Qui il Cilento che ha attraversato i mari continua a riconoscersi
Melbourne, adagiata sulla sua grande baia, costellata di luci che la sera sembrano confondersi con un firmamento vicinissimo alla vita quotidiana, non ti fa sentire estraneo.
Nella capitale dello Stato di Victoria, io e Gina siamo arrivati il 13 gennaio e dallo stesso aeroporto siamo ripartiti il 1° marzo. Melbourne è stata l’inizio e la conclusione del nostro viaggio australiano, ma soprattutto il luogo nel quale abbiamo ritrovato una parte della nostra storia familiare e di quella grande diaspora cilentana che qui, dopo generazioni, continua a riconoscersi.

Abbiamo trascorso la prima e l’ultima settimana ospiti di zia Maria e zio Filippo: lei calabrese, lui cilentano.
Sono stati così premurosi da farci tornare quasi bambini messi sotto tutela. A casa, quando uscivamo per andare in città, quando avevamo un appuntamento. A loro era affidata buona parte della regia del nostro soggiorno e soprattutto l’“agenda” dei cilentani da incontrare e intervistare.
Ed è proprio da casa loro che conviene partire per raccontare Melbourne.
Filippo, da Rofrano alla Francia e poi all’Australia
Filippo Scandizzo parte da Rofrano sulla scia della sorella Maria, che aveva già raggiunto l’Australia dopo il matrimonio per procura con Emilio De Marco.

A diciotto anni avrebbe voluto fare il carabiniere, ma il padre Giovanni lo trattiene in paese. Un altro figlio era già partito per la Germania e c’era bisogno anche di Filippo per portare avanti il lavoro con i buoi da “vualano”, il bovaro, con il quale Giovanni sosteneva la moglie Antonia e la numerosa famiglia.
Appena può, Filippo cerca altrove il proprio futuro.
Prima la Francia, dove rimane pochi mesi.
Poi la chiamata della sorella dall’Australia.
Ed è lì che la sua vita cambia definitivamente.
Maria, dalla Calabria a Melbourne
Anche Maria ha attraversato il mondo giovanissima.
Arriva dalla Calabria con il padre, a quattordici anni, seguendo uno zio che l’aveva preceduta. Due anni più tardi arrivano anche la madre e la sorella.
La famiglia, però, non rimarrà unita a lungo.
La madre e la sorella rientrano in Italia. Maria resta con il padre, ma ancora per poco.
Saranno Maria Scandizzo ed Emilio De Marco ad accompagnare Filippo nella casa dello zio della giovane calabrese.
Lì Filippo e Maria si incontrano.
Si conoscono.
Nel giro di sei mesi si sposano.
Il padre di lei tornerà a Gizzeria. Maria, invece, resterà in Australia accanto all’uomo che ha scelto per condividere la propria vita.
Lavoro, figli, case: costruirsi una vita
Filippo trova occupazione in una fabbrica di materassi.
Quello che comincia come un lavoro diventerà il mestiere della sua vita. Crescono mansioni e responsabilità e rimarrà nell’azienda fino a sessantotto anni.
Maria comincia anch’essa in fabbrica, poi interrompe il lavoro per crescere i figli, John e Tom, e successivamente ritorna a lavorare fino alla pensione.
È il percorso di tante famiglie italiane emigrate in Australia.
Prima il lavoro.

Poi una casa.
Poi una casa migliore.
Poi, quando gli anni e i sacrifici lo consentono, qualcosa in più.
Dopo la terza abitazione — quella nella quale oggi ci ospitano — Filippo e Maria acquistano anche una casa al mare.
Non sono ricchezze cadute dal cielo.
Sono i gradini di una lunga ascesa costruita lavorando.
Due case, due orti e due paesi nel cuore
Filippo e Maria tornano frequentemente in Italia e vi rimangono a lungo, dividendosi tra Rofrano e Gizzeria.
A Melbourne, intanto, continuano a occuparsi delle loro due case, entrambe con un orto capace di riempire buona parte delle giornate.
Ma la loro vera specialità è un’altra:
tenere insieme le persone.
Fratelli, sorelle, nipoti, cognati, amici.
Due comunità di provenienza, quella calabrese e quella cilentana, hanno intrecciato nel tempo relazioni e famiglie anche grazie alla loro capacità di mantenere vivi i rapporti.

