Nel 2025 appena 355 mila nascite e un saldo naturale negativo di quasi 300 mila persone. L’immigrazione compensa ormai il deficit demografico, ma davanti alla crisi spagnola il Governo italiano sceglie ancora la strada dell’emergenza e della propaganda
Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini. Un nuovo minimo storico.
Nel 1964, nel pieno del baby boom, ne nascevano più di un milione; nel 1995 erano ancora 526 mila. In poco più di sessant’anni abbiamo perso quasi due terzi delle nascite. Nel 2025, a fronte di 355 mila nati, sono morte 652 mila persone: il saldo naturale è stato negativo per circa 296 mila unità. Nello stesso anno il saldo migratorio con l’estero è stato positivo per altrettante 296 mila persone, compensando quasi esattamente il deficit naturale.
Basterebbero questi numeri per comprendere quale sia una delle vere emergenze nazionali.

E il quadro diventa ancora più significativo se si guarda al contributo delle famiglie immigrate. Nel 2025 un bambino nato in Italia su otto aveva cittadinanza straniera. Nel 2024, considerando anche le coppie miste, il 21,8% dei nuovi nati aveva almeno un genitore straniero.
Non sono più numeri marginali. Sono parte strutturale della demografia italiana.
Così come strutturale è ormai il contributo dei lavoratori stranieri in agricoltura, edilizia, assistenza agli anziani, ristorazione, logistica e in numerosi altri comparti nei quali diventa sempre più difficile reperire manodopera italiana.
Forse questi dati farebbero rabbrividire qualche teorico della “purezza” identitaria, nostalgico di stagioni nelle quali la natalità veniva incoraggiata anche per riempire eserciti destinati poi a lasciare sui campi di battaglia centinaia di migliaia di morti e feriti.
Ma la storia è andata avanti.
E la demografia non si governa con gli slogan.
Se vogliamo che le giovani coppie facciano figli occorrono asili nido, scuole dell’infanzia, tempo pieno, lavoro stabile, abitazioni accessibili e servizi.
Anche su questo l’Italia viaggia a velocità diverse. Nell’anno educativo 2023-2024 i posti disponibili nei servizi per la prima infanzia erano 40,4 ogni cento bambini al Centro, 39,1 nel Nord-Est e 36,6 nel Nord-Ovest; nel Sud la media precipitava al 19%.
Eppure, di fronte a un cedimento demografico di dimensioni storiche, la politica sembra spesso guardare altrove.
Poi arriva Ceuta.
E bastano poche ore perché tutto cambi.
Ceuta trasformata in un comizio

Mario Sánchez Bueno: Panorámica de Ceuta desde el mirador de Isabel II
Ceuta è territorio spagnolo, ma si trova fisicamente in Africa, sulla costa del Marocco, dall’altra parte dello Stretto di Gibilterra.
Chi entra a Ceuta non si ritrova automaticamente libero di attraversare l’Europa. Proprio per la particolare collocazione di Ceuta e Melilla, il Codice frontiere Schengen prevede norme specifiche e mantiene controlli sulle persone che lasciano le due città dirette verso il continente europeo. Lo ha ricordato nelle stesse ore anche la Commissione europea.
Questo non ha impedito a Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini di trasformare immediatamente la crisi in un caso politico italiano.
Prima la minaccia di sospendere Schengen con la Spagna.
Poi la decisione del Governo italiano di reintrodurre per un mese i controlli sui collegamenti aerei e marittimi tra Italia e Spagna, rafforzando contemporaneamente, d’intesa con Parigi, i controlli alla frontiera franco-italiana.
Una misura dal fortissimo valore politico, ma con un rapporto assai meno evidente con ciò che stava realmente accadendo a Ceuta.
Perché un migrante entrato nell’enclave africana, per raggiungere l’Italia, dovrebbe prima lasciare Ceuta superando i controlli, raggiungere la penisola iberica, attraversare la Spagna, oltrepassare i Pirenei, attraversare la Francia e infine arrivare alla frontiera italiana.
La cittadinanza che non c’era

