Arrivato in Australia tredici anni fa con un Working Holiday Visa, ha attraversato il Queensland e Melbourne prima di fermarsi a Sydney. Dalla ristorazione alla scelta imprenditoriale, poi il matrimonio con Adriana e la nascita di Raffaele. Una nuova vita costruita lontano dall’Italia senza perdere il legame con Napoli
Quando incontriamo Antonio Viscovo, la sua storia racconta un’emigrazione molto diversa da quella dei nostri nonni.
Non ci sono navi che impiegano un mese ad attraversare l’Oceano, né famiglie divise per anni in attesa del ricongiungimento.
C’è invece un giovane che parte per fare un’esperienza.

E che, quasi senza programmarlo, finisce per costruire dall’altra parte del mondo la propria vita.
Antonio è originario di Napoli ed è arrivato in Australia circa tredici anni fa.
«Sono arrivato tramite un amico di Milano, Roberto, che era stato qui per fare un’esperienza. Io sono venuto con lui, ma poi lui è tornato in Italia e io sono rimasto».
A volte le grandi svolte cominciano proprio così.
Con un viaggio che dovrebbe essere temporaneo.
Un anno per vedere cosa succede
Antonio arriva con un Working Holiday Visa, il visto che consente ai giovani di soggiornare in Australia lavorando per un periodo determinato.
L’idea iniziale non è stabilirsi.
È conoscere il Paese.
Fare esperienza.
Capire.
«Sono arrivato con un Working Holiday Visa, un visto che ti permette di lavorare per un anno. All’inizio ho viaggiato molto: sono stato nel Queensland, poi a Melbourne, e alla fine sono arrivato a Sydney».
L’Australia diventa così prima di tutto un territorio da attraversare.
Nord, sud, grandi città.
Poi arriva Sydney.
Ed è lì che il viaggio comincia lentamente a trasformarsi in permanenza.
La lingua e il primo lavoro
Come per molti giovani che arrivano senza una rete già costruita, i primi tempi non sono semplici.
«Non è stato facile trovare lavoro, sia per la lingua, sia perché non ero australiano».
Sono difficoltà diverse da quelle affrontate dagli emigrati degli anni Cinquanta e Sessanta, ma il primo ostacolo rimane spesso lo stesso:
farsi capire e trovare qualcuno disposto a darti la prima possibilità.
Antonio quella possibilità la trova nella ristorazione.
Un settore che, per tanti italiani all’estero, continua a rappresentare una porta d’ingresso importante nel mondo del lavoro.
«Ho sempre lavorato nei ristoranti. Per molti anni ho fatto il manager».

Non più soltanto servire ai tavoli o stare in cucina.
Gestire persone, turni, clienti, organizzazione.
Imparare come funziona un locale.
Accumularne l’esperienza.
Fino a quando arriva il momento di fare il passo successivo.
Da dipendente a imprenditore
Dopo anni trascorsi nella ristorazione Antonio decide di aprire un’attività propria.
«Un giorno abbiamo deciso di aprire il nostro ristorante pizzeria».
Il locale si trova a Sydney e porta il nome di Trovarsi Mania.
«Lo abbiamo aperto quattro anni fa. Non mi posso lamentare, lavoriamo bene».
Una frase semplice, quasi prudente.
Ma quattro anni di attività in una città competitiva come Sydney rappresentano già un risultato importante.
La clientela racconta anche la composizione della città.
«Vengono molti italiani, ma anche tanti italo-australiani e ragazzi italiani che arrivano qui per lavorare o fare un’esperienza».
Così il ristorante non è soltanto un’attività economica.
Diventa anche un piccolo punto di incontro tra generazioni diverse dell’emigrazione italiana.
Quella storica.
Quella nata in Australia.
E quella nuova dei ragazzi che arrivano con uno zaino, un visto temporaneo e la stessa domanda che Antonio si era posto tredici anni prima:
restare o tornare?
