Ci siamo incontrati appena due o tre volte in tanti anni. Come è accaduto con tanti compagni di scuola, di seminario, di studi e di lavoro, la vita ci aveva portati lontano. Poi arriva un momento in cui comprendiamo che gli amici incontrati da adulti, per quanto importanti, non possono sostituire quelli che hanno contribuito a fondare ciò che siamo diventati.

Gianpietro Coccaro era un coetaneo. Uno di quelli che, come tanti di noi, a un certo punto della vita lasciò quella valle del Calore che sembrava delimitare il mondo conosciuto per andare incontro a un’altra dimensione.
La laurea all’ISEF di Napoli gli aprì il varco.
Oltre c’era quella pianura che avevamo imparato a riconoscere sulle cartine geografiche e che avevamo immaginato attraverso i racconti e la storia. Per noi ragazzi cresciuti tra le montagne del Cilento partire significava anche questo: misurarsi con un mondo che fino ad allora avevamo soprattutto immaginato.
Con Gianpietro eravamo anche parenti per parte dei nonni. Le nostre case erano aperte l’una all’altra, come accadeva normalmente nei piccoli paesi, quando i legami familiari e di amicizia non avevano bisogno di essere programmati.
Erano semplicemente parte della vita.

Poi diventammo rivoli di una stessa umanità che risaliva la penisola andando incontro a un futuro che ci sarebbe stato, speravamo, amico.
Abbiamo costruito famiglie, messo al mondo figli, cercato attraverso il lavoro una stabilità economica. Abbiamo imparato a convivere con realtà diverse dalle nostre, incontrato altre culture, costruito da adulti nuove amicizie.
E con Gianpietro, in tutti questi anni, ci siamo incrociati forse due o tre volte a Piaggine.
Poco, se si pensa a quanto erano state vicine le nostre vite all’inizio.
Ma non è accaduto soltanto con lui.
È successo con una miriade di compagni di scuola, di seminario, di studi e di lavoro. Persone con le quali avevamo condiviso giornate intere, case, tavole, strade, attese, sogni e che poi la vita ha disseminato lontano.
Nei piccoli borghi quei rapporti erano ordinari nella loro unicità.
Non ci rendevamo conto di quanto fossero preziosi proprio perché ci sembravano naturali. Ci si incontrava senza appuntamento. Le case erano aperte. Si cresceva dentro una trama di parentele, amicizie, conoscenze e consuetudini che sembrava destinata a durare per sempre.
Poi siamo partiti.
Ognuno ha imboccato la propria strada.
Per lungo tempo ho pensato che fosse soltanto il corso naturale della vita. Che io, come gli altri, potessimo fare a meno di quei rapporti senza troppi rimpianti.
Dopotutto avevamo costruito altro.
E quell’altro è stato vero, importante, spesso bellissimo.
I nuovi amici sono stati essenziali per la vita vissuta. Hanno condiviso con noi il lavoro, le difficoltà, le gioie, la crescita dei figli, le scelte, le sconfitte e le ripartenze.
Eppure, a un certo punto, magari improvvisamente e forse anche troppo tardi, ci si accorge che non potevano sostituire completamente gli altri.
Perché ci sono amici che accompagnano la nostra vita e altri che, prima ancora, hanno contribuito a fondarla.
Gli amici della giovinezza appartengono al tempo nel quale ancora non eravamo diventati ciò che saremmo stati. Ci hanno conosciuti prima delle professioni, dei ruoli, delle responsabilità, delle famiglie che avremmo costruito.
Conservano una versione di noi che nessun incontro successivo potrà conoscere allo stesso modo.
Forse è questo che comprendiamo soltanto tardi.
La dispersione di quella comunità non ci ha sottratto soltanto persone con le quali trascorrere del tempo. Ha tolto spazio alla vita di ognuno di noi.
E ce ne rendiamo conto soprattutto quando uno di quei fili, rimasto sottile ma mai completamente spezzato, improvvisamente non può più essere riannodato.
La morte di Gianpietro mi restituisce anche questo pensiero.
Non il rimpianto per un rapporto che negli ultimi decenni, nei fatti, è stato sporadico. Ma la consapevolezza di quanto abbia contato quello che c’era stato prima.
Nel frattempo Gianpietro aveva costruito la sua vita.
Lina, sua moglie, Martina, sua figlia, il lavoro, gli incontri, gli amici, gli anni trascorsi lontano dal paese.
La vita, per molto tempo, aveva mantenuto le sue promesse.
Poi il tempo bello, a un certo punto, ha cominciato a diventare burrascoso.
Gianpietro ha ingaggiato la sua battaglia contro un destino avverso con decisione e determinazione. E soprattutto non l’ha combattuta da solo.
Lina e Martina sono state accanto a lui. Molto spesso, probabilmente, anche qualche passo avanti, ad aprire la strada quando quella strada diventava più difficile da percorrere.
Ora il viaggio che riporterà Gianpietro a Piaggine sarà inevitabilmente anche un viaggio a ritroso.
Verso il luogo dal quale tutto era cominciato.
Un viaggio che ripercorre idealmente gli anni trascorsi con Lina, la famiglia costruita, le amicizie, il lavoro, le partenze e i ritorni, tutto ciò che ha riempito lo spazio compreso tra quel giovane che lasciava la valle del Calore e l’uomo che oggi vi fa ritorno.
Sarà soprattutto Lina a conservare i fotogrammi di quel lungo viaggio fatto insieme.
Gianpietro ha deposto le armi, stremato da una guerra combattuta lungamente.
Ora potrà concedersi l’eterno riposo nella terra che lo vide nascere.
A chi resta, e piange una perdita che non prevede passi indietro, rimane la speranza cristiana del ricongiungimento con i genitori che lo hanno preceduto e con quanti hanno già attraversato quello spazio misterioso che separa la vita da ciò che viene dopo.
La speranza di potersi, un giorno, riunire.
E questa volta per sempre.
Noi continueremo invece a camminare in questa nostra «valle di umana dimensione».
E avremo un compito molto più semplice della battaglia affrontata da Gianpietro: non dimenticare.
Non dimenticare la sua gioia di vivere, i momenti felici trascorsi in famiglia, ciò che ha costruito e l’abbraccio dei tanti amici incontrati lungo la strada.
Ma forse anche ricordarci, attraverso di lui, di tutti quelli che abbiamo lasciato indietro senza renderci conto di quanto spazio occupassero dentro di noi.
Perché quando torniamo a Piaggine, forse, continuiamo inconsapevolmente a cercare le persone di allora.
Cerchiamo loro.
Ma attraverso loro cerchiamo anche una parte di noi stessi.
Forse è anche per questo che il recente incontro di Piaggine dedicato agli ex alunni dell’Istituto Magistrale Roselli ha avuto un significato che andava oltre la semplice rimpatriata. Ritrovarsi dopo tanti anni, riconoscersi nei volti cambiati dal tempo, ricordare professori, compagni, episodi, recuperare fotografie e documenti significava provare a ricucire proprio quei legami che la vita aveva progressivamente allentato.
Non era soltanto nostalgia per una scuola che non c’è più.
Era il bisogno, diventato improvvisamente evidente, di tornare per qualche ora dentro una parte della propria esistenza che avevamo creduto di poter lasciare alle spalle senza perdere troppo.
Quell’incontro nasceva per salvare la memoria di una scuola che aveva cambiato il destino di tanti giovani dell’Alto Cilento, ma finiva inevitabilmente per fare anche altro: restituiva ciascuno agli altri e, attraverso gli altri, a se stesso.
Alcune partenze interrompono una presenza.
Non necessariamente un legame.
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