La loro casa non è soltanto un’abitazione.
È quasi una piccola centrale operativa della memoria.
I “Tudisco” di Rofrano attraversano l’Oceano
Dopo Maria e Filippo, dall’area familiare di Rofrano raggiungono l’Australia Giovanni, Angelo, Toni, Demetrio e Amelia.
A Rofrano quella famiglia era conosciuta come i “Tudisco”, figli di Giovanni e Antonia.
Giovanni padre è rimasto sepolto nel cimitero del paese.
Antonia arriverà invece in Australia dopo la morte del marito, che in vita non aveva mai voluto attraversare gli oceani.
Una parte della famiglia finirà persino in Argentina.
È la fotografia di una generazione nella quale i componenti dello stesso nucleo potevano ritrovarsi distribuiti tra Europa, America Latina e Australia.
Maria ed Emilio, un matrimonio per procura
La storia di Maria Scandizzo ed Emilio De Marco merita un posto particolare.
Emilio era arrivato in Australia nel 1952, chiamato dallo zio Antonio De Marco, uno dei primi rofranesi stabilitisi nel continente dopo essere stato prigioniero di guerra.
Maria lo raggiunge dopo un matrimonio celebrato per procura.
Avranno quattro figli: Vincenzo, Caterina, Antonella e Lory.
Emilio lavora inizialmente nella canna da zucchero, poi entra nelle ferrovie.
Maria passa invece attraverso il lavoro nelle fattorie.
Ancora una volta il copione è quello dell’emigrazione italiana del Novecento: partire, lavorare, mettere su famiglia, costruire una casa e consegnare ai figli una condizione migliore di quella dalla quale si era partiti.

Toni, il viaggio come inquietudine
Toni arriva a Melbourne chiamato da Filippo e Maria.
Trova lavoro, amici e un mondo nel quale sembra non volersi fermare mai.
È inquieto.
Viaggia.
Si sposta fino a Sydney.
Poi decide perfino di tornare a Rofrano pensando di potervi restare.
Ma la realtà economica del piccolo paese lo convince che il futuro, almeno per lui, è altrove.
Sposa Elvira, cresciuta nell’orfanotrofio di Atena Lucana, e con lei riparte per Melbourne.
Prima costruisce casa insieme al fratello Angelo.
Poi una tutta per sé e per Elvira.
Arrivano tre figli e cinque nipoti.
Oggi vivono in una farm che comincia quasi a essere raggiunta dalla città che avanza.
La campagna australiana nella quale avevano costruito il proprio spazio viene lentamente circondata dalla metropoli.
Demetrio e Concetta
Poi arriva Demetrio, giovanissimo.
Va a vivere da Filippo e Maria.
È attraverso di loro che conosce Concetta.
Il loro sarà un fidanzamento non semplice, ma alla fine si sposano e costruiscono la propria famiglia.
Nascono due figli, Joey e Jonny, che a loro volta porteranno avanti la storia familiare fino alla generazione dei nipoti.
Anche qui la distanza dall’Italia non cancella Rofrano.
Il paese continua a vivere nei racconti di famiglia, nei ritorni, nei nomi e nelle fotografie.

