Il grido di dolore lanciato da Vittorio Esposito merita attenzione. Un Paese nel quale i diritti fondamentali cambiano valore a seconda del territorio in cui si vive è un Paese che rischia di compromettere la propria coesione. Il dibattito sull’autonomia differenziata rende questa questione ancora più delicata e sarebbe sbagliato liquidare le preoccupazioni del sindaco di Sanza come l’ennesima lamentazione meridionalista.

Esiste, tuttavia, un aspetto che non può essere ignorato. Esposito non osserva il Vallo di Diano da lontano: è sindaco di Sanza, presidente della Comunità Montana e protagonista da anni della vita politico-amministrativa del territorio. Proprio per questo le sue parole assumono un significato ulteriore. Denunciare le disuguaglianze tra Nord e Sud è necessario, ma lo è altrettanto interrogarsi sulle responsabilità di chi, a livello locale, ha avuto il compito di trasformare le risorse disponibili in opportunità concrete.
Trent’anni di finanziamenti: i soldi sono arrivati
Da oltre trent’anni il Cilento, Vallo di Diano e Alburni sono destinatari di finanziamenti ordinari e straordinari: bilanci dell’Ente Parco, programmi regionali, fondi europei, PIRAP, interventi infrastrutturali, recuperi di edifici, musei, centri visita, incentivi alle imprese e, più recentemente, PNRR.
Non sarebbe corretto sommare indistintamente queste risorse, senza ricostruirne provenienza, destinazione ed eventuali sovrapposizioni. Ma sarebbe altrettanto difficile sostenere che il principale problema del territorio sia stato esclusivamente la mancanza di denaro.
Nei sei esercizi dell’Ente Parco analizzati dalla nostra inchiesta — 2017, 2018, 2020, 2021, 2022 e 2023 — risultano circa 62,8 milioni di euro di entrate accertate. Il primo bando PIRAP 2007-2013 mobilitava circa 9,4 milioni di euro di spesa pubblica, mentre il programma Botteghe Aperte del 2026 prevede circa 1,38 milioni di euro finanziabili per 293 beneficiari, distribuiti in cinquanta Comuni.

Poi ci sono le grandi infrastrutture. La Fondovalle Calore rappresenta un caso emblematico: circa 43 milioni di euro per il primo tratto, progettato nel 1989 e aperto soltanto nel 2022, ai quali si aggiungono circa 50 milioni per il secondo stralcio aggiudicato nel 2026. Quasi cento milioni intorno a un collegamento strategico che, dopo quasi quarant’anni, non è ancora integralmente completato.
Non meno significative sono le vicende degli edifici recuperati. A Piaggine, oltre 2,4 milioni di euro sono stati destinati all’ex Convento dei Cappuccini, pensato per ospitare un Centro studi del Parco, senza che quella funzione si consolidasse secondo il progetto originario. A Laurino, Palazzo Ducale avrebbe dovuto ospitare un centro visita, laboratori e attività permanenti dedicate anche ai siti Natura 2000.
Sono esempi di una questione più ampia: aver recuperato un edificio non significa necessariamente aver restituito al territorio un servizio funzionante, stabile e produttivo.
Abbiamo finanziato opere. Ma abbiamo costruito un sistema?
Sarebbe ingiusto sostenere che tutto sia stato inutile. Le opere esistono, gli edifici sono stati recuperati, alcune infrastrutture realizzate e numerose iniziative economiche finanziate. Ma dopo trent’anni non possiamo continuare a misurare le politiche territoriali esclusivamente attraverso l’ammontare delle somme impegnate o spese.
La domanda decisiva è un’altra: quali risultati abbiamo ottenuto?
Troppo spesso le risorse sembrano essersi disperse in una moltitudine di interventi, ciascuno con una propria logica amministrativa, ma senza una strategia complessiva capace di modificare la traiettoria del territorio. Musei, centri visita, restauri, strade e incentivi alle imprese possono rappresentare strumenti preziosi, ma soltanto quando diventano parti di un sistema economico e sociale coerente.
È come un grande fiume diviso in ottanta rivoli: l’acqua raggiunge molti luoghi, ma perde la forza necessaria a trasformare il paesaggio.
Lo spopolamento è il bilancio più difficile da ignorare

