Essere nel Parco non significa esserci allo stesso modo. In alcuni Comuni l’area protetta interessa appena una piccola porzione del territorio, in altri quasi la totalità. Una differenza decisiva quando si confrontano vincoli, opportunità e risultati.
Dire che ottanta Comuni fanno parte del Parco non significa che vi ricadano nello stesso modo.
Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni comprende ottanta Comuni, ma il loro rapporto con l’area protetta è tutt’altro che uniforme.
Ci sono territori comunali che ricadono nel Parco soltanto per una quota minima e altri che ne sono interessati quasi interamente.
Il dato è importante perché permette di distinguere tra una semplice appartenenza amministrativa e una presenza territoriale realmente significativa.

Santa Marina e Casalbuono, per esempio, hanno appena il 3,1% della propria superficie all’interno del Parco. Montesano sulla Marcellana si ferma al 4,8%, Torre Orsaia al 5,8%, Auletta al 6,6%, Giungano all’8,4%.
Poco sopra troviamo Tortorella con il 10%, Capaccio Paestum con il 14,2%, Castel San Lorenzo con il 16,6%, Castelnuovo Cilento e Agropoli con circa il 16,7%, Sicignano degli Alburni con il 19,3%.
All’estremo opposto ci sono molti Comuni nei quali il territorio comunale ricade quasi completamente nel perimetro dell’area protetta.
Questa differenza non può essere ignorata.
Per un Comune con il 3 o il 5% del territorio nel Parco, norme, vincoli e autorizzazioni incidono su una parte relativamente limitata della superficie comunale.
Per un Comune compreso per il 90, 95 o 100%, invece, il rapporto con il Parco interessa praticamente ogni scelta di trasformazione del territorio.
Ed è proprio qui che nasce una delle domande centrali della nostra inchiesta:

i benefici derivanti dall’appartenenza al Parco sono stati proporzionati al peso dei vincoli sopportati?
È una domanda che non può essere risolta con slogan.
Non basta dire che il Parco rappresenta un valore per tutti.
Bisogna verificare se chi ha messo a disposizione quasi tutto il proprio territorio abbia ricevuto anche maggiori opportunità in termini di investimenti, servizi, occupazione, turismo e capacità di contrastare lo spopolamento.
Il dato demografico rende questa verifica ancora più interessante.
Molti dei Comuni più interni e maggiormente compresi nell’area protetta sono anche quelli che hanno perso più residenti negli ultimi vent’anni.
Questo non dimostra che il Parco abbia causato lo spopolamento.
Dimostra però che, dopo oltre trent’anni, è legittimo chiedersi se le politiche dell’area protetta siano riuscite almeno a compensare gli svantaggi strutturali dei territori più esposti.
Per questo, nelle pagine successive, incroceremo la percentuale di territorio nel Parco con popolazione, investimenti, servizi e opere realizzate.
Perché forse la prima vera distinzione da fare non è tra Comuni “dentro” e “fuori” dal Parco.
È tra chi nel Parco ci sta appena e chi nel Parco ci vive quasi interamente.
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