Quando Piaggine era un paese di pastori
Prima del Magistrale, Piaggine era un paese di pastori
Dalla transumanza alle prime lauree, dalla scelta di Custode Petraglia di investire nella scuola alla nascita dell’Istituto Magistrale nel 1967. In pochi decenni l’istruzione cambiò il destino di Piaggine e dell’intera Alta Valle del Calore.
Prima dell’Istituto Magistrale, Piaggine era soprattutto un paese di pastori.
Era la montagna a dettare il ritmo della vita. Le greggi scandivano il susseguirsi delle stagioni, la transumanza accompagnava il tempo degli uomini e il fiume Calore, fin dal suo primo salto sotto il ponte a schiena d’asino, sembrava indicare la strada lungo la quale scorreva anche il destino di un’intera comunità.
Sono nato proprio accanto a quel ponte, il 20 dicembre 1955.
Da bambino mi addormentavo e mi svegliavo con il rumore incessante dell’acqua che precipitava tra le rocce, levigandole lentamente. Ancora oggi quel suono rappresenta uno dei richiami più forti della mia terra.
Su quel ponte sono passati per secoli pastori, greggi e viandanti. Ogni autunno le greggi scendevano verso la piana di Persano e ogni primavera risalivano fino ai pascoli del Cervati.
Era il tempo della transumanza, quando la montagna rappresentava insieme fatica, sopravvivenza e speranza.
Intorno al fiume nacque il primo nucleo abitato del paese. I monaci basiliani vi costruirono le chiese di San Simeone e dei Santi Pietro e Paolo, sostenuti dalle offerte dei pastori. Poi il paese salì lentamente verso San Giuseppe e, successivamente, verso le Coste, dove il sole invernale riusciva a raggiungere più facilmente le case.
Per generazioni il destino sembrò immutabile.
I figli dei pastori diventavano pastori.
I figli degli artigiani imparavano il mestiere del padre.
Le ragazze aiutavano in casa o imparavano il ricamo.
La scuola elementare rappresentava spesso il punto di arrivo dell’istruzione.
I ragazzi più robusti diventavano presto garzoni. Ancora adolescenti venivano mandati in montagna ad accudire le greggi, spesso vivendo per mesi lontano dal paese, con il compito di proteggerle dai lupi e dalle difficoltà della vita d’altura.
Poi qualcosa cominciò lentamente a cambiare.
Negli anni Trenta un giovane figlio di pastori, Nicola Mastrandrea, convinse la propria famiglia a mandarlo in seminario. La salute gli impedì di diventare sacerdote, ma non di continuare a studiare. Conseguì la maturità da privatista e, dopo la guerra, si laureò in Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli.
Per molti piagginesi quella vicenda rappresentò una rivelazione.
Anche il figlio di un pastore poteva diventare un professionista.
Fu una piccola rivoluzione culturale.
Nel dopoguerra arrivò un altro protagonista di questa trasformazione: il sindaco Custode Petraglia.

Aveva compreso che il futuro del paese non poteva più poggiare soltanto sulla pastorizia. Servivano scuole, servizi, infrastrutture e, soprattutto, istruzione.
Lo Stato promise finanziamenti che non arrivarono mai.
Allora il Comune prese una decisione destinata a cambiare la storia di Piaggine.
Fu autorizzato un taglio straordinario di faggi e il ricavato venne utilizzato per costruire il grande edificio scolastico che ancora oggi domina piazza Umberto I.
Con gli stessi proventi furono realizzate la rete idrica, la rete fognaria e la pavimentazione del centro storico.

Fu una scelta lungimirante.
Per la prima volta il patrimonio naturale della montagna veniva trasformato in un investimento sul futuro delle nuove generazioni.
Negli anni Cinquanta e Sessanta iniziarono a comparire i primi laureati. Medici, insegnanti, impiegati, funzionari dello Stato dimostrarono che era possibile costruire una vita diversa senza rinnegare le proprie origini.
Ma la vera svolta arrivò nel 1967.
Con l’istituzione dell’Istituto Magistrale, Piaggine cessò definitivamente di essere soltanto un paese di pastori.
Le porte della scuola si aprirono ai giovani dell’intera Alta Valle del Calore.
Da Piaggine, Sacco, Laurino, Valle dell’Angelo, Bellosguardo, Roscigno e da tanti altri paesi arrivarono centinaia di ragazzi e ragazze che, fino a pochi anni prima, avrebbero dovuto lasciare la propria terra oppure rinunciare agli studi.

Quella scuola non cambiò soltanto il destino dei suoi studenti.
Cambiò il destino di un territorio.
Il Magistrale rappresentò la seconda grande rivoluzione culturale di Piaggine.
La prima aveva insegnato che anche i figli dei pastori potevano studiare.
La seconda dimostrò che lo studio poteva diventare patrimonio di un’intera comunità.
Da quelle aule uscirono insegnanti, professionisti, amministratori, imprenditori, uomini e donne che portarono il nome dell’Alta Valle del Calore in tutta Italia.
Molti partirono.
Pochi tornarono.
Ma quasi nessuno dimenticò la scuola che aveva aperto loro la strada.
Ed è forse proprio questo il paradosso più grande.
La scuola nata per offrire ai giovani la possibilità di costruire un futuro contribuì anche a dare loro gli strumenti per andare lontano. Piaggine riuscì a formare generazioni capaci di affrontare il mondo, ma non sempre riuscì a offrire loro le condizioni per tornare.
Oggi il Magistrale non c’è più.
Lo spopolamento ha lentamente svuotato le aule, così come ha svuotato tanti paesi dell’entroterra.
Eppure la sua storia continua a vivere nei ricordi di chi lo ha frequentato.
Il recente incontro degli ex alunni lo ha dimostrato ancora una volta. Non è stata soltanto una rimpatriata. Ritrovarsi dopo decenni, riconoscersi nei volti cambiati dal tempo, ricordare professori, compagni e giornate trascorse insieme ha significato riannodare fili che la vita aveva portato lontano.
Perché una scuola non è fatta soltanto di aule, registri e programmi.
È fatta delle persone che vi sono passate.
Prima ancora che una scuola, il Magistrale è stato una comunità.
E raccontarne la storia significa raccontare quella di una generazione che, partendo da un paese di pastori ai piedi del Cervati, ha cambiato il proprio destino e, insieme, quello dell’Alta Valle del Calore.
Questa chiusura, con il riferimento all’incontro recente degli ex alunni, secondo me lega perfettamente il testo storico al lavoro che abbiamo già fatto su “Destino Magistrale”: la memoria non come nostalgia fine a se stessa, ma come tentativo di ricostruire una comunità dispersa.
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