Dove si sono intrecciati i destini di una moltitudine migrante
Tra la baia, l’Opera House e le case degli italiani d’Australia, Sydney diventa un crocevia di incontri e memorie: da Gioi, Piaggine, Laurino e Rofrano fino al Venezuela e all’Australia, storie lontane tornano a ricomporsi dall’altra parte del mondo
Sydney ci appare subito diversa dalle altre città australiane incontrate durante il viaggio.
Grande, aperta, internazionale. Una città che sembra aver imparato da tempo a convivere con il mondo intero e nella quale l’acqua non costituisce un confine, ma penetra nella terra, crea baie, insenature, approdi e continua a ridisegnarne il paesaggio.

Ma per noi Sydney non sarà soprattutto l’Opera House, il porto o i grattacieli.
Sarà ancora una volta una città fatta di persone.
Appena arrivati all’aeroporto, una voce conosciuta rompe l’anonimato della folla:
«Eccoli!»
È Mario Torraca, originario di Gioi, sposato con Maria Di Perna, di Piaggine.
E immediatamente ricomincia quella rete di nomi, paesi, matrimoni e migrazioni che in Australia sembra collegare ogni storia a un’altra.
Mario era arrivato chiamato dal cugino Antonio Ciniello, di Laurino, che aveva sposato Maria Lo Garzo, di Rofrano.

Maria Di Perna, invece, era arrivata con la madre Angelina e con i fratelli Filomena e Carmelo, per ricongiungersi al padre Francesco, che li aveva preceduti tre anni prima, nel 1963.
Bastano pochi minuti e Sydney smette già di essere una città sconosciuta.
Una famiglia dall’altra parte del mondo
A casa di Maria ci aspetta la famiglia Di Perna.
Rumorosa, numerosa, curiosa.
Ed è subito una festa fatta di domande, riconoscimenti, abbracci e baci.
Carmelo si mette ai fornelli mentre noi ci sistemiamo in veranda e proviamo a capire chi sia parente di chi, chi abbia conosciuto chi e dove le nostre vite si siano già incontrate senza che ce ne fossimo resi conto.
È uno degli aspetti più affascinanti di questo viaggio.
Le persone sono partite in epoche differenti, da paesi diversi e seguendo strade completamente autonome.
Poi, dall’altra parte del pianeta, quelle strade tornano a incrociarsi.
La serata finisce come spesso accade ormai in Australia:
con un brindisi e con la promessa di rivedersi presto.
Sydney con il mento rivolto verso l’alto
Il giorno successivo Maria prende ferie per accompagnarci.
Entriamo nella city quasi da turisti diligenti.
Camminiamo spesso con il mento rivolto verso l’alto, cercando di seguire le linee dei palazzi.
Entriamo nell’Opera House.
Ci fermiamo per il lunch.
Entriamo in cattedrale e per qualche minuto lasciamo fuori il rumore della città.
Sydney è spettacolare, certamente.
Ma più la guardiamo, più ci accorgiamo che ciò che ci interessa veramente non sono soltanto i monumenti.
Sono le vite che questa città ha accolto.
Giovanni Scandizzo: prima il Venezuela, poi l’Australia
Il terzo giorno è dedicato a Giovanni Scandizzo, figlio di Filippo.
La sua è una delle storie migratorie più complesse che incontriamo.

Non comincia in Australia.
Comincia in Venezuela.
Il padre, reduce dalla guerra e da anni di prigionia, era emigrato in Sud America in cerca di fortuna. Dopo tre anni chiama con sé i due figli maggiori, Nicola e Giovanni.
A Rofrano restano la madre Antonia Carbone e il fratello Mario.
Con la caduta del regime di Marcos Pérez Jiménez, il padre sceglie di rientrare in Italia.
Nicola e Giovanni, invece, rimangono in Venezuela.
Lavorano come muratori, in un Paese nel quale gli italiani si erano conquistati una reputazione di grandi lavoratori e costruttori.
È impossibile, raccontando quella stagione dell’emigrazione italiana in Venezuela, non pensare anche a figure come Filippo Gagliardi, costruttore legato a Caracas e poi generoso benefattore della sua Montesano sulla Marcellana.
Giovanni resta in Sud America per quattordici anni.
Poi lascia Nicola e ritorna in Italia.
Ma anche questa volta il ritorno non sarà definitivo.
Dalla Svizzera all’Australia
Dopo una breve esperienza in Svizzera, Giovanni decide di tentare una nuova partenza.
Questa volta la destinazione è l’Australia.

