Caro direttore,
mentre sistemavo la biblioteca nel mio studio, ho ritrovato un breve ma attualissimo saggio di Giuseppe Mani, dall’emblematico titolo Quello che il vescovo non deve fare, pubblicato a Monastir, in provincia di Cagliari, nel 2022.
Monsignor Mani, originario di Fiesole, nella sua lunga vita non ha mai nascosto i tratti più marcati della propria personalità. Ha compiuto novant’anni e per decenni è stato al centro dell’attività pastorale a Roma, dove, quando era rettore del Seminario Romano, ebbe modo di frequentare con regolarità Giovanni Paolo II e di instaurare con lui un rapporto di amicizia.

In modo stringato ma efficace, l’autore propone a chi esercita un’autorità nella Chiesa alcune pillole di saggezza. Parte dalla tradizionale convinzione secondo la quale chi comanda dovrebbe essere il migliore di tutti. Ma è davvero possibile scegliere i migliori per affidare loro l’autorità nella Chiesa?
Tra le diverse difficoltà, l’arcivescovo emerito indica la penuria di personalità adeguate, cercando anche di individuarne le cause.
L’antica struttura delle metropolie è stata sostituita dalle regioni ecclesiastiche, spesso modellate sui confini delle regioni civili. Una scelta che, secondo Mani, ha reso più difficile una comunione autentica, riducendola non di rado a un rapporto prevalentemente burocratico.
Per questo propone di reintrodurre una sorta di esame per l’episcopato, come accadeva nei secoli passati, quando prima dell’ordinazione si procedeva a un colloquio di abilitazione. Servirebbe almeno, osserva con la sua consueta franchezza, «a far studiare chi desidera diventare vescovo, e non sono pochi».
La cultura, infatti, non è semplice conoscenza o accumulo di notizie, ma assimilazione. E i fedeli hanno diritto ad ascoltare omelie degne di un uomo che parla a nome di Dio.
Monsignor Mani assume una posizione altrettanto chiara sulla nomina dei parroci per nove anni. Considera questa disposizione praeter legem, ma soprattutto contraria alla vera natura del ministero del parroco, che non può svolgere il proprio ufficio semplicemente ad tempus. Diversamente, si rischia di diventare funzionari e non padri.
I sacerdoti non sono dipendenti del vescovo, ma suoi collaboratori. E il vescovo, senza di loro, non può fare nulla.
Il parroco dovrebbe stare nella propria parrocchia con il desiderio di rimanervi per sempre. A questo proposito il presule cita come caso esemplare don Lorenzo Milani e annota: «Speriamo che si annulli il decreto della CEI sulla nomina dei parroci a nove anni e si ristabilisca per l’Italia la legge canonica».
Nell’analisi delle attuali difficoltà nel rapporto con l’ordinario diocesano, Mani sostiene che molti sacerdoti abbiano paura del proprio vescovo e che, proprio per questo, non riescano ad aiutarlo attraverso il consiglio sincero e la parresia del confronto.
Essere padre, fratello e amico dei presbiteri non è facile, ma è indispensabile.
Molti dei riferimenti contenuti nel saggio sembrano la fotografia di situazioni presenti in numerose diocesi.
L’arcivescovo emerito prosegue affermando che il vescovo non può dispensarsi dallo studio. Altrimenti possono verificarsi situazioni persino imbarazzanti.
Richiama, a questo proposito, l’esperienza del Sinodo sulla famiglia, durante il quale avrebbe riscontrato in alcuni una certa confusione tra coscienza e legge. Radicati in una morale casuistica, costoro non avrebbero aperto la mente e il cuore a una visione personalistica, dimenticando che Dio non sottopone l’uomo a un esame di morale, ma interpella la sua coscienza.
Attraverso di essa lo Spirito Santo, vera legge del cristiano, guida ogni uomo nella vita quotidiana. Per questo l’ordinario non dovrebbe esercitare un potere meramente giuridico, ma innanzitutto pastorale.
Il vescovo deve essere un animatore culturale e rivolgere la prima attenzione ai propri sacerdoti, a cominciare dal seminario, ricordando che ciò che il seminario non riesce a dare difficilmente potrà essere recuperato in seguito.
Non deve temere l’intelligenza di nessuno, ma preoccuparsi di educarla attraverso studi seri e profondi.
I sacerdoti devono essere colti.
Da qui l’auspicio, formulato con la salace chiarezza propria dell’autore, che Dio liberi la Chiesa dai vescovi ignoranti, da coloro che vedono nella cultura un pericolo, quando spesso dietro questa diffidenza si nascondono soltanto invidia e chiusura mentale.
Il vescovo non può dispensarsi dalla preghiera e dall’insegnare a pregare. Non può rinunciare a incontrare le persone. Non può esimersi dall’amare realmente i propri sacerdoti e dal sentirsi, prima di tutto, responsabile della loro vita interiore.
Il suo ruolo non è la neutralità, né la semplice difesa della legge, ma la profezia. E non può dispensarsi dall’avere un cuore umile.
L’autore, che ha avuto la bontà di inviarmi personalmente il saggio, nella lettera di accompagnamento al plico ha precisato che una copia del volume è stata spedita a tutti i vescovi emeriti, per sollecitarne i commenti, e alla quasi totalità dei presuli della CEI, considerando la pubblicazione un contributo al cammino sinodale.
Le riflessioni sono proposte senza nascondere quella verve tutta toscana, fatta di intelligenza, ironia e salace chiarezza.
Forse i vescovi potrebbero rileggere questo agile saggio soprattutto prima di diffondere magniloquenti comunicazioni sull’organizzazione delle diocesi: missive che, per stile ed efficacia pratica, danno talvolta la sensazione di dover essere annoverate tra le grida manzoniane.
lr




