La discriminazione verso i collaboratori scolastici è passata dall’essere normativa nel 1974, all’essere culturale oggi. Non è più la legge a considerarli “servi”, è lo sguardo della comunità scolastica che fa fatica a vederli come presidio educativo. Il cambio da “bidello” a “collaboratore scolastico” nel 1994 era un atto di giustizia. Ma la giustizia vera si fa quando quel nome diventa realtà nei fatti, nelle buste paga e nel rispetto quotidiano.
Spesso i collaboratori scolastici si trovano in una posizione di invisibilità, sottovalutati, relegati ai margini della vita scolastica e, in alcuni casi, vittime di discriminazioni ingiuste. Nonostante ciò, rappresentano un pilastro imprescindibile nel funzionamento quotidiano delle scuole: accolgono studenti e famiglie, garantiscono la sorveglianza, assistono docenti e personale amministrativo, sono figure chiave per la sicurezza, l’ordine e l’efficienza degli istituti. La loro assenza si farebbe sentire immediatamente, compromettendo l’intera struttura scolastica. È fondamentale ricordare che il rispetto e il riconoscimento non dovrebbero dipendere dal ruolo ufficiale, ma dal valore reale del contributo che ogni individuo porta alla comunità scolastica. I collaboratori scolastici meritano di essere ascoltati di più, di ricevere un riconoscimento più tangibile e di essere trattati con la dignità che spetta loro di diritto. Valorizzarli non è solo un atto di giustizia nei loro confronti, ma un passo essenziale per rafforzare l’intera scuola e migliorare la qualità dell’ambiente educativo. Con riferimento ai numeri dei collaboratori scolastici in Italia, aggiornati al 2025/26, ricordiamo che l’attuale organico, si costituisce di 131.143 unità a livello nazionale. È l’organico stabile confermato dal Ministero. E’ il numero più elevato rispetto agli Assistenti Amministrativi (46.902), agli Assistenti Tecnici (17.191), ai Cuochi, agli Addetti Agrari, ai Guardarobieri e agli Infermieri (1.322). L’organico dei collaboratori scolastici intanto, in base alla Legge di Bilancio, scenderà a 128.969 unità. E’ stato, infatti, stabilito il severo taglio di ben 2.174 unità. Ricordiamo che la nuova figura di operatore scolastico è un profilo ATA nuovo previsto dal CCNL 2019/21. Non è una figura aggiuntiva, ma si rappresenta il traguardo della progressione di carriera: i collaboratori scolastici potranno passare a operatore tramite mobilità verticale. Questa nuova collocazione sarà individuabile soltanto a partire dal 2026/27. Porterà maggiori responsabilità e un lieve incremento salariale rispetto al collaboratore tradizionale. Attualmente la scuola registra zero unità di operatori. Di fatto, occorre precisare, non aumenterà l’organico complessivo. Nel 2015/2016 i collaboratori scolastici erano 131.114, superavano il numero dei carabinieri che erano circa 104.000. La storia di questa categoria di lavoratori da “bidelli” a figura professionale, è una storia di riscatto lessicale e professionale. Il nome cambia perché cambia il ruolo percepito. Originariamente il “bidello” popolare, anni ‘50-’70, veniva spesso dal mondo contadino o operaio, odorava di terra, entrava nella scuola dello Stato coi calli nelle mani.. La scuola era un “approdo stabile” in un’Italia povera e analfabeta. Erano uomini e donne di poche parole, della pienezza del “si”, dell’assenso certo, garbato, dell’adesione di cuore, con un ruolo apparentemente marginale: aprire i cancelli, pulire, suonare la campanella. Eppure facevano già educazione informale: insegnavano rispetto, ordine e solidarietà senza registro né programma ministeriale. Il termine “bidello” è restato nell’uso comune per decenni. Nel 1974 la svolta