Tra il 2001 e il 2024 gli ottanta Comuni del Parco sono passati da 221.543 a 205.330 residenti, perdendo 16.213 abitanti, pari al 7,3%.
Il dato complessivo nasconde però una frattura ancora più profonda. Mentre i tredici Comuni costieri considerati nella nostra analisi sono cresciuti del 5,1%, i 67 Comuni dell’interno sono passati da 135.822 a 115.233 residenti: 20.589 abitanti in meno, pari al 15,2%.
Alcuni centri registrano perdite drammatiche: Valle dell’Angelo (-43,6%), Roscigno (-42%), Piaggine (-39,1%), Laurino (-38%) e Corleto Monforte (-37%).
Naturalmente sarebbe scorretto attribuire all’Ente Parco la responsabilità dello spopolamento. Le sue cause sono antiche, strutturali e riguardano lavoro, sanità, scuola, trasporti e servizi. Ma proprio per questo è legittimo chiedere se le politiche pubbliche e gli investimenti straordinari abbiano contribuito almeno a rallentare il declino.
I numeri dimostrano che, soprattutto nelle aree interne, la frattura non si è ricomposta. Non provano, da soli, il fallimento di ogni singolo intervento, ma impongono una valutazione complessiva dei risultati.
Le quattro questioni richiamate da Esposito — salute, istruzione, mobilità e lavoro — dovrebbero diventare altrettanti indicatori di questa verifica. Quanto sono migliorati i tempi di accesso agli ospedali? Quante scuole sono state accorpate? Quali collegamenti pubblici sono stati potenziati? Quanti giovani hanno trovato condizioni sufficienti per costruire qui il proprio futuro?
E ancora: quante imprese finanziate sono tuttora operative? Quanti musei e centri visita svolgono stabilmente le funzioni previste? Quanti investimenti hanno generato occupazione duratura?
Non si tratta di domande polemiche, ma di rendicontazione pubblica.
Il grande conto dimenticato: quanto denaro è diventato salario?
C’è poi una questione che meriterebbe di occupare il centro del dibattito sullo sviluppo delle aree interne e che, invece, viene affrontata raramente: quanta parte dei finanziamenti pubblici è arrivata effettivamente a chi ha realizzato le opere con il proprio lavoro?
Di un investimento conosciamo generalmente l’importo a base di gara, il ribasso, l’aggiudicazione, gli stati di avanzamento, le varianti e i compensi professionali. Molto più difficile è ricostruire quanta ricchezza sia stata distribuita attraverso le retribuzioni e, soprattutto, quanta ne sia rimasta nel territorio.
Per comprenderlo bisognerebbe partire da una domanda apparentemente elementare: di cento euro investiti, quanti sono diventati salario per gli operai?
Una parte finanzia progettazione, materiali, attrezzature, mezzi, forniture, spese generali e margini delle imprese. Sono costi fisiologici, necessari alla realizzazione di qualsiasi opera. Ma sarebbe importante conoscere anche la quota destinata alla manodopera, il numero delle giornate lavorative prodotte, la provenienza dei lavoratori e la durata effettiva dell’occupazione.
Perché un investimento pubblico, soprattutto in un territorio economicamente fragile, dovrebbe essere valutato non soltanto in rapporto all’opera realizzata, ma anche al reddito, alle competenze e alle opportunità che riesce a generare.
La normativa prevede controlli sulla regolarità contributiva, sull’applicazione dei contratti e, nei casi previsti, sulla congruità della manodopera. Tuttavia, la regolarità amministrativa non coincide necessariamente con la capacità di distribuire ricchezza, né permette da sola di stabilire quanto valore economico rimanga nelle comunità interessate.
La regolarità sulla carta e quella sostanziale