Adriana e Raffaele: Sydney diventa casa
Nel frattempo cambia anche la vita personale.
Antonio incontra Adriana.
La loro relazione dura già da diversi anni quando, due anni fa, decidono di sposarsi.
Poi nasce Raffaele.
A quel punto Sydney non è più soltanto la città dove Antonio lavora.
È il luogo nel quale ha costruito la propria famiglia.
Anche la situazione legata alla permanenza in Australia diventa progressivamente più stabile.
Quello che era cominciato con un visto per un’esperienza di un anno si è trasformato, passo dopo passo, in una vita.
E forse è questa la caratteristica più evidente delle migrazioni contemporanee.
Spesso non esiste un momento preciso nel quale si decide:
resterò per sempre.
Si rimane un anno.
Poi un altro.
Arriva un lavoro migliore.
Un progetto.
Una relazione.
Una famiglia.
E un giorno ci si accorge che il luogo nel quale si era arrivati da stranieri è diventato casa.
Ma Napoli rimane Napoli
Tredici anni, però, non cancellano le origini.
Antonio torna spesso in Italia.
«Torno per trovare la famiglia».
Quando gli chiediamo se ormai immagini il proprio futuro definitivamente in Australia, non dà una risposta assoluta.
Dice semplicemente:
«Mai dire mai nella vita. Magari un giorno torneremo».
È una risposta che appartiene a molti emigrati.
Perché tra il luogo nel quale hai costruito la tua vita e quello dal quale sei partito raramente esiste una scelta completamente definitiva.
Ci sono affetti da entrambe le parti.
Abitudini.
Lavoro.
Famiglia.
Amici.
E quando gli chiediamo cosa gli manchi davvero dell’Italia, la risposta arriva subito:
«Mi mancano gli amici. Le radici sono sempre lì».
Una distanza diversa da quella dei nostri emigrati
La storia di Antonio è interessante anche perché permette di misurare quanto sia cambiato il significato della parola emigrazione.
Per Filippo, Tony, Elvira e tanti altri protagonisti delle storie che abbiamo raccolto in Australia, partire significava spesso separarsi dall’Italia per anni.
Il viaggio era lungo.
Telefonare costava.
Tornare richiedeva tempo e denaro.
Oggi un giovane può salire su un aereo, mantenere ogni giorno i rapporti attraverso il telefono, tornare periodicamente e vivere con una dimensione quasi permanente tra due Paesi.
Eppure una cosa non sembra essere cambiata.
Il bisogno di sapere da dove si viene.
Antonio ha costruito il proprio presente a Sydney.
Ma Napoli continua a essere il luogo delle origini.
Non necessariamente quello nel quale tornerà a vivere.
Ma quello che continua a riconoscere come parte di sé.
Da Napoli al Cilento
Prima di salutarci proviamo ad allargare quella geografia italiana.
Gli lanciamo un invito:
quando tornerà in Italia, scendere anche nel Cilento.
Magari fino a Piaggine, attraversando un territorio nel quale mare e montagna stanno a pochi chilometri di distanza.
Antonio sorride.
«Non ci sono mai stato, ma torneremo a trovare gli amici».
È una promessa leggera.
Ma le storie di viaggio cominciano spesso proprio con una frase detta quasi per caso.
Come quella di tredici anni fa, quando Antonio partì dall’Italia insieme all’amico Roberto pensando probabilmente di vivere soltanto un’esperienza.
Roberto tornò.
Antonio rimase.
Oggi a Sydney ha un ristorante, una moglie, un figlio e una vita costruita giorno dopo giorno.
Ma quando parla dell’Italia continua a utilizzare una parola che non ha bisogno di spiegazioni:
radici.
Perché si può cambiare continente.
Si può imparare un’altra lingua.
Si può costruire un’impresa e una nuova famiglia.
Si può perfino non sapere ancora dove si vivrà tra dieci anni.
Ma ci sono cose che la distanza non modifica.
La vita cambia. Le radici restano.
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