giuridica, col D.P.R. 420 del 31 maggio 1974, si determina una prima regolamentazione precisa del personale non docente. Per la prima volta, infatti, lo Stato riconosce che la scuola non funziona solo con gli insegnanti e con i presidi. C’è un mondo silenzioso fatto di figure apparentemente marginali che, invece, assumono una preziosa funzione e risultano indispensabili. Il titolo minimo per fare il CS è il diploma triennale. In Italia i laureati 25-34 anni sono il 31,6%,, contro una media UE del 44,1%. Tra le donne sale al 38,5%. Nel concreto un giovane su tre possiede la laurea. È plausibile che una quota entri nel personale ATA per mancanza di alternative. Certo, per fare il collaboratore scolastico basta il diploma, ma la laurea dà punteggio aggiuntivo nelle graduatorie di III fascia. Molti laureati fanno domanda come CS perché è una porta d’ingresso nella scuola, in attesa di concorsi docenti o altri lavori. Nel 2023/2024 c’erano 53.457 supplenti ATA su 196.500 totali, pari al 22,8%. Le supplenze brevi sono una vera e necessaria calamita per i laureati che non trovano altro. I sindacati ATA stimano che il 15-25% dei collaboratori scolastici oggi abbia una laurea. Nelle grandi città e al Nord la percentuale sale, perché il costo della vita spinge anche i laureati ad accettare il posto fisso statale. Al Sud molti laureati fanno i CS come ripiego in attesa del concorso docenti. Su 131.143 collaboratori scolastici attuali, tra 19.000 e 32.000 laureati svolgono la mansione di “bidello”. Questo succede per il blocco dei concorsi docenti: laurea + 24 CFU non bastano più, serve l’abilitazione. Intanto si lavora come CS. Succede perché 1.200 € al mese sono pochi, ma si rappresenta compenso statale, con malattia, ferie, maternità. Meglio di call center a 500 o 600 €.. Succede perché anni di CS danno punti per graduatorie docenti e altri concorsi ATA. Qui il paradosso. Per svolgere il ruolo di collaboratore scolastico occorre la terza media + qualifica. Nella realtà lo fa anche chi ha laurea in Lettere, Giurisprudenza, Biologia. È una forma di “sovraistruzione” forzata dal mercato del lavoro. La realtà intanto è questa: un collaboratore su cinque è laureato; fra questi “bidelli laureati” uno su tre, come supplente, presta servizio nelle regioni del Nord. È una delle facce della discriminazione, il personale iper-qualificato viene relegato a mansioni esecutive. La discriminazione verso i collaboratori scolastici esiste ed è soprattutto lessicale, culturale e organizzativa. Non è sempre “legale” in senso stretto, ma è reale nella vita di scuola. In primis si tratta di discriminazione lessicale. La categoria ancora porta il peso del nome “bidello”. Il termine “bidello” è rimasto nell’uso comune per un trentennio, dopo essere stato abolito nel 1994. Il termine trovava i suoi natali come entità dispregiativa, dal latino “bedellus”, l’ufficiale giudiziario di basso rango. Oggi suona come diminutivo. Da anni i sindacati chiedono di usare la definizione di “collaboratore scolastico” perché “bidello” è considerato obsoleto e poco rispettoso. Eppure nei corridoi, nelle circolari errate, nell’argomentare dei genitori, resiste. Si tratta di fatto di una vera e propria discriminazione culturale; con atto volontario si nega col lessico comune la dignità professionale riconosciuta dal CCNL. Spesso sentiamo dire “Tanto sei un bidello..”, una dimostrazione netta della discriminazione di ruolo. Intanto questi Signori/e fanno l’educazione invisibile; fanno l’educazione informale, garantiscono la sorveglianza, il primo soccorso, l’accoglienza, ma spesso non sono convocati nei GLI, nei Consigli di Istituto, nella Progettazione, in questi casi sono