Segue il percorso dell’emigrazione assistita e frequenta un corso gratuito d’inglese.
Ed è proprio attraverso un compagno di quel corso che incontra Cristina, una ragazza di origine greca.
Nel giro di sei mesi si sposano.
Nasce Philip, che studia, si laurea in scienze e costruisce la propria carriera nel mondo della scuola fino a diventare vice direttore di un grande istituto superiore di Sydney.
Ancora una volta una generazione emigrata con il lavoro manuale consegna a quella successiva opportunità completamente differenti.
Un incontro che la memoria rende diverso
È con Philip che raggiungiamo Giovanni in una casa di riposo.
Ci riconosce attraverso alcuni nomi e ricorda molte persone del passato, ma non conserva memoria dei nostri due precedenti incontri.
È uno di quei momenti nei quali il viaggio smette improvvisamente di essere leggero.

Per noi gli incontri precedenti esistono.
Sono fotografie, conversazioni, ricordi.
Per lui alcuni di quei tasselli non ci sono più.
Eppure basta pronunciare i nomi giusti perché altri frammenti tornino a galla.
Poi andiamo a casa di Philip.
Ricostruiamo ancora una volta la storia.
Mangiamo.
Parliamo.
E continuiamo fino a sera come se le ore non avessero più importanza.
Dilatare il tempo
Mi sorprende ogni volta questa voglia di continuare a stare insieme.
So bene che molti di loro la mattina dopo dovranno alzarsi presto per andare a lavorare.
Eppure nessuno sembra avere fretta di concludere.
È come se tutti cercassimo di dilatare il tempo, tirandolo fino a quando la stanchezza non diventa più forte della conversazione e il divano comincia ad esercitare la propria irresistibile forza di attrazione.

Forse perché sappiamo che abbiamo a disposizione poche ore per recuperare anni.
E gli anni non entrano facilmente dentro una serata.
Maria e Mario: Piaggine e Gioi a Sydney
Un’altra giornata si chiude a casa di Maria e Mario Torraca.
Lei porta dentro la storia di Piaggine.
Lui quella di Gioi Cilento.
Mario ci racconta di essere stato il primo — e, per quanto ne sa, ancora l’unico — emigrato del suo paese ad aver scelto l’Australia.
Intorno a loro la famiglia si è però allargata.
Figli.
Nipoti.
Fino all’ultima arrivata.
L’atmosfera è allegra e sorprendentemente naturale.
Tutti parlano con tutti.
Per me e Gina è un continuo passaggio di emozioni.
A volte riaffiora una persona conosciuta.
Altre volte un dettaglio colma un vuoto nella memoria.
Poi guardiamo i volti più giovani e proviamo a collocarli dentro alberi genealogici che nel frattempo hanno continuato a mettere rami.
Arrivano anche Maria e Gelsomina di Rofrano.
E si ricomincia.
Una storia ne richiama un’altra.
Un cognome apre una porta.
Una fotografia rimette insieme un pezzo di famiglia.
Una città costruita intorno all’acqua
Il martedì mattina finalmente ci concediamo qualche ora senza appuntamenti.
Possiamo guardare Sydney soltanto come città.
E Sydney sa farsi guardare.
La luce cambia continuamente il colore della baia.
Le insenature penetrano profondamente nella terra quasi volessero portare il mare fino dentro la vita quotidiana di milioni di persone.
Penso a quante di quelle persone siano arrivate qui proprio cercando la pace e la fortuna che la terra natale non era riuscita a garantire.
Sydney è anche questo.
Un immenso porto umano.
Darling Harbour e una città che funziona
A Darling Harbour la città mostra una delle sue facce più moderne.
Gli spazi sono stati trasformati senza recidere il rapporto con l’acqua.
Percorsi pedonali, ponti, trasporto pubblico, ferrovia, navigazione, alberghi, ristoranti e grandi edifici convivono dentro una rete che appare pensata per far muovere le persone.
È questo che mi colpisce più della spettacolarità.
Il funzionamento.
I diversi sistemi sembrano integrarsi invece di sovrapporsi inutilmente.
Terra, ferro e acqua vengono utilizzati per raggiungere parti differenti della stessa metropoli.
Ponti.
Passerelle.
Ferry.
Treni.
Percorsi pedonali.
Tutto sembra concorrere a un unico obiettivo: permettere alla città di muoversi.
Ed è inevitabile il confronto con le nostre latitudini, dove troppe volte si spendono risorse per moltiplicare opere senza riuscire a costruire un sistema.

