Halloween non è soltanto una moda commerciale di origine americana: è la notte in cui due mondi si incontrano
Le radici della popolare festa americana affondano nei riti contadini d’Europa e rivivono nel Mezzogiorno d’Italia tra zucche illuminate, lo spettro del Munaciello e il volo delle Janare.
Ogni anno si ripete un immaginario contemporaneo ormai saturo di zucche antropomorfe, maschere spaventose e scherzi pungenti: durante la notte che unisce l’ultimo giorno di ottobre al primo di novembre si rinnova il celebre rituale del “dolcetto o scherzetto”, che vede bambini e adulti aggirarsi mascherati per le strade. Nell’opinione comune, la ricorrenza è considerata una futilità commerciale d’importazione statunitense, approdata in Italia solo in tempi recenti. La realtà storica ci racconta un’altra versione.
La festività moderna affonda le proprie radici nell’antica cultura celtica, nella festa di Samhain, che coincideva con il capodanno di quel popolo. Per i Celti si trattava della ricorrenza più solenne dell’anno, che marcava la fine dell’estate, la conclusione dei raccolti e l’inizio del lungo e sterile inverno. In questa transizione cosmica, si riteneva che il velo tra il regno dei vivi e quello dei morti si assottigliasse fino a dissolversi, consentendo una temporanea comunicazione tra i due mondi, come scrive Jean Markale ne “Il druidismo: religione e divinità dei Celti”.
Il mondo romano integrò queste suggestioni sovrapponendovi le proprie celebrazioni dei defunti, come i Lemuria o i Feralia, a noi noti attraverso Ovidio. Col Cristianesimo, la Chiesa attuò un processo di sincretismo culturale: per assorbire i culti pagani indigeni, Papa Gregorio IV istituì nell’835 la festa di Ognissanti il 1 novembre, seguita nel 998 dalla Commemorazione dei Defunti il 2 novembre per opera di Odilone di Cluny, come testimonia Michel de Certeau autore de “La scrittura dell’esistenza”. L’apparente “americanizzazione” di questa festa è ha origine da una complessa diaspora. Nell’Ottocento, a causa della devastante Grande Carestia delle patate del 1845, milioni di irlandesi, diretti discendenti dei Celti, emigrarono negli Stati Uniti, portando con sé il bagaglio culturale di Samhain. Oltreoceano, la tradizione si è progressivamente secolarizzata e il consumismo globale ha fatto il resto. “Halloween: From Pagan Ritual to Party Night”, verrebbe da dire prendendo in prestito il titolo del libro di Nicholas Rogers.
Il mito dell’eterno ritorno, di cui parla Mircea Eliade, ovvero quell’onorare gli antenati attraverso un momento celebrativo che collega i vivi e i morti, è un archetipo universale. Ernesto de Martino, nelle sue ricerche sul folklore e sulla sfera magico-religiosa del Sud Italia, rileva che le comunità contadine del Mezzogiorno hanno da sempre sviluppato complessi rituali di elaborazione del lutto e di interazione con l’aldilà. Queste pratiche servivano per proteggersi dall’angoscia della perdita e dalla cosiddetta “crisi della presenza”, ovvero il rischio del crollo psicologico dell’individuo di fronte al caos dell’esistenza. Questo temporaneo collegamento tra la realtà terrena e il regno delle ombre ha generato nei secoli riti, paure e leggende profondamente radicate nel tessuto culturale meridionale.
Il Sud Italia, e in particolare il Cilento, custodisce da secoli tradizioni che nulla hanno da invidiare al folklore anglosassone. Basti pensare all’antica consuetudine cilentana di intagliare le zucche, le cosiddette “cocozze”, per inserirvi una candela e posizionarle sui davanzali o nei pressi dei cimiteri. Si tratta di un’usanza documentata ben prima dell’arrivo dell’Halloween americano, strettamente legata alla credenza che le anime dei defunti tornassero a visitare le proprie case terrene nella notte tra l’1 e il 2 novembre, guidate dalla luce dei lumini. In molte case si usava persino lasciare la tavola imbandita o un secchio d’acqua fresca per dissetare i cari estinti nel loro viaggio. In questo panorama di suggestioni si inserisce un’antica storia di mistero tramandata nei secoli di focolare in focolare: la leggenda del “Munaciello” cilentano, o del Monachicchio lucano, di cui scrive anche Carlo Levi. Questa creatura, descritta come un fanciullo o un uomo di bassa statura che indossa un saio da monaco francescano, incarna lo spirito ambivalente dello “scherzo” e del “dono”.
Nel folklore cilentano, il Munaciello si è trasfigurato in uno spiritello che si aggira nei vicoli bui ed entra nelle case attraverso le canne fumarie. Sono in molti a giurare di aver subìto i suoi spaventosi dispetti, come il nascondere gli oggetti o il provocare rumori sinistri nella notte, ma anche la sua inaspettata benevolenza, capace di tramutarsi in monete d’oro per le famiglie che riescono a ingraziarselo senza mai rivelarne la presenza.
Accanto al Munaciello, la notte cilentana è storicamente popolata da altre inquietanti figure nate per spiegare l’inesplicabile o per esorcizzare i terrori della quotidianità. È il caso delle Janare, le streghe della tradizione campana il cui nome deriverebbe dal culto di Diana, dea della caccia e della luna. Esperte di erbe magiche, filtri e fattucchierie, si credeva che volassero nella notte e si intrufolassero nelle stalle per intrecciare le criniere dei cavalli o nelle camere da letto per posizionarsi sul petto dei dormienti, provocando un senso di soffocamento angoscioso. Parimenti temuto era lo “Schiattamuorto”, figura legata alla controparte terrena e misteriosa del beccamorto: un personaggio liminale, a metà tra il mondo dei vivi e dei morti, associato nel folklore a presagi funesti, al rumore di chiodi battuti nel cuore della notte e alla sacralità violata dei cimiteri.
Chissà che nella notte di Halloween, camminando tra le pietre millenarie e i vicoli bui di un borgo del Cilento, l’ombra che si allunga sul muro non sia quella di una maschera d’oltreoceano, ma proprio il profilo sfuggente del Munaciello, il soffio gelido di una Janara o il passo pesante dello Schiattamuorto.
Antonella Casaburi