entità incorporee, assenza . La scuola “è dei docenti”. Loro “aprono e chiudono”. “Loro servono, obbediscono ai comandi”. Si attesta, purtroppo, nel mondo scuola una gerarchia di fatto. Si verifica spesso che Dirigenti o docenti diano ordini impropri: “portami il caffè”, “vai a farmi le fotocopie personali”, “spostami la macchina”… Il CCNL dice che le mansioni sono ausiliarie rispetto a processi amministrativi/didattici, non servizio personale. Ma tutto si svolge su una sottilissima linea, frequentemente nella scuola, è noto a tutti, avvengono taciuti abusi. Dal 2008 in poi i fondi ATA sono stati tagliati. Il lavoro è aumentato, l’organico no. Con la pandemia è esploso: sanificazione, controllo accessi, gestione emergenze. Ma il riconoscimento economico e sociale non è cresciuto. Dal 2026/27 arriveranno altri 2.174 tagli. Un collaboratore scolastico, come accennato, neoassunto non supera i 1.300 € netti. Dopo un lungo percorso, non possiamo dire carriera, dopo 35 anni di servizio, arriva massimo a 1.500 €. Ha le stesse responsabilità di vigilanza su minori di un docente, ma senza indennità, senza scatti dignitosi, senza carriera fino al 2026/27. Tutto ciò però fino al prossimo anno scolastico, quando s’insedierà la figura dell’operatore scolastico. Questi sarà premiato con lieve aumento. Altra discriminazione esplicita si ravvisa fra docenti e il restante personale ATA. La formazione per i docenti è obbligatoria e pagata. Per i CS è autogestita, spesso fuori orario, senza incentivi. In relazione alla sicurezza i CS sono in prima linea su pulizie con prodotti chimici, apertura scuole all’alba, chiusura serale, ma la formazione sicurezza è minima. Concorsi e progressioni restano al palo per i CS. Solo dal 2026/27 si parla di mobilità verticale verso la configurazione dell’operatore scolastico e il funzionario amministrativo. Intanto il CCNL è chiaro: non devono fare servizio personale ai docenti, non devono usare prodotti chimici senza DPI, non devono sostituire docenti nella vigilanza in classe. Nel concreto quotidiano però, per “senso del dovere” o pressione, questi confini saltano. Se esprimono coraggiosamente il loro diniego al comando ingiusto e inopportuno, purtroppo, passano per lavativi e vengono guardati di traverso. Un nome, Francesco Morleo. Un “bidello” moderno sui trenta, pugliese, di Eriche. Un esempio, una dimostrazione. E’ passato da collaboratore scolastico (bidello) a professore di Latino e Greco nello stesso istituto, il Liceo Classico “Minghetti” di Bologna. E’ accaduto nel febbraio di quest’anno. Morleo, laureato in Lettere Classiche, ha ottenuto la cattedra tramite una candidatura spontanea dopo aver lavorato come personale ATA. Dalla provincia di Brindisi, da giovane, si trasferì a Bologna, dove studiò presso l’Alma Mater. Per sbarcare il lunario negli anni ha lavorato come collaboratore scolastico, spesso celando la sua identità, velando il suo titolo di studio ai colleghi. La svolta è avvenuta a seguito del superamento dei necessari concorsi, dopo l’inserimento nelle graduatorie, dopo le pazienti attese. A febbraio 2026, ha ottenuto l’incarico di insegnamento nelle stesse aule che puliva, con le stesse classi che sorvegliava. Si tratta di una supplenza, ma così si comincia. Il Prof.-bidello conosce il greco e il latino, la grammatica e la letteratura, ma sa pure di abnegazione e sacrificio. La sua storia è la tangibile e immediata narrazione del riscatto e della dedizione allo studio e all’insegnamento; è la dimostrazione che il sacrificio e la vera preparazione, anche oggi – malgrado tutto..- premiano, in questo contesto sociale, sempre più vuoto e cupo,sempre più ingiusto e vuoto.(elgr)