Amelia, l’ultima a partire
Amelia è la più giovane.
Era rimasta a Rofrano per aiutare i genitori.
A diciassette anni parte con Toni ed Elvira per il nuovo mondo.
In Australia conosce Sabino, arrivato da Sanza dopo essere stato chiamato dal fratello.
Passano appena sei mesi e si sposano.
Avranno tre figli: Antonella, Adriano e Roberto, ai quali seguiranno diversi nipoti.
Rofrano e Sanza si incontrano così a migliaia di chilometri dal Cilento.
È un fenomeno che ritroviamo continuamente durante questo viaggio: persone partite da paesi distanti pochi chilometri che finiscono per incontrarsi e mettere su famiglia dall’altra parte del pianeta.
La Madonna di Costantinopoli arriva fino a Melbourne
La comunità rofranese a Melbourne è numerosa e organizzata.
Tra le persone che ne hanno mantenuto viva l’identità c’è Biagio Mazzeo, insieme a Toni Lettieri e Giovanni Losinno.
Ogni anno viene celebrata la festa della Madonna di Costantinopoli, patrona di Rofrano.
La ricorrenza australiana segue quella del paese d’origine: il sabato successivo all’8 settembre, la comunità si ritrova anche a Melbourne.
È difficile immaginare un simbolo più concreto della capacità delle comunità emigrate di trasportare con sé un pezzo del paese.
Non soltanto la lingua.
Non soltanto il cibo.
Anche la devozione.
La festa.
Il calendario stesso della comunità.
Biagio Mazzeo: dal desiderio di tornare all’impresa
Anche la storia di Biagio Mazzeo comincia giovanissimo.
Arriva in Australia poco più che diciottenne e viene ospitato dallo zio Emilio De Marco.
I primi mesi sono difficili.
Il lavoro non gli piace.
La nostalgia si fa sentire.
Pensa perfino di tornare a casa.
Poi trova occupazione in un garage-officina meccanica.
È la svolta.
Da quel momento comincia una lunga crescita professionale ed economica.