Diego Delso: Fuerte del Sarchal, Ceuta, España, 2015-12-10, DD 45.JPG
Ancora più discutibile è stata la ricostruzione proposta da Antonio Tajani, che ha collegato la crisi di Ceuta alla decisione del Governo Sánchez di concedere, a suo dire, la “cittadinanza spagnola, quindi europea” a centinaia di migliaia di immigrati irregolari.
Ma una regolarizzazione non è una cittadinanza.
Il provvedimento spagnolo riguarda persone già presenti nel Paese e consente, a determinate condizioni, di ottenere un titolo di soggiorno e di lavoro.
Un permesso di soggiorno non equivale a un passaporto spagnolo.
E soprattutto quelle persone non coincidono con le migliaia di giovani che in queste ore hanno attraversato la frontiera marocchina verso Ceuta.
Mettere insieme i due fenomeni serve forse a costruire una narrazione politica semplice. Molto meno a spiegare ciò che sta succedendo.
Quando eravamo noi a chiedere solidarietà
Per anni dall’Italia abbiamo ripetuto all’Europa:
non possiamo essere lasciati soli.
Abbiamo chiesto redistribuzione, cooperazione, responsabilità condivisa, solidarietà europea.
E avevamo ragione.
Perché nessun Paese può affrontare da solo un fenomeno migratorio di dimensione continentale.
Poi la pressione si sposta di 1.500 chilometri.
Tocca alla Spagna.
E quella stessa solidarietà sembra trasformarsi, nel giro di poche ore, in una minaccia.
La contraddizione è ancora più evidente se si considera il ruolo del Marocco.
Nel 2021 Ceuta aveva già vissuto una crisi analoga durante lo scontro diplomatico tra Madrid e Rabat per l’accoglienza in Spagna di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario. Anche allora l’allentamento dei controlli marocchini trasformò migliaia di persone in uno strumento di pressione politica.
Oggi le ragioni precise di quanto sta avvenendo dovranno essere accertate.
Ma resta un fatto: la pressione parte dalla frontiera marocchina.
E l’Europa conosce bene la fragilità di un sistema che affida sempre più spesso a Paesi terzi il compito di bloccare i migranti prima che raggiungano il proprio territorio.
Lo abbiamo fatto con la Turchia.
L’Italia lo ha fatto e continua a farlo con Libia e Tunisia.
Paghiamo, finanziamo e legittimiamo governi esterni affinché controllino le partenze.
Poi ci meravigliamo quando il controllo dei migranti diventa anche uno strumento di pressione diplomatica.
Sánchez risponde con i numeri
Nel pomeriggio è arrivata anche la risposta del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez.
Poche parole e soprattutto numeri.
Sánchez ha ricordato, citando Frontex, che tra il 2021 e il 2026 sono stati registrati 478.600 ingressi irregolari attraverso la rotta italiana, 340.600 attraverso i Balcani occidentali, 259.800 dalla Grecia, 234.760 attraverso la Spagna e 48 mila dalla frontiera orientale.
La frase con cui ha accompagnato quei dati è destinata a pesare nel confronto politico europeo: «La solidarietà e l’empatia sono opzionali»; il rispetto dei trattati e dei dati, ha aggiunto, non lo è.
Il significato è evidente.
Se il numero degli ingressi irregolari fosse davvero il criterio con cui decidere quale Paese costituisce un pericolo per Schengen, l’Italia dovrebbe prima guardarsi allo specchio.
478.600 contro 234.760.
Più del doppio.
Non significa che la crisi di Ceuta non sia grave.
Non significa che la Spagna non debba controllare le proprie frontiere.
Significa soltanto che una crisi europea non può essere affrontata trasformando il Paese che la subisce nel nemico del giorno.
Qual è, allora, la vera emergenza?
Qui torniamo al punto di partenza.
Nel 1964 nascevano in Italia più di un milione di bambini.
Nel 1995 erano 526 mila.
Nel 2025 appena 355 mila.
Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14.
Un Paese che non riesce più a garantire il ricambio generazionale dovrebbe discutere seriamente di famiglia, lavoro, welfare, immigrazione e integrazione.
Dovrebbe domandarsi chi lavorerà nelle imprese, chi assisterà una popolazione sempre più anziana, chi verserà i contributi, chi abiterà i paesi che si stanno svuotando, chi manterrà in piedi scuole e servizi.
Invece, di fronte alla crisi di Ceuta, sono bastate meno di cinque ore per trasformare ancora una volta l’immigrazione in un comizio elettorale.
È molto più facile costruire un nemico che costruire un asilo nido.
Molto più facile alzare una frontiera che mettere una giovane coppia nelle condizioni di avere un figlio.
Molto più facile indicare chi arriva che interrogarsi su chi non nasce più.
I confini possono essere sorvegliati.
Un Paese che si svuota, invece, prima o poi deve decidere chi lo abiterà.
Questo editoriale prende spunto da un intervento di Lorenzo Tosi sulla crisi di Ceuta, del quale sono stati ripresi alcuni argomenti e l’impostazione, integrandoli con verifiche, dati e considerazioni dell’autore.




