico.
Il PUC non appartiene a Paolino.
Non appartiene agli assessori.
Non appartiene all’Ufficio di Piano.
Non appartiene ai tecnici che presentano osservazioni.
Non appartiene ai proprietari.
Appartiene alla città.
Un sindaco governa cinque anni, se riesce a completare il mandato.
Un assessore può essere sostituito domani mattina.
Una maggioranza può dissolversi.
Ma una scelta urbanistica può condizionare un territorio per venti, trenta, cinquant’anni.
Per questo gli oltre trenta quesiti dei professionisti sono utili se servono a migliorare il Piano.
Una proroga può essere utile se consente un confronto più approfondito.
Le verifiche sui possibili conflitti d’interesse sono doverose se servono a garantire imparzialità.
E una crisi politica può persino diventare l’occasione per ricostruire un metodo diverso.
A una condizione:
che alla fine sia riconoscibile l’interesse generale di Capaccio Paestum.
Duemilacinquecento anni fa qualcuno disegnò qui una città della quale ancora oggi il mondo rimane meravigliato.
Nessuno pretende che gli urbanisti e i politici del 2026 riescano a competere con chi progettò Poseidonia.
Ma almeno due cose possiamo pretenderle.
Che quando si ridisegna Capaccio Paestum si pensi alla città che lasceremo a chi verrà dopo di noi.
E che, prima di riconsegnarla ancora una volta a un commissario, sindaco e consiglieri possano guardare negli occhi gli elettori e dire di avere tentato tutto ciò che era politicamente possibile per evitarlo.
Didascalia per la foto anonimizzata
Un momento del confronto tra i professionisti di Capaccio Paestum sul nuovo PUC. Il 3 agosto è stata trasmessa all’Ufficio di Piano una nota contenente oltre trenta richieste di chiarimento e approfondimento urbanistico.
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