Chiama in Australia il fratello Alfredo, poi il resto della famiglia.
Sposa Antonietta, figlia di Nicola Cetrola, e insieme costruiscono un’impresa che arriverà a dare lavoro a oltre cinquanta dipendenti.
Biagio conserva anche due grandi passioni: le auto sportive e il volo.
Con Alfredo acquista e assembla perfino un aeromobile a quattro posti.
Ed è proprio su quell’aereo che abbiamo avuto la possibilità di osservare dall’alto la splendida baia di Melbourne.
Un ragazzo che aveva pensato di tornare a Rofrano dopo pochi mesi finisce così per sorvolare la propria città australiana su un velivolo costruito anche con le proprie mani.
Tony e Michele Lettieri, dalle costruzioni ai cento milioni
Un’altra storia di straordinaria ascesa è quella dei fratelli Tony e Michele Lettieri.
Arrivano a Melbourne alla fine degli anni Sessanta, dopo una breve esperienza come camerieri in Svizzera.
In Australia imboccano la strada dell’imprenditoria nel settore delle costruzioni.
Prima abitazioni.
Poi capannoni industriali.
Infine i prefabbricati.
Nel momento di maggiore espansione la loro azienda arriverà a fatturare oltre cento milioni di dollari.
Numeri enormi, soprattutto se messi accanto al punto di partenza di due giovani emigrati dall’Italia.
Professionisti figli dell’emigrazione
La crescita sociale della comunità non si misura soltanto con fabbriche e imprese.
Nello Stato di Victoria incontriamo anche professionisti ormai pienamente inseriti nella società australiana.
Tre avvocati, per esempio:
Giuseppe Mazzeo, Greg Isolani e Jessi Vermiglio.
Ognuno nel proprio campo ha costruito una carriera che racconta un ulteriore passaggio generazionale.
I padri e i nonni arrivavano per lavorare nelle ferrovie, nei campi, nelle fabbriche e nei cantieri.
I figli e i nipoti diventano avvocati, professionisti, imprenditori.
Non perché il lavoro manuale valesse meno.
Ma perché il sacrificio della prima generazione aveva aperto possibilità che prima non esistevano.
Felitto, Roccadaspide, Piaggine: Melbourne diventa Cilento
E la geografia cilentana continua ad allargarsi.
C’è Lucia Viola di Felitto, con una storia segnata da un destino durissimo e dalla capacità di reagire.
Ci sono i fratelli Vittorio e Antonio Francione, con Angelina e Carmela, che hanno costruito la loro storia lontano da Roccadaspide.
C’è Livia Albanese, partita da Piaggine con il marito e i figli.
E c’è Bruno Pipolo, che proprio in Australia incontra Lucia, figlia di Livia.
Due piagginesi che finiscono per costruire una famiglia a migliaia di chilometri dal loro paese.
Più ascoltiamo queste storie, più Melbourne smette di essere soltanto australiana.
Dentro questa metropoli sopravvive una mappa invisibile del Cilento.
Rofrano.
Piaggine.
Sanza.
Felitto.
Roccadaspide.
Gioi.
Laurino.
Paesi lontani pochi chilometri in Italia e ricomposti qui a migliaia di chilometri di distanza.
L’ultima tavola della famiglia Scandizzo
La nostra lunga cavalcata australiana si conclude proprio a Melbourne.
In un ristorante si riunisce la grande famiglia Scandizzo per il saluto finale.
E lì, guardando le persone intorno alla tavola, sembra quasi di poter osservare tutte insieme le generazioni dell’emigrazione.
Ci sono i bambini, inconsapevoli della lunga strada percorsa prima che loro nascessero.
Ci sono i giovani genitori.
Ci sono i quarantenni, pienamente australiani ma ancora capaci di riconoscersi nella storia dei nonni.
Ci sono i padri e le madri che hanno lavorato perché quei figli potessero avere una vita diversa.
E ci sono i pionieri, quelli che avevano attraversato l’Oceano quando andare in Australia significava davvero partire per un altro mondo.
Ognuno porta qualcosa della generazione precedente.
Una parola.
Un cognome.
Un gesto.
Una maniera di stare a tavola.
Una devozione.
Un racconto ascoltato cento volte.
Scavare nelle radici
Abbiamo provato a raccontare questo universo senza troppi fronzoli.
Non per celebrare indistintamente ogni storia.
Le vite non sono mai tutte belle.
Ci sono successi e fallimenti.
Matrimoni riusciti e famiglie spezzate.
Fortune costruite e occasioni perdute.
Dolore, nostalgia, errori.
Ma tutto appartiene alla storia.
Affondare le mani nelle radici delle vite è un lavoro complesso.
Si trovano reperti da mostrare con orgoglio e altri che forse si preferirebbe lasciare sottoterra.
Eppure, se vogliamo capire davvero cosa sia stata l’emigrazione, dobbiamo avere il coraggio di riportarli alla luce.
Almeno per un momento.
Perché Melbourne non è soltanto il luogo nel quale tanti cilentani hanno trovato lavoro e benessere.
È diventata una parte della loro storia.
E quella storia, ormai, appartiene anche ai figli e ai nipoti nati qui.
La baia delle radici
Quando guardiamo Melbourne dall’alto o percorriamo le strade che costeggiano la sua baia, capiamo che l’Oceano non ha cancellato ciò che stava dall’altra parte.
Lo ha trasformato.
Il Cilento arrivato fin qui non è rimasto immobile.
Ha imparato l’inglese.
Ha costruito case e imprese.
Ha sposato persone provenienti da altre regioni e da altri Paesi.
Ha generato australiani.
Ma, dopo settant’anni, continua ancora a celebrare una Madonna nello stesso periodo in cui la si festeggia a Rofrano.
Continua a dire: “il mio paese”.
Continua a tornare.
Forse è questa l’immagine che porteremo con noi lasciando Melbourne.
Una grande baia affacciata sul mondo nella quale, tra milioni di persone, il Cilento che ha attraversato i mari continua ostinatamente a riconoscersi.
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