Esiste inoltre un fenomeno particolarmente insidioso nel mondo del lavoro: quello delle retribuzioni formalmente corrisposte e successivamente restituite, in tutto o in parte, al datore di lavoro.
In questi casi la documentazione può apparire regolare, mentre il lavoratore finisce per percepire meno di quanto dichiarato. È un meccanismo che può accompagnarsi a pressioni e ricatti occupazionali, soprattutto nei contesti nei quali le alternative lavorative sono scarse.
Non abbiamo elementi per affermare che simili pratiche abbiano interessato specificamente i cantieri finanziati nell’area del Parco. Sarebbe scorretto avanzare accuse senza prove. Ma proprio per questo sarebbe opportuno conoscere quali controlli sostanziali siano stati effettuati sui rapporti di lavoro e con quali risultati.
Quanti cantieri sono stati ispezionati? Quanti lavoratori ascoltati direttamente? Quali anomalie, contestazioni o sanzioni sono emerse? Quanto personale impiegato proveniva dai Comuni interessati e quanti rapporti di lavoro sono proseguiti dopo la conclusione degli interventi?
Sono informazioni importanti per capire se la spesa pubblica abbia prodotto soltanto occupazione temporanea oppure abbia contribuito a rafforzare il tessuto economico locale.
Quando i milioni attraversano un territorio senza fermarsi
È uno dei paradossi più significativi delle politiche di sviluppo. Un territorio può ricevere investimenti considerevoli senza registrare un corrispondente miglioramento delle condizioni economiche dei suoi abitanti.
Il finanziamento arriva, si attivano progettazioni, appalti, subappalti e forniture. Le imprese eseguono i lavori e ricevono i pagamenti. Poi il cantiere termina.
Se una parte rilevante delle imprese e delle forniture proviene dall’esterno, se l’occupazione generata è prevalentemente temporanea e se i salari rappresentano una quota contenuta dell’investimento, la ricaduta economica locale può risultare molto inferiore al valore nominale delle risorse impiegate.
Al territorio resta l’opera, certamente. Ma un edificio recuperato non basta a contrastare lo spopolamento se non ospita attività continuative, così come una strada non produce automaticamente sviluppo se non è accompagnata da servizi, imprese e opportunità.
Questo potrebbe contribuire a spiegare perché, nonostante decenni di finanziamenti, tanti paesi continuino a perdere abitanti, scuole, attività commerciali e prospettive.
Le responsabilità non finiscono a Roma
Esposito fa bene a richiamare il Governo e le responsabilità nazionali. Il riequilibrio territoriale richiede politiche strutturali, investimenti e garanzie uniformi nell’accesso ai diritti fondamentali.
Ma sarebbe un errore fermarsi qui.
Esistono responsabilità che appartengono anche alla Regione, agli enti territoriali, alle Comunità montane, all’Ente Parco, alle amministrazioni comunali e alle classi dirigenti che si sono succedute negli ultimi trent’anni.
Non tutte dispongono degli stessi poteri e delle stesse risorse. Non sarebbe corretto attribuire indistintamente a ciascuna le responsabilità dell’intero sistema. Tuttavia, ogni istituzione dovrebbe rendere conto delle decisioni assunte, dei progetti sostenuti, delle occasioni utilizzate e di quelle perdute.
Se chiediamo allo Stato di garantire a chi vive a Sanza le stesse opportunità di chi vive a Milano, dobbiamo chiedere anche a chi ha amministrato il nostro territorio di spiegare che cosa sia stato fatto delle opportunità già ricevute.
Non per celebrare un processo politico, ma per ricostruire un bilancio verificabile.
Da qui potrebbe nascere una grande operazione di trasparenza: trent’anni di Parco, risorse ricevute, opere realizzate, lavoro prodotto e risultati ottenuti.
Comune per Comune, programma per programma, opera per opera. Con una ricognizione pubblica dei finanziamenti, dei soggetti attuatori, delle imprese affidatarie, dei subappalti, dei costi della manodopera, delle retribuzioni complessive, delle giornate lavorative e dei risultati raggiunti rispetto agli obiettivi iniziali.
Non un’altra raccolta celebrativa delle opere finanziate, ma un rendiconto capace di distinguere la spesa effettuata dal valore realmente prodotto.
Il fantasma di Pisacane
C’è una coincidenza storica che rende particolarmente suggestivo il fatto che questo richiamo al riscatto del Mezzogiorno arrivi proprio da Sanza.
È lì che, il 2 luglio 1857, si concluse tragicamente la spedizione di Carlo Pisacane. Un episodio complesso, entrato nella memoria collettiva come simbolo di un tentativo di liberazione che non riuscì a trasformarsi nel riscatto della popolazione alla quale era idealmente destinato.
La storia non si ripete e sarebbe improprio sovrapporre vicende tanto diverse. Resta però una suggestione: anche oggi il rischio è continuare a evocare il riscatto senza domandarci perché tanti strumenti predisposti per realizzarlo abbiano prodotto risultati inferiori alle aspettative.
Il Sud non è una rana
Su questo Vittorio Esposito ha ragione. Il Sud non può rassegnarsi a un progressivo peggioramento delle proprie condizioni, aspettando che le disuguaglianze diventino irreversibili.
Ma non basta denunciare chi alimenta il fuoco. Bisogna anche chiedersi chi avrebbe potuto intervenire, quali strumenti abbia avuto a disposizione e quali risultati abbia conseguito.
Il Mezzogiorno non chiede elemosina né privilegi. Ha diritto a servizi e opportunità adeguati, ma anche a conoscere come siano state impiegate le ingenti risorse pubbliche destinate al suo sviluppo.
E soprattutto ha diritto a sapere chi ne abbia beneficiato realmente.

Perché se un’analisi rigorosa dovesse dimostrare che una parte consistente del valore degli investimenti è rimasta nella filiera degli incarichi, delle imprese, dei subappalti e delle forniture, mentre una quota marginale è diventata reddito stabile per chi vive e lavora in questi territori, avremmo individuato uno dei problemi sui quali intervenire.
Altrimenti continueremo a denunciare gli stessi ospedali lontani, le stesse strade incomplete, le scuole che chiudono e i giovani che partono. E continueremo a stupirci che, nonostante i milioni spesi, i nostri paesi si svuotino.
Forse è arrivato il momento di smettere di misurare lo sviluppo soltanto attraverso i finanziamenti ottenuti e le opere inaugurate.
Cominciamo a misurare quanto di quei finanziamenti sia diventato davvero vita, lavoro e futuro per chi è rimasto.
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