Rosa Di Perna, trentasei ore per cominciare una nuova vita
Il pomeriggio ci porta a casa di Rosa Di Perna, originaria di Piaggine.
Anche la sua è una storia che merita di essere raccontata da sola.
Rosa parte senza famiglia.
Prima segue a Roma un corso di preparazione.
Poi prende l’aereo per l’Australia.
Il viaggio dura trentasei ore, distribuite attraverso quattro scali.
Ad aspettarla c’è un’amica arrivata pochi mesi prima.
Rosa è destinata a lavorare come donna di servizio presso una famiglia australiana.
La prima famiglia la manda via praticamente subito.
La seconda, invece, non vorrebbe più lasciarla andare.
Poi, un giorno, a una fermata dell’autobus, incontra l’uomo che cambierà la sua vita.
È toscano.
Si sposano.
Rimangono insieme per cinquantadue anni.
Arrivano figli e nipoti.
Oggi Rosa vive ancora nella propria casa e i nipoti si alternano per farle compagnia.
Un incontro a una fermata dell’autobus.
Cinquantadue anni insieme.
A volte un’intera esistenza cambia mentre si aspetta che passi un mezzo pubblico.
Gli gnocchi alla romana dell’ultima sera
Per l’ultima sera torniamo da Maria Di Perna, che durante il soggiorno è diventata contemporaneamente guida, autista, assistente e compagna di viaggio.
Abbiamo deciso di salutare tutti preparando gnocchi alla romana.
Gina, fin dalla mattina, con Maria e Filomena ha preparato l’impasto.
Carmelo governa il forno e la temperatura.
Ancora una volta siamo tutti intorno a una tavola.
Quasi tutti i nostri incontri australiani sembrano finire così.
Probabilmente non è un caso.
Le famiglie italiane hanno portato dall’altra parte del mondo molte cose.
Tra queste, certamente, l’idea che la tavola sia il posto migliore dove ricostruire una comunità.
Alla fine arriva un gigantesco arrivederci.
Non un addio.
Una signora che non ha bisogno di trucco
La mattina seguente Maria ci accompagna ancora una volta all’aeroporto.
Ci aspetta il volo per Melbourne, dove chiuderemo il cerchio di questa avventura australiana.
Lasciando Sydney, cerco una definizione.
Alla fine me ne viene una soltanto.
Sydney è una bella signora.
Una di quelle che non hanno bisogno di truccarsi eccessivamente per attirare lo sguardo.
Ha l’acqua.
La luce.
I ponti.
L’Opera House.
I grattacieli.
La vitalità di una metropoli.
Ma per noi avrà soprattutto i volti delle persone incontrate.
Mario, Maria, Carmelo, Giovanni, Philip, Rosa e tutti gli altri.
Sydney ci ha mostrato come un luogo possa diventare il punto di arrivo di traiettorie partite da Gioi, Piaggine, Laurino, Rofrano, dalla Toscana, dalla Grecia, dal Venezuela e da chissà quanti altri angoli del mondo.
Una moltitudine di destini che qui si sono incrociati, adattati e infine messi radici.
Prima di partire guardo Gina.
Per la prima volta dall’inizio del viaggio, dopo aver attraversato alcune delle città più importanti dell’Australia, ho una sensazione precisa.
Questa volta l’arrivederci non somiglia affatto a un addio.
Ho l’impressione che torneremo.
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